RIFORMA PENSIONI/ Gli assegni più bassi che si rischiano con le proposte sindacali

- Giuliano Cazzola

Sindacati e Governo si sono incontrati la settimana scorsa per parlare di riforma delle pensioni. L’idea è quella di anticipare l’ingresso in quiescenza

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“S’ode a destra uno squillo di tromba”. “Il ministro del Lavoro e delle Politiche Sociali, Nunzia Catalfo – si legge in una nota del ministero – ha riaperto oggi (28 luglio, ndr) il confronto sulla riforma del sistema pensionistico. Durante l’incontro, il Ministro ha ribadito che Quota 100 resterà in vigore fino alla sua naturale scadenza (fine 2021) e indicato in una legge delega lo strumento per intervenire sulla revisione organica della materia. “Procederemo lungo due binari paralleli”, ha spiegato Catalfo al termine del tavolo.

Il prossimo appuntamento, fissato per l’8 settembre, “servirà – ha aggiunto – a definire il pacchetto di interventi da inserire nella prossima legge di Bilancio” come la proroga di Ape sociale e Opzione Donna, la staffetta generazionale e il contratto di solidarietà espansiva. L’altro incontro è in agenda il 16 settembre, quando si inizierà a progettare a più ampio raggio la riforma “che avrà come pilastri – ha aggiunto la ministra – maggiore equità e flessibilità in uscita e una pensione di garanzia per i giovani”. Infine, Catalfo ha sottolineato la necessità e l’urgenza di far partire le due commissioni (quella sui lavori gravosi e quella per la separazione fra spesa previdenziale e assistenziale), non ancora costituite a causa dell’emergenza epidemiologica e la cui scadenza sarà prorogata nella prossima Manovra, e ha rimarcato l’impegno per giungere a una legge quadro sulla non autosufficienza.

“A sinistra risponde uno squillo”. “È importante che il Governo abbia riaperto con i sindacati il confronto sulla previdenza, così come da noi richiesto, e che si sia avviato un percorso che vede fissati due nuovi incontri l’8 e il 16 settembre. È necessario riformare l’attuale sistema previdenziale, superando definitivamente la legge Fornero”. Lo afferma il Segretario generale della Cgil, Maurizio Landini al termine dell’incontro con il Ministro Catalfo sui temi previdenziali. “Ci auguriamo – prosegue il leader della Cgil – che il confronto possa portare dei risultati concreti nell’immediato e che possa, una volta terminata la sperimentazione di ‘Quota 100‘, ridefinire un sistema pensionistico più equo. Un sistema che valorizzi il lavoro delle donne e di cura, che consideri i lavoratori discontinui e coloro che svolgono un lavoro gravoso o usurante, i lavoratori precoci, che promuova l’adesione alla previdenza complementare e introduca per i più giovani una pensione contributiva di garanzia”, conclude Landini.

“D’ambo i lati calpesto rimbomba da cavalli e da fanti il terren”. Si annunciano, dunque, ricchi premi e cotillons, saranno serviti tarallucci e vino, verranno moltiplicati i pani e i pesci. E lo spettro della riforma Fornero – per ora solo derogata in via sperimentale – sarà bandito per sempre. Per conoscere quali saranno (nelle intenzioni dei sindacati) le soluzioni concrete segnaliamo quanto ha esposto il segretario confederale della Cgil Roberto Ghiselli, in una intervista a ”Pensioni per tutti”. “Certo, le nostre principali proposte sono in realtà note ai più e ricomprendono: possibilità di andare in pensione dopo 62 anni a scelta del lavoratore o con 41 anni di contributi a prescindere dall’età. Teniamo conto che questa flessibilità in uscita è sempre più sostenibile finanziariamente perché da ora in poi i futuri pensionati o saranno integralmente nel sistema contributivo o comunque la componente contributiva sarà largamente prevalente nel loro paniere previdenziale. Poi crediamo che le donne e chi ha fatto lavori di cura, come anche chi ha fatto lavori più pesanti, debbano poter andare in pensione prima o, a loro scelta, possano contare su un sistema di calcolo che consenta loro una pensione più alta. Inoltre crediamo fondamentale pensare ai giovani e a chi ha condizioni di lavoro povero, discontinuo o con bassa contribuzione, ed in questo caso chiediamo una ‘pensione contributiva di garanzia’ che aiuti, solidalmente, chi ha avuto più difficoltà nel suo percorso lavorativo affinché possa raggiungere ugualmente una pensione almeno dignitosa”.

