RIFORMA PENSIONI/ Per aiutare i giovani serve davvero chiamare in causa l’Inps?

- Natale Forlani

Nella Nadef viene confermata la volontà di varare un intervento di riforma pensioni in favore dei giovani utilizzando l’Inps

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Pasquale Tridico (Lapresse)

RIFORMA PENSIONI. Nella Nota di aggiornamento del Def recentemente approvata dal Consiglio dei ministri emerge l’intenzione di rilanciare un Fondo di Previdenza complementare, gestito direttamente dall’Inps, per l’obiettivo di costituire una “pensione di garanzia per i giovani”. Al momento l’affermazione non è corredata da una delucidazione riguardo i contenuti del potenziale intervento. Data la nota difficoltà di reperire le risorse per rendere sostenibili gli equilibri finanziari della prossima Legge di stabilità, è assai probabile che il tema, insieme ad altri propositi, finisca nell’articolato titolato “Vorrei tanto, ma non posso”.

Tuttavia la problematica merita attenzione, sia per l’oggettiva evidenza di come il sistema contributivo, combinato con carriere professionali incerte, possa riservare amare sorprese per le giovani generazioni, sia per l’opportunità di affidare all’Inps la gestione di un fondo complementare per la finalità di integrare queste pensioni.

Vediamo nell’ordine. Le giovani generazioni hanno prevedibilmente davanti a loro la prospettiva di vivere più a lungo, in un mercato del lavoro influenzato dalle innovazioni tecnologiche e organizzative che renderanno il lavoro meno faticoso e fortemente mobile. Una combinazione di fattori positivi e di incertezze che sono già in atto e che sono destinate ad aumentare. È difficile fare previsioni attendibili sul lungo periodo e comprendere quali impatti produrranno sull’occupazione e sulla distribuzione del reddito. Ma diversi di questi esperti cominciano a teorizzare che i sistemi previdenziali a ripartizione, dove le pensioni in essere vengono erogate utilizzando le risorse contributive versate da chi lavora, debbano essere corretti e integrati da risorse provenienti dalle entrate fiscali per precostituire una sorta di pensione minima garantita.

Questa fattispecie, tra l’altro è già in essere, se teniamo conto che tra integrazioni dei minimi pensionistici, pensioni di invalidità, sgravi contributivi rivolti a incentivare le assunzioni o anticipare pensionamenti, lo Stato versa all’Inps circa 110 miliardi l’anno. Un’evenienza del genere viene ipotizzata da alcuni esperti anche per rimpinguare le pensioni dei giovani calcolate con il sistema contributivo, stimate a regime intorno a un valore del 60% del salario precedentemente percepito a condizione di aver lavorato in continuità (rispetto all’attuale 75-80% delle pensioni erogate con il sistema retributivo e misto). Pertanto tali trattamenti dovrebbero essere integrati da un concorso di interventi dello Stato che offrano una copertura figurativa per i periodi di disoccupazione involontaria, analogamente a quanto avviene per i percettori delle indennità di disoccupazione e di cassaintegrazione ovvero ripristinando a determinate condizioni (un minimo di anzianità lavorativa) le pensioni minime garantite.

Sul versante privato è già in essere un sistema di previdenza complementare, fiscalmente agevolato, che tramite i fondi bilaterali promossi dalla contrattazione collettiva consente di accantonare quote di salario o del trattamento di fine lavoro. Risorse che vengono investite in azioni e titoli a rendimento per erogare una pensione integrativa in coincidenza con l’accesso a quella pubblica. Importante sottolineare che sia per la parte pubblica che per quella privata, attraverso la trasferibilità/portabilità dei contributi e del capitale versato, è già possibile ricongiungere i versamenti e i rendimenti superando gli inconvenienti derivanti dalla mobilità lavorativa.

È del tutto evidente che le possibili soluzioni – le integrazioni delle pensioni minime, le coperture per i periodi di disoccupazione, di formazione e di maternità, ovvero ulteriori incentivi per le quote di accantonamento – richiedono innovazioni normative e coperture finanziarie che vanno individuate (tra l’altro con riflessi che potrebbero comportare negli anni un costo di decine di miliardi di euro). Ma sono del tutto indifferenti rispetto alla modalità di gestione .

E veniamo a questo secondo aspetto. È opportuna la costituzione presso l’Inps di un fondo destinato a gestire una “pensione di garanzia” per i giovani? Nei casi ipotizzati di integrazione alla pensione pubblica il problema nemmeno si pone: è quello che avviene in via ordinaria per tutte le eventualità di questo genere. Per quanto riguarda la previdenza complementare, l’ipotetica aggiunta di incentivi per gli accantonamenti verrebbe gestita a monte dalle imprese e non si comprende perché i giovani dovrebbero essere estrapolati dai fondi complementari esistenti e dai vantaggi derivanti dalla maggior massa di risorse investite.

Un’esperienza, del tutto negativa, è già stata fatta con la costituzione per legge presso l’Inps di un fondo di previdenza complementare (Fondinps) per i lavoratori di aziende che non avevano aderito ad altri fondi di derivazione contrattuale. La commistione della natura pubblica dell’Inps, la precarietà dei rapporti con un sistema delle imprese estremamente frazionato e disomogeneo e l’esigenza di assicurare una politica di investimenti con rendimento adeguato hanno portato gli organi del fondo, parti sociali comprese, a chiedere al legislatore di dichiarare esaurita la funzione del fondo e di trasferire le attività presso un altro fondo bilaterale di derivazione contrattuale. Un percorso già avviato e che è in fase di completamento.

Il proposito di costruire una prospettiva meno incerta per le pensioni future delle giovani generazioni è meritorio. Ma sarebbe anche doveroso trattare il problema con chiarezza e serietà.

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