RIFORMA PENSIONI/ Le distanze tra Governo e sindacati dopo il nuovo incontro

- Giuliano Cazzola

Dalle notizie che sono trapelate quello di ieri tra Governo e sindacati sulla riforma pensioni non è stato un incontro inutile, ma restano delle distanze

Andrea Orlando
Andrea Orlando (LaPresse)

RIFORMA PENSIONI, SINDACATI E GOVERNO: SOFFIA UNA BRUTTA ARIA

La riforma pensioni è salita sull’ultimo treno per le ferie. Tuttavia, dalle notizie che sono trapelate quello di ieri non è stato un incontro inutile, anche se, dalle dichiarazioni rilasciate all’uscita, non sembra che i leader sindacali si siano accorti dell’aria che tira. Il primus inter pares tra i Segretari generali, Maurizio Landini, appena intravisti i giornalisti, ha illustrato per l’ennesima volta le proposte dei sindacati, con la stessa sicumera di chi è convinto di aver ricevuto in dono le Tavole della previdenza sulle colline reggiane. «Abbiamo spiegato qual è la nostra piattaforma – ha dichiarato Landini – ma abbiamo anche chiesto esplicitamente che il Governo ci dica se si può aprire o no una trattativa sulla nostra piattaforma.

A settembre dunque è necessario entrare nel merito perché il tipo risposte che ci verranno date sono importanti e noi intendiamo su questo farne una vera e propria vertenza, avviare una mobilitazione» (A Maurì! Facce Tarzan!). Poi, qualcuno deve avergli chiesto: “Ma chi paga?”. In merito alle risorse – scrivono le agenzie – Landini ha osservato che «bisogna tornare a separare assistenza e previdenza perché se separiamo queste due spese la spesa previdenziale nel nostro Paese non è superiore alla media europea». 

RIFORMA PENSIONI, I NUMERI SBALLATI DI LANDINI

Neppure il salumiere sottocasa (lo diciamo con grande rispetto per questa professione) fa i conti in questo modo. Quando si cambiano le regole in melius c’è sempre una maggiore spesa da sostenere (l’Inps nel XX Rapporto ha calcolato la maggiore spesa per tutte le proposte presenti nel dibattito). Non si può dire: “Vada a riscuotere dall’assistenza”. La spesa per le prestazioni erogate a tale titolo non verrebbe ridotta (tagliamo gli assegni sociali?), mentre quella “pura” a titolo di pensioni aumenterebbe (secondo l’Inps con quota 41 anni di 75 miliardi cumulati in un decennio). Ecco perché la risposta di Landini è tutto un programma, come se la spesa per la c.d. assistenza fosse una cambiale “a babbo morto”.

Un segretario confederale dovrebbe sapere che le statistiche a livello europeo vengono effettuate secondo criteri uniformi e che non è consentito ad un Paese di “sommergere” un’importante voce di spesa amalgamata con quella previdenziale. Ovviamente, se si dovessero rivedere i criteri delle statistiche ciò non potrebbe avvenire in modo unilaterale. Tutti i Paesi sarebbero abilitati a stralciare i costi che il bilancio dello Stato sostiene per coprire i disavanzi dei sistemi pensionistici. Così l’Italia resterebbe ancora il Paese che spende di più. Ma lasciamo perdere, per carità di Patria. Piuttosto concentriamoci sull’incontro, partendo dal comunicato del Ministro: “Si è aperto un confronto sul tema della previdenza. Il sindacato ha esposto la propria piattaforma, noi abbiamo proposto il lavoro che è emerso da una commissione che dovrà definire il lavori cosiddetti ‘gravosi’. Alla luce delle valutazioni e dei pareri degli altri ministeri coinvolti proseguirà la discussione mi auguro con un esito positivo”.

RIFORMA PENSIONI, I MESSAGGI IN CODICE DI ORLANDO

Vediamo di decrittare le parole di Orlando. In primo luogo, è chiaro che non esiste ancora una posizione del Governo, tanto che nell’incontro si è presentato l’elaborato di una commissione, istituita dall’ex ministra Catalfo. È tuttavia intuibile la linea che il Ministro intenderebbe seguire, che è poi la stessa che aveva fatto capolino nel Pnrr, prima che la Lega ne avesse preteso e ottenuto la soppressione. Poche righe, ma coerenti con l’avvio del confronto con i sindacati svoltosi ieri: “In tema di pensioni, la fase transitoria di applicazione della cosiddetta Quota 100 terminerà a fine anno e sarà sostituita da misure mirate a categorie con mansioni logoranti”.

Come si possono interpretare, allora, le intenzioni del Ministro (e del Governo?) quando ha presentato un documento in cui era affrontato il tema del lavoro disagiato? La risposta più logica -alla luce delle righe soppresse che oggi sembrano molto chiare alla luce dei fatti – sarebbe quella di rafforzare l’Ape sociale (e di conseguenza anche la normativa per i c.d. quarantunisti/precoci): un istituto introdotto nel 2017 per consentire l’anticipo del pensionamento nei casi di effettivo bisogno individuati in alcune situazioni di difficoltà personali o famigliari e in alcune categorie (dalle 11 iniziali si è passati a 15) riconducibili al lavoro disagiato (un concetto, diverso da quello di usurante, che non era mai stato contemplato nella letteratura previdenziale e che rischia sempre l’allargamento, se non lo sfondamento, del perimetro perché “lavorare stanca”).

Un’altra ipotesi potrebbe essere quella di prevedere requisiti pensionistici più ridotti per le categorie ritenute disagiate. Ci sarebbe comunque il superamento del criterio alla base di quota 100 ovvero una misura priva di condizionamenti se non quelli sanciti come requisiti. Pertanto, se questa fosse l’impostazione, per coloro che non fossero in grado di far valere le condizioni oggettive di difficoltà o di disagio, tornerebbe ad applicarsi la riforma Fornero.

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