RIFORMA PENSIONI/ Da 63 a 71 anni, la flessibilità possibile per il post-Quota 100

- int. Riccardo Vianello

Nel dibattito relativo alla misure di riforma pensioni necessarie per il post-Quota 100 è utile pensare a una nuova flessibilità

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Lapresse

RIFORMA PENSIONI. «Quota 100 è una forma sperimentale di pensionamento anticipato che sconta l’enfasi elettorale con cui è stata presentata nonché l’etichetta di “controriforma” della “riforma Fornero” e di incentivo all’occupazione giovanile che i suoi sostenitori le hanno indebitamente attribuito». Così Riccardo Vianello, Professore associato di Diritto del lavoro all’Università di Padova, nel proseguire il percorso a cura del Dipartimento Lavoro e Welfare della Fondazione per la Sussidiarietà volto a offrire ai lettori un contributo di comprensione e di giudizio sull’assetto del sistema pensionistico, inizia la sua valutazione sulla misura di riforma delle pensioni di cui si è più parlato negli ultimi due anni.

Quota 100 risponde comunque a esigenze reali? La pandemia ha influito sulla sua funzione e utilità?

Quota 100 risponde a un’esigenza in parte “reale” perché piuttosto diffusa: quella della flessibilizzazione dell’età pensionabile, che costituiva uno dei tratti caratterizzanti della “riforma Dini” del 1995, e che attualmente sopravvive indirettamente, e blandamente, solo nella scala dei coefficienti di trasformazione del montante contributivo. A quell’esigenza per così dire “tradizionale”, peraltro, un’altra se ne è aggiunta, indotta proprio dalla pandemia.

A che cosa fa riferimento?

Dal Rapporto 2020 sul coordinamento della finanza pubblica, elaborato dalle Sezioni Riunite in sede di controllo della Corte dei Conti, è emerso che non indifferente è stata la “quota di percettori di quota 100 in condizioni di relativa fragilità economica e sociale”, di persone, cioè, che hanno utilizzato “quota 100” come ammortizzatore sociale perché la deroga alle regole generali di pensionamento anticipato (come osserva la magistratura contabile) ha risposto “anche all’esigenza di andare incontro a soggetti in particolari difficoltà”. Perciò, se la Corte dei conti ha già avuto modo di constatare che una significativa percentuale dei beneficiari della pensione per il tramite della deroga di “quota 100” è costituita da disoccupati o percettori di redditi estremamente bassi, è possibile che a un prossimo incremento di questa categoria di soggetti, provocato dalla pandemia, corrisponda un aumento di coloro i quali si avvarranno della “quota 100” nel corso del 2021.

Proprio alla fine dell’anno prossimo scadrà Quota 100. Qualcuno parla della necessità di superare lo “scalone” che ne conseguirebbe, cosa ne pensa?

Premesso che per chi beneficia della pensione anticipata calcolata con il metodo contributivo (conseguibile, nel 2022, a 64 anni e con 20 anni di contributi effettivi) lo “scalone” è, in realtà, uno “scalino” (infatti, per questa prestazione il problema può essere semmai rappresentato dall’importo-soglia), è bene ricordare che l’art. 1 della legge “Dini” elevava alla stregua di criterio generale l’idea che l’accesso alle prestazioni dovesse avvenire “con affermazione del principio di flessibilità”: principio ribadito dall’art. 1 della riforma Fornero del 2011, assecondando la logica dell’incentivo alla prosecuzione della vita lavorativa rispetto alle età ivi previste.

Si potrebbe quindi recuperare tale principio di flessibilità?

Si tratta di recuperare la funzionalità di quel principio, tenendo conto dell’incremento della speranza di vita media osservato dall’Istat in oltre venti anni di storia demografica italiana (più di 5 anni dal 1995 al 2018): ciò che potrebbe suggerire un corrispondente slittamento dell’originaria (e ormai superata) fascia di età compresa tra 57 e 65 anni, che diverrebbe 63 (o 64)-71 anni (resterebbe da valutare l’incremento in relazione all’aumento della speranza di vita). L’età prevista per il pensionamento di vecchiaia, poi, potrebbe fungere da spartiacque, nel senso che il pensionamento a un’età inferiore potrebbe accompagnarsi a un requisito contributivo (ad esempio, 39 o 40 anni), in modo da costruire una nuova “quota” più elevata (di almeno 3-4 “gradini”), e a una penalizzazione (da ripristinare).

