RIFORMA PENSIONI/ Quota 102 e “l’armistizio” Draghi-Lega che mette fuorigioco i sindacati

- Giuliano Cazzola

In tema di riforma delle pensioni, la Legge di bilancio prevede Quota 102 per il 2022. Alla fine i sindacati restano a bocca asciutta

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Lapresse

MANOVRA E RIFORMA PENSIONI. Il dado è tratto. Salvo sorprese, il Governo ha trovato l’intesa anche sulla delicata materia delle pensioni. La maggioranza supera così il passaggio più stretto sulla via del disegno di legge di bilancio. Nella bozza in circolazione è previsto un robusto pacchetto di norme in materia di pensioni tutte rivolte a risolvere problemi molto pratici.

Innanzitutto, il superamento di Quota 100. “I requisiti di età anagrafica e di anzianità contributiva – recita la norma – sono determinati in 64 anni di età anagrafica e 38 anni di anzianità contributiva per i soggetti che maturano i requisiti nell’anno 2022. Il diritto conseguito entro il 31 dicembre 2022 può essere esercitato anche successivamente”. Era già previsto così con Quota 100 anche se tale possibilità non pare che abbia avuto molte adesioni.

Vengono messe le carte in tavola anche a proposito del Fondo per le PMI. In realtà, si tratta di un contributo a sostegno degli accordi di esodo anticipato riguardanti dipendenti di piccole e medie aziende che abbiano aggiunto un’età anagrafica di almeno 62 anni. Il fondo è istituito nello stato di previsione del ministero dello Sviluppo con una dotazione all’anno fino al 2024. Per ora non si può aggiungere di più perché toccherà a un decreto interministeriale (Lavoro e Mef) stabilire i criteri, le modalità e le procedure di erogazione delle risorse. 

Sono previste poi misure che riguardano l’Inpgi e i trattamenti pensionistici degli appartenenti alle Forze dell’Ordine e alle FFAA. Ognuno di questi due ultimi aspetti meriterebbe una riflessione a sé, ma per ora è il caso di commentare il Grande Slam delle pensioni. Cominciamo da cosa succede dal 1° gennaio prossimo. 

In pratica parlare di quote è improprio perché aumenta di due anni il requisito anagrafico; il che – nell’invarianza dell’anzianità contributiva – potrebbe essere meno ostativo per il pensionamento di quanto potrebbe apparire. “In generale, – ha certificato la Corte dei Conti nel RCFP 2021 – l’anzianità contributiva con cui i lavoratori si sono presentati al pensionamento è elevata, oltre il 65 per cento degli interessati vanta 40-41 anni di servizio; mentre l’adesione di ‘quotacentisti puri’ (con 62 anni e 38 anni di contributi) è limitata nel 9 per cento del totale; contenuta nel 16 per cento la quota di soggetti con anzianità contributiva minima di 38 anni”. 

Resta comunque l’impressione che a proposito di Quota 100 anche il Governo abbia danzato intorno al “falò delle vanità”. Era questo istituto la “pietra dello scandalo” che aveva attirato la disapprovazione degli osservatori e dei partner internazionali. È sfuggita invece un’altra scappatoia ignorata dal ddl di bilancio: la possibilità di andare in quiescenza facendo valere 42 anni e 10 mesi di età se uomini un anno in meno per le donne ovvero di avvalersi del trattamento ordinario di anzianità a prescindere dall’età anagrafica, i cui requisiti sono e – a quanto pare restano – bloccati rispetto all’incremento dell’attesa di vita fino a tutto il 2026. 

L’accordo intervenuto all’interno della maggioranza potrebbe essere definito come una sorta di armistizio sul 38° parallelo che segnò la fine della Guerra di Corea e il confine tra i due Stati che ormai è lì da 70 anni. In fondo, tutte le parti possono definirsi soddisfatte sia delle mezze sconfitte che delle mezze vittorie. Draghi può dire a Bruxelles di aver confermato che Quota 100 alla scadenza non sarebbe stata rinnovata e nello stesso tempo di aver innalzato di due anni il requisito anagrafico. Del resto, rebus sic stantibus, il passo successivo senza modifiche sarebbe quello che conduce alla fine dello scalone. Poi ha “riabilitato” la riforma Fornero, indicandola come la “normalità”, come se la riforma delle pensioni fosse già stata fatta e fosse quella.

Salvini può vantarsi di aver impedito, almeno per un anno, che, scaduta Quota 100, si andasse in pensione già dal 1° gennaio prossimo a 67 anni, per chi non potesse far valere i requisiti per il trattamento anticipato ordinario a prescindere dall’età. Non ci vuole molta fantasia a immaginare, anche sulla base dell’esperienza degli ultimi due anni, che sarà proprio questa (lo ripetiamo: 42 anni e 10 mesi per gli uomini e un anno in meno per le donne fino a tutto il 2026) la via d’uscita più battuta. Perché saranno tanti – come è già avvenuto – i lavoratori che potranno avvalersi di questi requisiti ben prima di aver raggiunto i 64 anni di età (già lo facevano quando il co-requisito di quota 100 era di 62 anni). 

Quanto ai sindacati si sono messi fuorigioco da soli con una piattaforma assurda e antistorica. Tutti assieme appassionatamente hanno segnato un altro autogol come quello effettuato nella rete del green pass. La Fiom non ha esitato a farsi riconoscere, proclamando 8 ore di sciopero. L’Italia è un Paese libero. Ha ragione il mio amico Marco Bentivogli: il populismo politico è nato da quello sindacale. Il primo si è ritirato come una lumaca che entra nel guscio; il secondo è ancora lì a fare danni. 

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