RIFORMA PENSIONI/ Quota 100 o Quota 92 resta un “buco” fino al 2026

- Giuliano Cazzola

Riforma pensioni, è acceso il dibattito sul futuro di Quota 100. Si sottovaluta così un’altra misura dagli effetti importanti

Catalfo Bianco Lapresse1280
Nunzia Catalfo (Lapresse)

IL PUNTO SULLA RIFORMA PENSIONI. Dopo l’approvazione della Nadef il Governo cerca di stringere i tempi sul disegno di legge di bilancio per il 2020. Non è ancora chiaro quale sarà la sua struttura: quanto andrà a far parte del decreto fiscale collegato e quanto – che non troverà posto nel ddl – sarà affidato a successivi provvedimenti. Nelle discussioni dell’ultima ora è tornato alla ribalta uno dei temi che un anno fa, in analoghe circostanze, appassionavano i talk show, sempre allertati quando si parla di pensione e di pensionati, essendo la prima la massima aspirazione degli italiani, da raggiungere il più presto possibile e rappresentando i secondi, nell’immaginario collettivo, la categoria maggiormente penalizzata e costretta a compiere salti mortali per mettere insieme il pranzo con la cena.

Riecco allora quota 100, sempre viva e pimpante, benché la sua applicazione abbia deluso le speranze di chi si aspettava un grande successo nelle adesioni e un risultato ancora migliore nel turn over tra anziani prepensionati e giovani in cerca di lavoro. E il tema riscalda di nuovo i cuori e riapre le polemiche: i renziani chiedono di intervenire su Quota 100 per liberare risorse, ma Nunzia Catalfo, ministro M5S del Lavoro, esclude modifiche di alcun tipo (come ha del resto assicurato finora il ministro Gualtieri). 

È bene ricordare quali sono i problemi connessi alle misure di cui al decreto n.4/2019 in materia di pensioni: in quale misura è opportuno confermare o modificare la disciplina temporanea e sperimentale vigente; quali soluzioni dovranno intervenire (un ritorno alle regole della riforma Fornero o che altro?) quando scadranno i termini (alla fine del 2021 per quota 100, del 2026 per il pensionamento ordinario di anzianità bloccato a 42 anni e 10 mesi, un anno in meno per le donne).

Si sono collocati lungo una linea di mediazione due componenti del brain trust dei governi della scorsa legislatura. Il primo è Marco Leonardi, già stretto collaboratore di Paolo Gentiloni, il quale in un articolo su Il Foglio, ha ipotizzato taluni elementi di “un’uscita di sicurezza” per quota 100. “L’unica alternativa al rialzo dell’Iva – scrive Leonardi – è riprendere la discussione con le parti sociali per costruire un sistema pensionistico più giusto fondato su due pilastri – rete di assistenza con Ape sociale per chi è disoccupato o lavoratore gravoso e flessibilità di uscita per tutti gli altri. Trovato un accordo, che dovrebbe partire dal 2021, si dovrebbe poter considerare subito superata quota 100″. “È evidente – prosegue – che toccare quota 100 è impopolare, ma si dovrebbe riconoscere che quota 100 nel 2021 riguarderà un numero molto contenuto di persone (100/150 mila) ciascuna delle quali otterrebbe un beneficio pro capite di diverse decine di migliaia di euro (40/50 mila)”.

Ma se questo Governo ha intenzione di rimanere fino all’elezione del presidente della Repubblica nel 2022 non riuscirà – secondo Leonardi – a sottrarsi a una rivisitazione del sistema pensionistico, da compiere il più presto possibile. Altrimenti nell’ottobre 2021 la richiesta di prorogare quota 100 diventerebbe inevitabile; e nessuna forza politica, di fronte a un anno in cui si elegge il presidente e poi forse si va alle elezioni politiche anticipate, potrebbe reggere un innalzamento dell’età pensionabile dai 62 anni di quota 100 ai 67 anni della legge Fornero.

Il ricalcolo contributivo – sostiene Leonardi – è un modo naturale per dare la flessibilità di uscita: quota 100 con calcolo contributivo potrebbe diventare la base di un intervento strutturale e permanente su cui “scivolare” al termine di quota 100 dal 2022 in poi. Una flessibilità di uscita “a pagamento” (per l’applicazione integrale del calcolo contributivo), esattamente come avviene in Germania, accompagnata con una rete di protezione dell’anticipo pensionistico di natura sociale per disoccupati, disabili, caregivers e lavoratori gravosi che non raggiungono i requisiti della pensione sarebbe – secondo Leonardi – un’ottima soluzione per il lungo periodo.

Ed è qui che entra in campo Tommaso Nannicini il “cervello” di Matteo Renzi, quando era premier (rimasto tuttavia nel Pd di cui è Senatore). Nannici si avventura a prefigurare Quota 92: una nuova tipologia di pensionamento agevolato, i cui requisiti di accesso sono più vantaggiosi per i lavoratori rispetto a quelli attualmente previsti per la Quota 100: 62 anni di età; 30 anni di contributi (ben 8 in meno della Quota 100 e quasi 13 rispetto alla pensione anticipata ordinaria). Il tutto a patto di sottoporsi al calcolo interamente con il sistema contributivo del trattamento previdenziale. Questo al fine di garantire la sostenibilità del sistema previdenziale.

Non è chiaro chi sarebbero i destinatari di questa misura. Di certo non avrebbe un’applicazione di carattere generale, ma sarebbe riservata a casi specifici di difficoltà, disagio, assistenza e handicap. In sostanza una misura siffatta potrebbe anche assorbire l’Ape social, prendendo sotto la sua tutela i casi a cui esso si applica.

Che dire, in conclusione? Lo abbiamo osservato più volte. Si continua a girare intorno a quota 100 e a ignorare che il vero “buco” nel sistema riguarda il blocco a 42 anni e 10 mesi del pensionamento anticipato ordinario: una ferita che – allo stato degli atti – si rimarginerà solo alla fine del 2026.

© RIPRODUZIONE RISERVATA