RIFORMA PENSIONI/ Quanto si perde con il contratto di espansione

- Lorenzo Torrisi

Riforma pensioni, le stime che sono state realizzate sulla perdita che comporta l’ingresso in quiescenza con il contratto di espansione

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(Pixabay)

QUANTO SI PERDE COL CONTRATTO DI ESPANSIONE

In un articolo pubblicato su MoltoEconomia, l’inserto del Messaggero, viene ricordato che il contratto di espansione, considerato ormai una misura di riforma pensioni resa recentemente utilizzabile anche alle imprese con almeno 100 addetti, consente sì un’uscita anticipata dal lavoro fino a 5 anni, m con conseguenze sull’importo della futura pensione. Secondo le stime di Progetica, infatti, un lavoratore con uno stipendio di 1.500 euro al mese andando in quiescenza a 67 anni avrebbe 1.228 euro al mese, mentre con il contratto di espansione e l’uscita a 62 anni vedrebbe scendere l’assegno a 1.081 euro, una differenza del 12% che potrebbe essere inferiore nel caso di un anticipo di minor durata. Come evidenzia Andrea Carbone, economista e partner di Progetica, toccherà a ciascun lavoratore fare la sua scelta “tra tempo e denaro: meglio andare in pensione prima, con un assegno un po’ più basso, o più tardi, ma con una pensione più elevata? Ad ogni lavoratore la propria risposta”. Sempre che abbia la possibilità di fare una scelta.

GHISELLI: ”NO RICALCOLO CONTRIBUTIVO”

Dopo la sonora bocciatura della Corte dei Conti sulla Quota 100, il timore che la prossima riforma pensioni debba essere decisamente meno “costosa” e impegnativa per le casse Inps non è da sottovalutare: per il sottosegretario confederale della Cgil, Roberto Ghiselli, il futuro non dovrebbe comunque prevedere operazioni al ribasso data l’emergenza di riformare la previdenza italiana. Intervistato da “Pensioni per tutti” il sindacalista afferma «le scelte sul sistema previdenziale non possono essere meramente contabili, parliamo della vita delle persone […] Le risorse che si sono risparmiate non sono mai ritornate sul capitolo previdenza. Da qui si potrebbe partire se si vuol parlare di coperture finanziarie delle future misure che auspichiamo». Resta la proposta Cgil di pensare ad un’uscita anticipata a 62 anni, senza però il ricalcolo contributivo: «Sulla parte retributiva un costo c’è ma è sempre meno rilevante in quanto chi andrà in pensione da ora in poi avrà una parte retributiva inferiore a un terzo del totale dei contributi». Infine, l’insegnamento di Quota 100 – per Ghiselli – dovrebbe consigliare già la strada da intraprendere: «Una soglia più bassa per andare in pensione non significa un obbligo ad andarci ma una libera scelta lasciata alle persone». (agg. di Niccolò Magnani)

LE PAROLE DI DURIGON

Secondo Claudio Durigon, “dalla relazione della Corte dei Conti sul sistema pensionistico si evincono i danni procurati della legge Fornero. Al 31/12/2020 sono 316mila i lavoratori che sono andati in pensione con Quota 100, con Opzione Donna si sono oltrepassati i 350 mila pensionamenti nel biennio, e c’è chi ancora dice che è stato uno strumento poco attrattivo.  Per riparare agli errori della legge del 2012 (Fornero appunto) il Parlamento ha dovuto normare le salvaguardie per 130 mila lavoratori con costi altissimi!!!”, sono le parole del sottosegretario all’Economia scritte in un post su Facebook. Dal suo punto di vista, in tema di riforma pensioni, “non ci si può concentrare su un’Ape Social rivisitata (60mila lavoratori in pensione). Il Contratto di espansione potenziato è uno degli strumenti da mettere a disposizione della riorganizzazione aziendale, ma non basta, serve formulare una nuova norma che dia finalmente concretezza e stabilità al sistema pensionistico. Quota 100 ha rappresentato una libertà di scelta per i lavoratori, caratteristica dalla quale non potrà prescindere qualsiasi riforma che si intenderà mettere in campo con la prossima finanziaria”.

LE CONSIDERAZIONI DELLA CORTE DEI CONTI

Nella Relazione annuale della Corte dei Conti vi sono delle parole sul capito previdenziale che contengono alcuni “consigli” in tema di riforma pensioni. Come riporta il sito del Giornale, in particolare, i magistrati contabili ritengono che “andrebbe esaminato il tema di come garantire una maggiore flessibilità in uscita preservando però, per la componente retributiva dei trattamenti, quegli elementi di equità attuariale che informano la crescente platea di lavoratori la cui pensione è calcolata con il metodo interamente contributivo”. Inoltre, “sarebbe utile considerare l’ipotesi di costruire, eventualmente con gradualità ma in un’ottica strutturale, un sistema di uscita anticipata che converga su una età uniforme per lavoratori in regime retributivo e lavoratori in regime contributivo puro”. Difficile capire quale potrebbe essere concretamente la misura per tenere insieme queste indicazioni, che tuttavia rafforzano le richieste di chi ritiene occorra più flessibilità nel sistema pensionistico italiano.

RIFORMA PENSIONI, LE RICHIESTE DELL’ANP-CIA

L’Anp-Cia di Rovigo ricorda che le pensioni italiane sono “le più tartassate in Europa, mentre i pensionati versano un gettito Irpef allo Stato di 52 miliardi (17,6%. del totale)” e “in questo quadro desolante desta particolare allarme il tema delle pensioni agricole che, per le prime fasce di contribuenza, prevede future pensioni da fame (circa 280–300 euro al mese). Ed è paradossale che un lavoratore dipendente di queste aziende, ancorché stagionale, arrivi ad una pensione sensibilmente superiore”.

Per questo, come riporta rovigooggi.it, la prima rivendicazione dell’associazione, “in linea con la confederazione CIA, è l’aumento delle pensioni minime attuali, ingiuste ed inadeguate a garantire una vita dignitosa”, in particolare tramite “una pensione base minima 650 euro al mese, più una quota derivante dal calcolo contributivo versato dal 1° gennaio 1996”.

RIFORMA PENSIONI, LA CRITICA AI SINDACATI

Mauro Marino, intanto, in un articolo su pensionioggi, evidenzia che i sindacati, dopo aver riproposto a inizio maggio la loro piattaforma unitaria in tema di riforma pensioni “hanno richiesto a più riprese di essere ricevuti dal Ministro Orlando per l’inizio delle trattative, ma si sono limitati a quello, non hanno organizzato alcuna manifestazione che coinvolgesse i lavoratori. Da troppo tempo aspettano solamente la convocazione senza fare nulla”. Per questo Marino elogia “i gruppi Facebook. Nati spontaneamente, crescono sempre più e rappresentano i cittadini, i loro reali problemi, i loro dubbi e le loro perplessità. Sono cioè veramente a contatto con le persone e fanno quello che i politici e i sindacati dovrebbero fare da tempo. Essere partecipi dei problemi del popolo e cercare di risolverli”.

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