Riforma pensioni/ Pasini su Quota 100: sapevamo che non poteva funzionare

- Lorenzo Torrisi

Sono tre i candidati per la presidenza di Confindustria. E tutti sembrano condividere la stessa posizione critica rispetto alla riforma pensioni con Quota 100

Palazzo Confindustria CC720
Palazzo Confindustria (CC Blackcat)

PASINI SU QUOTA 100 E RDC

Sono tre i candidati per la presidenza di Confindustria. E tutti sembrano condividere la stessa posizione critica rispetto alla riforma pensioni con Quota 100 e al reddito di cittadinanza. In linea del resto con quanto dichiarato nei mesi scorsi dall’attuale numero uno di viale dell’Astronomia Vincenzo Boccia. Se Carlo Bonomi ha già avuto modo in passato, come Presidente di Assolombarda, di criticare Quota 100, Licia Mattioli in televisione ha avuto modo di spiegare come la misura previdenziale non abbia aiutato l’ingresso nel mondo del lavoro dei giovani come era stato detto prima del suo varo. Ora anche Giuseppe Pasini, intervistato dal Corriere della Sera, evidenzia, a proposito di Quota 100 e Reddito di cittadinanza: “Sapevamo che non potevano funzionare e infatti non hanno funzionato”. Al di là dell’esito dell’elezione del nuovo Presidente, la posizione di Confindustria nei confronti di Quota 100 è dunque già chiara fin da ora. Resta da capire quale sarà il giudizio su quel che potrà uscire dal confronto tra Governo e sindacati sulla riforma pensioni.

IL PREPENSIONAMENTO FAI DA TE

In un articolo su Italia Oggi, Daniele Cirioli riporta un caso, raccontato anche dal Mattino la scorsa settimana, di quello che viene definito un “prepensionamento fai da te”. Va detto che non si tratta del nome di una misura di riforma pensioni. Semplicemente la società Salerno Pulita negli ultimi quattro mesi ha effettuato due licenziamenti per giusta causa contestando l’assenteismo di due dipendenti. Licenziamenti che non sono stati impugnati. Vengono quindi riportate le parole di un dipendente dell’azienda, che preferisce restare anonimo, secondo cui “si transita attraverso la disoccupazione per poi andare direttamente in pensione”. In pratica i lavoratori cercherebbero di farsi licenziare in modo da poter percepire la Naspi ed eventualmente il Reddito di cittadinanza e poter poi accedere alla quiescenza. Si tratta di congetture che, va specificato, andrebbero tutte provate, anche perché non è nota l’età dei due dipendenti in questione. È noto infatti che la Naspi viene erogata al massimo per due anni, un tempo che potrebbe non essere sufficiente a garantirsi l’accesso alla pensione.

DADONE APRE A QUOTA 101

Una novità in tema di riforma pensioni arriva tramite le dichiarazioni di Fabiana Dadone. “Per noi Quota 100 resta, è importante e ci teniamo a mantenerla in piedi. Si potrà eventualmente valutare se portarla a Quota 101, ma sono valutazioni preliminari. Il trenino di prova di Quota 100 rimane dov’è”, ha detto la ministra della Pubblica amministrazione intervenendo ai microfoni di Radio Uno. Secondo quanto riporta il sito di Repubblica, Dadone ha anche detto che “dovrebbe chiudersi in tempi abbastanza celeri” l’iter per arrivare ad arrivare l’anticipo del Tfs fino a 45.000 euro che era stato previsto tra le misure previdenziali della manovra varata a fine 2018. “L’intento è riuscire ad avere un tasso di interesse talmente basso da permettere con la detrazione un costo quasi nullo per il cittadino”, ha evidenziato la ministra. Sono però diversi mesi che l’attesa si protrae. Va ricordato che la misura riguarderebbe tutti i dipendenti pubblici che accedono alla pensione e non solo quanti hanno scelto di utilizzare Quota 100.

