RIFORMA PENSIONI/ Le mosse per evitare l’addio al lavoro a 70 anni

- int. Valeria Filì

Per una vera riforma delle pensioni sostenibile bisogna mettere mano al welfare e ai diritti quesiti del sistema previdenziale

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Lapresse

RIFORMA PENSIONI. Il Governo ha varato il disegno di legge di Bilancio che ha da poco iniziato un iter parlamentare che quest’anno dovrà essere particolarmente rapido. Come ricorda Valeria Filì, nel testo «non è previsto uno specifico intervento sulla pensione anticipata “quota 100”. In ogni caso “quota 100” scade a fine 2021 e, in alcune dichiarazioni alla stampa, il Presidente del Consiglio si è fatto sfuggire che tale anticipo pensionistico non sarà rinnovato». Con l’intervista alla Professoressa ordinaria di Diritto del lavoro e della sicurezza sociale nell’Università di Udine prosegue il percorso a cura del Dipartimento Lavoro e Welfare della Fondazione per la Sussidiarietà volto a offrire ai lettori di questo giornale un contributo di comprensione e di giudizio sull’assetto del sistema pensionistico.

Che valutazione dà di Quota 100? Risponde a esigenze reali?

Prima di esprimere una valutazione sulla misura, è opportuno ricordare che essa rappresenta una delle varie ipotesi di anticipo pensionistico, configurando sostanzialmente una pensione di anzianità, com’è noto messa al bando dalla Riforma Fornero del 2011 perché incompatibile con i conti pubblici. La sua riproposizione a distanza di sette anni è stata motivata con l’obiettivo di liberare posti per le nuove generazioni, garantendo un turn over bloccato da anni. L’esito non è stato quello sperato per due ordini di ragioni.

Quali?

La prima è che il turn over è stato percentualmente molto basso; la seconda è che i requisiti previsti (62 anni di età e 38 anni di contributi) hanno consentito l’accesso a limitate categorie di prestatori di lavoro, soprattutto pubblici dipendenti, con l’effetto di sguarnire le pubbliche amministrazioni e in specie il settore della sanità, come dimostrano gli appelli ai medici in pensione (proprio con “quota 100”) di rientrare in servizio per fronteggiare l’ondata pandemica. Nel settore privato “quota 100” ha funto da ammortizzatore sociale, ma senza creare nuova occupazione. Mi pare quindi chiaro che l’obiettivo enunciato al momento del varo della misura è totalmente fallito, senza considerare che le finanze pubbliche oggi più che mai non sono in grado di reggerla.

Quota 100 scade a fine 2021: qualcuno parla della necessità di superare lo “scalone” che ne conseguirebbe, cosa ne pensa? Occorre un’altra misura di pensionamento anticipato?

Nel nostro Paese, la speranza di vita media, prima del COVID-19, era di oltre 80 anni, anche per gli uomini. Ora, però, dobbiamo fare i conti con il virus SARS-CoV-2 e quindi verificare quanto questo ha inciso e inciderà nel breve e nel lungo periodo sulla mortalità della popolazione residente in Italia. Queste considerazioni, unite a una fredda analisi del contesto socio-economico, sono fondamentali per elaborare delle riforme serie ed efficaci per il futuro. Il pensionamento anticipato, a mio parere, andrebbe limitato il più possibile e ritagliato per categorie specifiche di persone. I precoci, gli addetti a lavorazioni usuranti, care givers, disabili e malati cronici, queste sono, secondo me, le categorie da far uscire per prime dal mercato del lavoro. Per gli altri ultrasessantenni dovrebbero essere previste e incentivate forme di transizione dalla vita attiva alla pensione che consentano di continuare a lavorare a orario ridotto, in modo da stimolare un invecchiamento c.d. attivo e alleggerire il costo a carico dello Stato.

Il tema caldo del dibattito è, dalla legge Fornero, l’età pensionabile, oggi a 67 anni, destinati ad aumentare indefinitamente per via dell’adeguamento automatico alla speranza di vita. Andremo in pensione tutti a 70 anni e oltre? L’ordinamento previdenziale legittima una simile dinamica?