Ghiselli è uno che sa quel che dice (anche se evita di dirlo). Pare evidente che le sue proposte si riferiscano alla pensione anticipata e che restino inalterati i requisiti per la pensione di vecchiaia (67 anni e almeno 20 anni di contribuzione). Se così non fosse non capiremmo se esiste ancora in quello schema un requisito contributivo minimo per conseguire il diritto a un trattamento pensionistico. Sembra essere, questa, un’esigenza sistemica almeno fino a quando le pensioni porteranno con sé un periodo regolato del calcolo retributivo. Ghiselli fa di più, affermando che “questa flessibilità in uscita è sempre più sostenibile finanziariamente perché da ora in poi i futuri pensionati o saranno integralmente nel sistema contributivo o comunque la componente contributiva sarà largamente prevalente nel loro paniere previdenziale”. Ci vorrà ancora del tempo perché ambedue le ipotesi si realizzino, ma la tendenza è questa. Ma perché sarà l’ampiezza della quota in regime contributivo a garantire la sostenibilità del sistema pensionistico.

Ci permettiamo di spiegarlo noi. Nel modello contributivo l’importo del trattamento è determinato da due elementi: il montante dei versamenti rivalutati attraverso un meccanismo che tiene conto del Pil nominale e il coefficiente di trasformazione ragguagliato all’età anagrafica all’atto del pensionamento. Questo parametro/moltiplicatore è più elevato con il crescere dell’età della quiescenza in base a una logica attuariale: chi va in pensione prima percepisce più a lungo l’assegno e quindi il suo importo iniziale è più basso, diversamente di chi rimane più a lungo al lavoro. Inoltre, poiché l’attesa di vita si allunga nel tempo è prevista una revisione periodica dei coefficienti che è destinata ad avere una dinamica che procede in senso opposto. Tuttavia nel calcolo contributivo andare in quiescenza a un’età più elevata è uno dei principali criteri per assicurarsi una migliore adeguatezza del trattamento.

Dove conduce, allora, il ragionamento di Roberto Ghiselli? Il sindacato – sia pure su base volontaria – conferisce priorità alla scelta di andare in quiescenza il prima possibile, piuttosto che varcare la soglia con una prestazione più robusta. E che cosa evidenziano i coefficienti per l’anno prossimo quando Governo e sindacati immaginano di varare la legge delega di “salute pubblica”? In un articolo sulla Stampa, Bruno Benelli ricorda che sono stati da poco resi noti, da parte del ministero del Lavoro, “i nuovi coefficienti di trasformazione per l’anno 2021. In tal modo sappiamo già come saranno calcolate le pensioni del nuovo anno, calcolo che darà luogo a una prestazione un pochino ridotta a quella di oggi, cioè a quella che avrà decorrenza fino al mese di dicembre 2020”. C’è da tener presente che “la riduzione rispetto a quelle del passato è però modesta (da 0,33% a 0,72%), e questo perché ha subito un rallentamento l’aumento della speranza di vita. Dal prossimo gennaio i coefficienti vanno dal minimo di 4,186% (età 57 anni) al massimo di 6,466% (età 71 anni). Entro questi due paletti oscillano i valori intermedi”. Benelli spiega anche che “i coefficienti sono una specie di interesse riconosciuto dall’Inps, che però non soggiace alle variazioni del mercato, ma è legato esclusivamente a due fattori esogeni: a) l’età dell’interessato; b) l’andamento della speranza di vita”.

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