LA SCADENZA PER QUOTA 41

Come ricorda pensionioggi.it, “il 1° marzo 2020 spira la prima finestra utile per produrre l’istanza di verifica del possesso dei requisiti per andare in pensione con 41 anni di contributi a prescindere dall’età anagrafica”. Va ricordato che questa scadenza “riguarda i lavoratori precoci – cioè coloro che possono vantare almeno 12 mesi di lavoro effettivo prima del 19° anno di età – che si riconoscono in uno nei profili di tutela previsti dall’articolo 1, co. 199 della legge 232/2016 (disoccupati, caregivers, invalidi, addetti alle mansioni gravose o alle mansioni usuranti) e che maturano nel corso del 2020 il requisito contributivo di 41 anni ovvero 2132 settimane contributive”. Una volta che l’Inps verificherà “se ci sono le condizioni oggettive per la concessione del beneficio (cioè la possibilità di pensionarsi a prescindere dall’età anagrafica con 41 anni di contributi) inclusa la disponibilità dei fondi”, “comunicherà al lavoratore (entro il 30 giugno 2020) la prima decorrenza della prestazione”.

LE TRE CRITICITÀ SECONDO BRAMBILLA

Si continua a parlare del VII Rapporto sul bilancio del sistema previdenziale italiano curato da Itinerari previdenziali e presentato proprio nei giorni in cui Governo e sindacati si confrontano sulla riforma pensioni. L’Associazione nazionale anziani e pensionati, aderente alla Confartigianato, evidenzia che secondo Alberto Brambilla ci sono “3 principali criticità sulle quali intervenire con altrettanti strumenti di semplificazione del sistema: la totale equiparazione delle regole e delle tutele (integrazione al minimo) per i giovani contributivi che hanno iniziato a lavorare dall’1/1/1996 e l’istituzione di un “fondo pensione” per i contributivi, alimentato da subito con 500 milioni l’anno proprio per finanziare le tutele che oggi i cosiddetti contributivi puri non hanno a disposizione, a partire dal 2036; il blocco dell’adeguamento alla speranza di vita del requisito di anzianità contributiva richiesto per la pensione anticipata, con ulteriori sconti per precoci e lavoratrici madri; l’utilizzo dei fondi esubero per lavoratori con problemi e la reintroduzione delle forme di flessibilità già previste dalla riforma Dini/Treu, consentendo quindi il pensionamento con 64 anni di età e 37/38 di contributi”.

RIFORMA PENSIONI, LE PAROLE DI PROIETTI

Governo e sindacati faranno un nuovo punto nell’ambito del confronto sulla riforma pensioni il 13 marzo. Nell’ultimo tavolo si è parlato di previdenza complementare e Domenico Proietti, al termine dell’incontro, ha evidenziato che “abbiamo il miglior sistema di previdenza integrativa dell’Occidente, ora dobbiamo fare semplicemente una ‘manutenzione’, a partire dalla definizione di un nuovo semestre di silenzio-assenso che consenta ai lavoratori di riflettere e decidere se iscriversi ai fondi negoziali”. Il Segretario confederale della Uil non ha nascosto che occorre anche “riportare la tassazione sui rendimenti dall’11 al 20% e, in prospettiva, armonizzarla a quella adottata per i fondi comuni di investimento, che hanno solo una tassazione finale, in coerenza con ciò che avviene nel resto d’Europa”.

LE RICHIESTE SINDACALI

Dal suo punto di vista “serve, inoltre, un provvedimento legislativo per dare la possibilità ad alcune categorie, come ad esempio quelle del comparto sicurezza, di poter accedere alla previdenza complementare, dalla quale oggi sono escluse”. Proietti ha aggiunto che i sindacati hanno “anche chiesto un tavolo per contrastare l’evasione contributiva in questo campo e, inoltre, abbiamo ribadito la nostra contrarietà alla istituzione di un fondo pubblico di previdenza complementare gestito dall’Inps. Infine occorre sostenere il progetto che punta a investire parte delle risorse dei fondi sull’economia italiana e sul nostro sistema produttivo. Ci aspettiamo dal Governo risposte coerenti a queste nostre proposte”.

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