RIFORMA PENSIONI/ La penalizzazione che ancora pesa sulle donne

- Mauro Marino

Il gender gap presente nel mondo lavorativo si riflette anche nelle pensioni e viene amplificato da alcune scelte fatte o non fatte

Mascherina a lavoro
Pixabay

RIFORMA PENSIONI E DONNE. Oggi 25 novembre è la giornata mondiale contro la violenza sulle donne. Solamente in Italia alla data odierna sono oltre 100 le donne assassinate dall’inizio dell’anno e questo fenomeno, purtroppo, non accenna a diminuire. Pur senza giungere a fenomeni estremi come l’eliminazione fisica della persona assistiamo giornalmente a diverse e persistenti modalità di violenza sulle donne e soprattutto in ambito familiare sono moltissimi i casi di violenza fisica e sessuale. C’è poi la violenza psicologica, che è subdola, sottile, attuata minando l’autostima e ponendo la persona in una condizione di subordinazione compromettendo la percezione stessa della propria identità.

Passando all’ambito lavorativo bisogna evidenziare come le donne talvolta subiscano vessazioni, in ambito economico percepiscono in media compensi più bassi degli uomini pur avendo le medesime qualifiche nelle stesse categorie professionali e sovente subiscono una retrocessione al ritorno al loro posto di lavoro dopo il rientro dal congedo di maternità. Man mano poi che avanzano nella carriera questo divario si accentua sempre più nelle posizioni apicali per poi raggiungere il massimo nei CdA dove le donne sono un quinto rispetto agli uomini.

Questa malsana e consolidata situazione in ambito lavorativo, che tutti a parole combattono ma che nei fatti rimane inalterata (per esempio, a molte donne in certe realtà viene proibito di avere figli e alcune di esse sono state costrette a firmare dimissioni in bianco nel caso rimanessero incinte), si riflette in ambito previdenziale. Prendiamo, ad esempio, l’istituto di Opzione Donna che all’apparenza sembra sia stato pensato per venire incontro alle donne che per i motivi sopraesposti hanno carriere discontinue e buchi contributivi. L’istituto di Opzione Donna (58 anni di età per le lavoratrici dipendenti e 59 le autonome + 35 anni di contributi) con obbligo di accettare il calcolo totalmente contributivo soprattutto nel decennio 2011-2020 si è rivelato un furto legalizzato. Una penalizzazione che ha superato il 40%, celata dietro la volontarietà e presentata come un’opportunità. Questa scelta, invece, in moltissimi casi è stata una scelta obbligata, fatta magari per la necessità di occuparsi di genitori o suoceri anziani e malati che avrebbero avuto bisogno delle strutture pubbliche. In questo caso lo Stato si è basato sul welfare domestico e chi meglio delle donne poteva assolvere a questa funzione? Se pensiamo che molte donne che hanno usufruito di questo istituto al momento della scelta obbligata avevano più anni svolti col sistema retributivo rispetto a quello contributivo si può capire quanto ci hanno rimesso in termini economici.

Prorogato di anno in anno e fatto passare per una concessione, in realtà è stato un beneficio per l’erario soprattutto per gli anni passati. Adesso che man mano che avanzano gli anni il beneficio per lo Stato diminuisce progressivamente perché aumentano gli anni di contributivo e di conseguenza si assottigliano quelli di retributivo e per le donne la penalizzazione diventa meno onerosa (ma sempre, comunque, intorno al 25%) si è ben pensato nella prima bozza del ddl bilancio di aumentare di ben due anni l’accesso al pensionamento portandolo a 60 per le lavoratrici dipendenti e a 61 per le autonome. Poi dopo le giuste proteste dei sindacati e dei comitati per le donne si è tornati indietro applicando i requisiti dell’anno in corso.

Siamo distanti anni luce dalle famose pensioni baby dove le donne del pubblico impiego coniugate con figli potevano accedere al pensionamento con 14 anni 6 mesi e un giorno di contributi. Ma quella legge votata nel 1973 sotto il Governo Rumor aveva altra natura. Dopo il 1968, per ridurre le spinte sociali verso l’estremismo, per evitare disordini e contrapposizioni, si pensò di concedere dei benefici economici su vasta scala come le pensioni sociali e le pensioni baby. Ma se si vuole veramente fare qualcosa per le donne bisogna cambiare passo.

Non me ne vogliano i maschietti che protestano perché le donne in caso di pensione anticipata lavorano un anno di meno (41 anni e 10 mesi rispetto ai 42 anni e 10 mesi degli uomini) e inoltre vedendo che le donne hanno un’aspettativa di vita più alta e quindi usufruiscono di un numero maggiore di anni di pensione manifestano una disuguaglianza chiamando in causa l’Ue e paventando, addirittura, un’incostituzionalità della norma.

Penso che una contrapposizione di genere non abbia alcun senso. Personalmente ritengo che per tutta una serie di motivi come la maternità, le carriere frammentate, il lavoro di cura, le donne debbano avere dei riconoscimenti in ambito previdenziale. Se poi ci sarà, e lo auspichiamo vivamente, un potenziamento dell’assistenza alla prima infanzia, un miglioramento sugli orari di lavoro e soprattutto una vera parità nelle retribuzioni cosa che incide notevolmente sull’assegno pensionistico, allora questo riconoscimento previdenziale potrà anche essere eliminato.

L’occasione si presenta nel corso del 2022 quando si metterà mano a una almeno parziale riforma previdenziale dove, spero, si affrontino finalmente le variegate peculiarità che una legge così impattante per la vita dei cittadini deve necessariamente avere e dove è assolutamente necessario prestare maggiore attenzione ai giovani e alle donne per dare a questo Paese un futuro in linea con i sistemi sociali europei più avanzati.

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