Riforma pensioni/ Sei mosse per cambiare il sistema

- Lorenzo Torrisi

Riforma pensioni, sei criteri per cercare di cambiare in meglio il sistema pensionistico italiano dopo diversi interventi

reddito di emergenza
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SEI MOSSE PER CAMBIARE IL SISTEMA

In un articolo pubblicato su ilprimatonazionale.it, a firma di Carlo Altoviti, oltre a ripercorrere la storia previdenziale italiana dalla riforma pensioni targata Dini in poi, fino alle Legge Fornero, si legge che “sarebbe auspicabile rivedere l’attuale normativa pensionistica sulla base dei seguenti criteri: 1) fissazione del requisito massimo dei 65 anni per l’accesso alla pensione di vecchiaia; 2) fissazione del limite massimo dei 40 anni per l’accesso alla pensione anticipata; 3) piena salvaguardia dei lavoratori che perdono il lavoro dopo i 55 anni, con diritto di accesso anche anticipato al trattamento pensionistico; 4) completamento dell’opera di armonizzazione e semplificazione della normativa pensionistica mediante l’adozione di un codice o testo unico della previdenza sociale; 6) tutela del sistema previdenziale pubblico obbligatorio e conferma della sua centralità rispetto a qualsiasi sistema di previdenza complementare o integrativa”. Bisognerebbe inoltre favorire “il reinserimento nel mondo del lavoro dei disoccupati italiani”.

LE PAROLE DI TONINO RUSSO

Tonino Russo plaude alle dichiarazioni del Ministro per il Sud e la coesione territoriale Giuseppe Provenzano, che ha parlato di “fiscalità di vantaggio per il Sud finalizzata al lavoro” già a partire dal 2020. Per il Segretario generale della Cisl Calabria, tale proposta va nella direzione auspicata da tempo dal suo sindacato. “Non servono, infatti, forme di assistenzialismo vecchie e nuove che non risolvono i problemi, ma anzi li aggravano. Garantire più incentivi e più agevolazioni fiscali alle imprese che si impegneranno a non licenziare, a quelle che investiranno nel Mezzogiorno e che creeranno nuova occupazione, è una risposta all’altezza di una crisi che rischia di deflagrare come una vera e propria bomba sociale”, sono le parole di Russo riportate da lametino.it. Il sindacalista ritiene “urgente e necessaria” anche una “riforma fiscale, che la Cisl chiede con forza perché oggi più che mai le scelte politiche e legislative siano caratterizzate da solidarietà, redistribuzione della ricchezza, equità fiscale, adeguatezza delle pensioni”.

ALLARME PENSIONATI MARCHE: I DATI DELLA CGIL

Secondo gli ultimi dati emersi dallo studio Cgil sulle pensioni delle Marche evidenziano un dato purtroppo non così inusuale ormai per la restante parte del Paese: «pensioni di vecchiaia dei lavoratori dipendenti sono di 1.119 euro, cioè 285 euro mensili in meno rispetto ai valori medi nazionali e 378 euro in meno rispetto alla media delle regioni dell’Italia centrale», spiegano Daniela Barbaresi, segretario della Cgil Marche, ed Elio Cerri, segretario dello Spi Marche su Il Resto del Carlino. «I dati dell’Inps confermano le difficoltà di migliaia di pensionati marchigiani, che fanno i conti con pensioni troppo basse e alle quali si accede in età sempre più avanzata» sottolineando ancora i sindacati, lanciando appello su necessaria riforma pensioni tanto per le situazioni locali quanto per quelle nazionali, «due pensionati su tre, quindi, percepiscono un importo che non consente loro di superare la soglia della povertà (750 euro al mese, ndr)». (agg. di Niccolò Magnani)

LE PAROLE DI DAMIANO

Cesare Damiano dà un giudizio abbastanza positivo sul riavvio del confronto tra Governo e sindacati sulla riforma pensioni. Intervistato da pensionipertutti.it, l’ex ministro del Lavoro evidenzia però che “la grande difficoltà sarà quella di individuare successivamente i lineamenti della riforma del sistema previdenziale. Insisto su un concetto che era già contenuto nella proposta di legge della passata legislatura la 857 che avevo scritto insieme all’onorevole Gnecchi, l’attuale vice presidente Inps, ed è il fatto che a mio avviso, a nostro avviso, in quella proposta noi vedevamo necessario adottare un sistema di flessibilità strutturale per quanto riguarda la previdenza. Avere un anticipo pensionistico soprattutto legato a chi svolge lavori usuranti, faticosi, gravosi e aggiungerei dopo la pandemia, pericolosi, è un elemento essenziale di riforma. Io spero che l’idea di avere una flessibilità strutturale a determinate condizioni naturalmente diventi il punto di riferimento per il punto di riferimento per la discussione che si farà”.

LE INCERTEZZE SULLE PENSIONI

Una ricerca compiuta da Moneyfarm su oltre 1.300 investitori digitali, con una certa capacità anche di affrontare i momenti difficili e di incertezza sui mercati, mostra che la metà di essi (53%) che hanno meno di 55 anni si dice “molto preoccupato” pensando alla pensione. Come spiega Business Insider, “l’incertezza deriva soprattutto da una sfiducia generalizzata nel sistema previdenziale pubblico, con il 69% che dichiara di fidarsi poco o per niente”. Ciò nonostante, il 42% del campione, con punte del 60% tra i giovani, sono privi di previdenza integrativa. “Le ragioni sono diverse: il 58% dichiara di voler optare per altre soluzioni, il 26% non ha avuto tempo per informarsi, il 9% non ha risparmi a sufficienza per farlo e il 7% ritiene l’orizzonte temporale troppo lontano. Poco meno di uno su due (45%) ritiene necessario aderire a un piano nei prossimi 5 anni”. Anche se si tratta di numeri migliori rispetto alla tendenza nazionale “risulta comunque un approccio sorprendente perché parliamo di investitori particolarmente evoluti”.

RIFORMA PENSIONI, LE PAROLE DI GUERRA

In una recente intervista al Manifesto, Maria Cecilia Guerra ha risposto a una domanda relativa a Quota 100, la misura di riforma pensioni di cui tanto si è discusso il mese scorsi nei giorni di Consiglio europeo, visto che il Premier olandese Mark Rutte ne ha chiesto l’abolizione. La sottosegretaria all’Economia ha ricordato che si tratta di “una misura emergenziale in un contesto in cui sarebbe stato meglio procedere con proposte di tipo strutturale. Mi ha colpito che, oltre ai dipendenti pubblici, nel lavoro privato hanno fatto richiesta persone con un reddito basso o nullo. Il problema non è l’anticipo della pensione, ma l’età prossima alla pensione di soggetti esclusi dal mercato che non hanno la possibilità di trovare un’altra occupazione. Dovremo accompagnare queste persone alla pensione, oltre a lavorare con un orario ridotto, ad esempio”.

LA SFIDA PER IL DOPO QUOTA 100

Secondo Guerra, questo è “un problema che dovremo affrontare nel medio periodo. Accadrà sempre più spesso con la trasformazione tecnologica”. Come noto, è ripreso il confronto tra Governo e sindacati sulla riforma pensioni e per l’esponente del Pd bisognerà “individuare con maggiore scientificità le categorie di persone interessate, a partire da coloro che hanno fatto lavori usuranti. Dovremo anche considerare un problema posto da un sistema previdenziale sempre più contributivo. A chi ha carriere lavorative intermittenti perché si è formato, è precario, è disoccupato dovrebbe essere riconosciuta la tutela sociale. È una sfida enorme. Anche questo passaggio va affrontato con un pensiero lungimirante”.

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