RIFORMA PENSIONI/ Cazzola: “Quota 100 ha fallito, ora riordino col Recovery Fund”

- Lorenzo Torrisi

Secondo Giuliano Cazzola la riforma pensioni di Quota 100 è stata un fallimento: “ora serve riordino col Recovery Fund”

Conte e Rutte
Giuseppe Conte e il Primo Ministro d'Olanda Mark Rutte al Consiglio Europeo (LaPresse, 2020)

CAZZOLA BOCCIA QUOTA 100

Secondo Giuliano Cazzola il fallimento della riforma pensioni Quota 100 deve essere il punto di partenza, e di ammissione, per concentrarsi sulla prossima riforma quanto mai necessaria vista la crisi Covid e gli aspetti tutt’altro che risolti negli ultimi anni sul piano previdenziale: con un fondo sull’Huffington Post l’economista riflette sulle “richieste” fatte dal Consiglio Ue all’Italia durante gli ultimi negoziati. «È stata indicata come la prova provata della inaffidabilità del nostro Paese nel seguire un percorso di riforme generosamente finanziato dalla Ue, a carico dei partner più virtuosi», spiega Cazzola riportando l’esatto passaggio delle Raccomandazioni indirizzate al Governo Conte in merito alle pensioni «attuare pienamente le passate riforme pensionistiche al fine di ridurre il peso delle pensioni nella spesa pubblica». Con ogni probabilità la condizionalità sulla riforma pensioni rinnovata verrà imposta tra i punti principali per il via libera del Recovery Plan italiano, con Cazzola che sostiene «la norma – che avrebbe dovuto liberare le masse oppresse, impedite di andare in pensione se non da vecchi ormai decrepiti e contemporaneamente aprire ai giovani le porte del lavoro – è risultata, al dunque, un (almeno mezzo) fallimento rispetto agli obiettivi contrabbandati dai suoi promotori». Serve ora una cambio di passo e un riordino dell’intero sistema pensioni secondo Cazzola, altrimenti – conclude su HuffPost – il rischio è che davvero dovrà essere l’Europa ad imporci una specifica riforma assai simile alla “passata” Fornero. (agg. di Niccolò Magnani)

PENSIONI, LE RICHIESTE DI ANAP CONFARTIGIANATO

Dal Dl Rilancio al prossimo Decreto Agosto, arrivando fino al Recovery Plan di settembre: il Governo è chiamato a lanciare anche il tema pensioni tra i tanti punti da affrontare per evitare una crisi economica ancora più grave. La richiesta di Anap Confartigianato al Governo Conte-2 si basa però su tre punti cardini per ribaltare quanto fatto poco o male in questi ultimi mesi: «Difendere potere d’acquisto, garantire un fisco più equo e affrontare adeguatamente il problema della non autosufficienza», sono questi i tre punti evidenziati dal vicepresidente vicario nazionale Anap Adriano Sonzini in una nota pubblica. «Auspichiamo che l’impegno del Governo per la ripresa del Paese, favorita ora dagli ingenti stanziamenti messi a nostra disposizione dall’Unione Europea, consideri anche la necessità di affrontare e risolvere i problemi sociali, che non sono disgiunti da quelli economici», spiega l’Anap con particolare accento alla riforma pensioni sempre più necessaria «il potere d’acquisto delle pensioni è calato e di molto in questi ultimi anni arrivando, secondo alcuni studi, anche al 10%. E molti pensionati vivono oggi in una condizione assai disagiata, con il rischio, per quelli che sono al limite più basso, di scivolare verso una condizione di povertà relativa se non assoluta». Da ultimo, sottolinea Sonzini, «si impone una più equa imposizione fiscale in favore dei pensionati che sono stati sinora ignorati dai vari provvedimenti presi nei confronti dei lavoratori dipendenti. E l’attuale imposizione fiscale è una delle cause della perdita del potere d’acquisto delle pensioni». (agg. di Niccolò Magnani)

RIFORMA PENSIONI, I DATI DELLA CGIA DI MESTRE

In un comunicato dell’Ufficio studi della Cgia di Mestre si legge che “molti esperti sostengono che le cosiddette pensioni baby costano alle casse dello Stato circa 7 miliardi di euro all’anno (pari allo 0,4 per cento del Pil nazionale). Praticamente lo stesso importo previsto quest’anno per il reddito/pensione di cittadinanza e addirittura superiore di quasi 2 miliardi della spesa necessaria nel 2020 per pagare gli assegni pensionistici a coloro che beneficeranno di quota 100”. “Abbiamo deciso di racchiudere in questa categoria coloro che hanno lasciato il lavoro prima della fine del 1980. In totale sono quasi 562 mila le persone che non timbrano più il cartellino da almeno 40 anni. Di queste, oltre 386 mila sono costituite in massima parte da invalidi o ex dipendenti delle grandi aziende”, spiega il coordinatore dell’Ufficio studi Paolo Zabeo specificando quindi a chi si faccia riferimento in questo caso parlando di baby pensionati.

IL CONFRONTO CON QUOTA 100

Tra di essi, “sono i dipendenti pubblici ad aver lasciato il posto di lavoro in età più giovane (41,9 anni), mentre nella gestione privata l’età media della decorrenza della pensione è scattata dopo (42,7 anni). In entrambi i casi, comunque, l’abbandono definitivo del posto di lavoro è avvenuto praticamente con 20 anni di età in meno rispetto a chi, oggi, usufruisce di quota 100”, aggiunge la Cgia di Mestre, evidenziando che “non c’è nulla da stupirsi, dunque, se nello scacchiere europeo l’Italia, anche al netto delle uscite assistenziali, sia da anni tra i paesi che spendono di più per la previdenza”.

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