Il tema caldo del dibattito è, dalla legge Fornero, l’età pensionabile, oggi a 67 anni, destinati ad aumentare indefinitamente per via dell’adeguamento automatico alla speranza di vita. Andremo in pensione tutti a 70 anni e oltre? L’ordinamento previdenziale legittima una simile dinamica?

La questione dell’età pensionabile e del suo adeguamento automatico alla speranza di vita risponde alla logica dell’equilibrio attuariale, che è certamente di impronta assicurativa (l’allungamento della vita media determina l’esigenza di adattare il periodo di godimento della pensione). Del resto, già nella “legge Dini” del 1995 si afferma la necessità di collegare spesa pensionistica e disponibilità economiche, misurate attraverso l’indice del Pil. Dunque, un ordinamento previdenziale basato sul principio dell’equilibrio attuariale, se non impone, certo legittima una simile dinamica: la questione, però, è fino a che punto opera una simile legittimazione.

Cosa intende dire?

Altro e diverso discorso è quello legato non alla speranza, ma alla qualità della vita in età che un tempo si sarebbe detta avanzata (si consideri che agli inizi degli anni ’90 la speranza di vita per gli uomini e per le donne era rispettivamente intorno ai 74 e agli 80 anni). In altre parole, si vuol dire che “vivere più a lungo” non significa necessariamente “vivere meglio”, e ciò risulta chiaramente da un rapporto Istat del 2019, in cui è dato leggere che aumenta la speranza di vita alla nascita (82,3 anni nel 2018), ma gli anni da vivere in buona salute sono stabili (58,5 anni nel 2018): si potrebbe, perciò, riflettere se sia possibile mitigare l’operare meccanicistico del criterio dell’adeguamento automatico con il dato, altrettanto statistico, della “speranza di vita in buona salute”.

Nel sistema pensionistico esiste un conflitto tra generazioni, un problema di equità o solidarietà intergenerazionale? Come affrontarlo? 

È limitante ridurre la questione della solidarietà intergenerazionale al solo sistema pensionistico, senza tenere conto della distribuzione del carico fiscale tra le diverse classi. Qualunque discorso circa conflitti tra generazioni e questioni di equità o solidarietà intergenerazionale è sicuramente limitante e mal posto proprio se, e quando, è inquadrato nell’esclusiva ottica del sistema pensionistico, trascurando il sistema fiscale, come confermato dalle periodiche vicende giudiziarie che hanno interessato i temi della perequazione automatica e del c.d. “contributo di solidarietà”. Infatti, accreditati studi statistici hanno anche di recente dimostrato che servizi essenziali quali la sanità, la scuola, l’assistenza sociale sono pressoché integralmente a carico di coloro che dichiarano redditi superiori a 35.000 euro annui.

Questo cosa implica?

Ne consegue che quanti non sono ancora entrati nel mondo del lavoro o, sebbene lavoratori, dichiarano redditi molto modesti già beneficiano in misura consistente della solidarietà finanziata anche da lavoratori con redditi certo non particolarmente elevati. Quanto alla solidarietà intergenerazionale, essa trova la sua tipica espressione nel sistema di finanziamento a ripartizione, che – è bene ricordarlo – venne sì adottato per porre rimedio alla pesante svalutazione delle riserve tecniche causata dalla Seconda guerra mondiale, ma in un periodo storico in cui il rapporto tra attivi e non attivi era di 11 a 1, dunque enormemente superiore a quello odierno: come quel sistema si raccordi con l’art. 81 Cost. è questione ancora in buona parte da indagare.

L’Ue (ma anche l’Ocse) ha evidenziato la necessità di ridurre la spesa pensionistica italiana considerata elevata in rapporto al Pil. I sindacati, e non solo, sostengono la necessità di separare assistenza e previdenza. Cosa ne pensa?

La separazione fra previdenza e assistenza è certamente opportuna, se non altro per evitare incomprensioni e conseguenti moniti da parte di Ue e Ocse: risulta, infatti, che i dati forniti dall’Istat circa l’incidenza della spesa per le pensioni sul Pil includano anche oneri di natura indubbiamente assistenziale a carico della fiscalità generale (ad esempio, le integrazioni al minimo e le maggiorazioni sociali) e, inoltre, non tengano conto che le pensioni sono gravate da prelievo fiscale, che ovviamente rientra nelle casse dello Stato. Così ripuliti, i dati rivelerebbero verosimilmente un’incidenza della spesa pensionistica inferiore a quella oggi risultante, e, dunque, in linea con gli altri Paesi europei ed eviterebbero la reiterazione dei periodici inviti a rivedere “al ribasso” il sistema pensionistico.

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