Il pensionamento a 70 anni e oltre, se le aspettative di vita dovessero crescere (SARS-CoV-2 permettendo), è un dato fondato sulla normativa in materia, quindi la risposta non può che essere affermativa. Altro è se si condivide questa soluzione che combina due fattori, quello anagrafico e quello finanziario, la cui razionalità è tutto da verificare. La sostenibilità del Welfare è un problema concreto ed è sotto gli occhi di tutti. A mio parere, se le politiche per il lavoro stimolassero realmente una maggiore occupazione giovanile e, in particolare, una maggiore occupazione femminile e se le politiche per la famiglia garantissero più servizi per l’infanzia e l’adolescenza, le coppie giovani sarebbero aiutate nei loro progetti di vita e le donne sarebbero maggiormente spronate a fare figli, desiderio che oggi spesso resta insoddisfatto, come emerge dal tasso di fecondità italiano pari al 1,29 figli per donna e dall’età media delle donne al primo parto pari a 32,1 anni. Con più lavoro regolare e più figli si potrebbe dare una scossa positiva a questo Paese e sostenere un Welfare in grande difficoltà. Quindi, senza una seria riforma delle politiche del lavoro e della famiglia non è possibile riformare il sistema di Welfare e senza tali riforme occorrerà andare in pensione a 70 anni.

Nel sistema pensionistico esiste un conflitto tra generazioni, un problema di equità o solidarietà intergenerazionale? Come affrontarlo? 

Certo che esiste il problema e non solo lo possiamo affrontare ma lo dobbiamo affrontare, altrimenti il declino dell’Italia sarà inesorabile. Bisogna puntare su investimenti che creino occupazione regolare e diano speranze per il futuro e fiducia ai giovani e alle giovani. Senza questo, i nostri figli e le nostre figlie non si affrancheranno mai dalle famiglie d’origine, diventando un peso per i genitori e continuando a vivere con loro in una pericolosa simbiosi che invece di sviluppare gratitudine si trasforma in rancore. Viviamo in una gerontocrazia e questo è sotto gli occhi di tutti. Stimolare la crescita significa investire in servizi per l’infanzia e la terza o quarta età, creare le condizioni perché il mercato del lavoro sia più fluido e si riesca a entrarvi con maggior facilità. Ovviamente per centrare questo obiettivo occorre mettere mano al “totem” del nostro sistema previdenziale, cioè ai diritti quesiti ricalibrando l’allocazione delle risorse ed evitando che nel sistema di sicurezza sociale continuino a convivere, al pari del mercato del lavoro, insider e outsider.

L’Ue (ma anche l’Ocse) ha evidenziato la necessità di ridurre la spesa pensionistica italiana considerata elevata in rapporto al Pil. I sindacati, e non solo, sostengono la necessità di separare assistenza e previdenza. Dovrebbero anche partire i lavori di una commissione tecnica sul tema. Pensa che sia possibile arrivare facilmente a questa separazione?

Parlare di separazione tra previdenza e assistenza significa toccare il “cuore” del nostro sistema di sicurezza sociale e i suoi fondamenti costituzionali. Concentrando l’opinione in poche battute, non può farsi a meno di richiamare il pensiero di Mattia Persiani, sostenitore della tesi monistica, secondo cui ciò che rileva è il fondamento della tutela, cioè la liberazione dal bisogno nel quale si trovi il cittadino, lavoratore o non. E allora una vera riforma non può che partire dalla nozione di “bisogno” abbandonando quella di bisogno presunto, imperante nel nostro sistema, in favore di un bisogno accertato, di volta in volta, qualunque sia l’evento generatore dello stesso. Non può farsi finta di nulla di fronte alle quotidiane notizie che molti arrestati per crimini di vario genere siano percettori del Reddito di cittadinanza. A ciò si aggiunga il coinvolgimento diretto, in termini finanziari, di chi quel bisogno ha generato o concorso a generare. A questa condizione il sistema può unificarsi, divenendo abbastanza irrilevante parlare di previdenza o di assistenza.

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