RIFORMA PENSIONI/ I veri numeri su Quota 100 che l’Ue non vede

- Gian Luca Barbero

La riforma pensioni con Quota 100 è stata criticata dall’Ue. Bruxelles doveva forse usare più cautela e fare altre osservazioni

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Nel primo trimestre 2019 sono state accolte circa 114.000 domande di pensione, comprese le “pensioni quota 100“, con un incremento rispetto all’analogo periodo del 2018 di oltre il 14%. Può darsi che l’incremento sia dovuto a “quota 100”, benché le novità introdotte dal Legislatore nel sistema previdenziale italiano siano più d’una: oltre alla facoltà di accedere alle “pensioni quota 100“, la proroga della pensione anticipata “opzione donna“, il posticipo del termine di scadenza del periodo di sperimentazione dell’Ape sociale al 31/12/2019, la disapplicazione degli adeguamenti alla speranza di vita, nel periodo 2019-2026, per il requisito contributivo per la pensione anticipata, nonché la maturazione del diritto alla decorrenza della pensione anticipata trascorsi tre mesi dalla maturazione del diritto.

Tuttavia, se si guardano le statistiche divulgate dall’Inps, la distribuzione delle pensioni liquidate registra una riduzione nel primo trimestre 2019 rispetto al primo trimestre 2018, nel numero e nell’importo medio: nel solo Fondo Pensioni lavoratori Dipendenti sono stati liquidati 54.971 trattamenti con un importo medio mensile di 1.232 euro, a fronte di 80.366 trattamenti nel primo trimestre 2018, con un importo medio mensile di 1.294 euro; scorrendo i dati, si nota che tutte le gestioni Inps (coltivatori diretti, artigiani, commercianti, parasubordinati) sono state interessate da questo fenomeno. Considerando l’età media alla decorrenza, poi, la maggior parte delle pensioni, nel complesso, si colloca nella fascia di età 68 anni e oltre (incluse le pensioni superstiti), tranne che per le gestioni dei commercianti e parasubordinati, dove comunque è compresa tra i 65 e i 67 anni: per citare il solo dato relativo al fondo pensioni lavoratori dipendenti, cui fa capo il numero più cospicuo dei trattamenti, nel primo trimestre sono state liquidate 22.673 pensioni a soggetti sessantottenni e oltre, a fronte di 27.263 del primo trimestre 2018.

Cosa suggeriscono tali dati sulle pensioni? Semplicemente che è troppo presto per fare previsioni, come osserva l’Inps stesso nella sua prima rilevazione trimestrale dell’anno, dove non sono ancora percepibili gli effetti derivanti dalla nuova forma di pensionamento anticipato (quota 100). Se è presto per fare previsioni, è presto anche per condannare, attribuendo l’incremento del debito pubblico alla spesa pensionistica, sebbene in Italia sia elevata (circa il 14% del Pil). L’importo stanziato per il 2019 a copertura dell’introduzione di ulteriori modalità di pensionamento anticipato ammonta a circa 4 miliardi di euro e , al momento, non si può prevedere se verrà o meno esaurito.

Un po’ di cautela, soprattutto nel trarre conclusioni affrettate su procedure di infrazione, vale, a mio avviso, anche per l’Unione europea, pur prendendo atto con preoccupazione dell’andamento del debito pubblico italiano, dove il divario tra gli impegni di riduzione assunti e gli obiettivi raggiunti è certamente critico, con un gap stimato dal 5,8% del Pil nel 2016 al 9% nel 2019 (9% che vale circa 160 miliardi di euro in valore assoluto): un peggioramento certamente non attribuibile soltanto al deterioramento della crescita economica globale, ma neanche esclusivamente all’attuale Governo.

Da questo punto di vista, la critica dell’Ue alle modifiche introdotte al sistema pensionistico, che comporterebbero una maggiore spesa dello 0,1% sul Pil nel 2019, mi sembra prematura, visti i dati del primo trimestre. La sostenibilità del debito nel medio lungo termine, poi, non dipenderà solo dalla sospensione, peraltro transitoria, dell’adeguamento alla speranza di vita dei periodi contributivi per la pensione anticipata o da quota 100: anche quando entrò in vigore la riforma Fornero, tanto elogiata dall’Ue, non si previdero otto clausole di salvaguardia rese necessarie dall’assenza di un regime transitorio, assicurando la copertura previdenziale a una platea aggiuntiva di oltre 203 mila lavoratori.

Il vero vulnus legato a quota 100 – ma analoghe considerazioni potrebbero essere fatte quanto al reddito di cittadinanza – mi sembra piuttosto l’ostinazione a credere che basti ritoccare il sistema pensionistico per avere effetti positivi sull’occupazione, in assenza di ulteriori misure per favorire gli investimenti, pubblici e privati, creando i presupposti per produrre nuovo lavoro. Nelle rosee stime del Governo ci sarebbe stato un rapporto di 1 a 3 (una nuova assunzione ogni tre pensionamenti), ma si tratta, a mio avviso, di un’attesa assai lontana dalla realtà: osservando l’esperienza dei fondi di solidarietà creati tramite accordi bilaterali all’interno di solidi gruppi bancari, si nota un rapporto di 1 a 10 e siamo in ambito privato, dove l’iter amministrativo per assumere nuovo personale è notevolmente semplificato rispetto al settore del pubblico impiego: nel 2019, si stima che possano usufruire di quota 100 circa 46 mila dipendenti pubblici e, francamente, ritengo utopistico pensare a una loro rapida sostituzione, in tutto o in parte.

Senza contare la spada di Damocle delle clausole di salvaguardia previste dall’ultima legge di bilancio, che vedranno, in assenza di interventi normativi, un incremento progressivo dell’Iva (dal 10% al 13% nel 2020 l’aliquota ridotta e dal 22% al 25,2% nel 2020 e al 26,5% nel 2021 l’aliquota ordinaria) per un importo complessivo di oltre 28 miliardi di euro, che il Governo si sarebbe già impegnato a sterilizzare.

Come si può arguire, la fretta, che spesso contrappone istituzioni politiche comunitarie a singole nazioni o viceversa, non è mai buona consigliera.

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