RIFORMA PENSIONI/ Il chiarimento sul lavoro post-quiescenza

- Lorenzo Torrisi

Riforma pensioni, chi accede a quella di vecchiaia può continuare a lavorare senza subire decurtazioni di alcun tipo all’assegno

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LaPresse

IL CHIARIMENTO SUL LAVORO POST-PENSIONE

Rispondendo alla domanda posta da un lettore del sito orizzontescuola.it, Patrizia Del Pidio ricorda che “per chi accede alla pensione di vecchiaia continuare a lavorare (o riprendere il lavoro) è pienamente consentito e non comporta una riduzione dell’assegno. Il reddito della pensione di vecchiaia non viene ridotto se si percepisce anche reddito da lavoro. Anzi, i contributi versati dopo il pensionamento daranno luogo, dopo qualche anno, ad un incremento della pensione grazie ad supplemento di pensione. Si tratta di un diritto aggiuntivo alla pensione che si matura con i contributi versati dopo il pensionamento”. Ovviamente, ricorda l’esperta previdenziale al lettore, “in sede di dichiarazione dei redditi sarà chiamato a versare l’Irpef sul cumulo dei redditi e, nel caso superi lo scaglione di appartenenza, si vedrà applicare l’aliquota successiva sulla parte eccedente del reddito. Ma questo non significa in alcun modo che si rischia di perdere una parte dell’assegno previdenziale, su questo può stare tranquillo”.

LE PROROGHE MANCANTI IN MANOVRA SULLE PENSIONI

Nel vasto pacchetto di norme approvate dal Governo nell’ultima Manovra di Bilancio, sul tema pensioni, si evidenziano due proroghe “mancate” che pesano.

Non vi sono infatti novità sostanziali per gli addetti a mansioni notturni e usuranti: mantengono così, spiega il focus di “Pensioni Oggi”, i requisiti già ridotti dai precedenti decreti. Nel 2022 l’uscita dal lavoro può essere raggiunta con 61 anni e 7 mesi di età, 35 anni di contributi ed il contestuale perfezionamento del quorum 97,6. Per i precoci pure non vi sono novità sostanziali in attesa di una vera riforma pensioni strutturale: nel 2022 è confermato il requisito contributivo ridotto a 41 anni «a prescindere dall’età anagrafica se risulta svolto almeno 12 mesi di lavoro effettivo prima del 19° anno di età e ci si trovi in uno dei seguenti profili di tutela». Le 4 opzioni sono: 1-disoccupati con esaurimento integrale dell’indennità di disoccupazione; 2- invalidi almeno al 74%; 3- caregivers; d) addetti ad attività particolarmente “difficoltose e rischiose” inclusi nel predetto decreto del ministero del lavoro del 5 febbraio 2018; 4- addetti a mansioni usuranti e notturni. (agg. di Niccolò Magnani)

L’APE SOCIAL NELLA SCUOLA

La Cisl Scuola ricorda che è possibile accedere all’Ape social per: il “personale della scuola che assiste, al momento della richiesta e da almeno sei mesi, il coniuge o un parente di primo grado convivente con handicap in situazione di gravità ai sensi dell’articolo 3, comma 3, della legge 5 febbraio 1992, n. 104, ovvero un parente o un affine di secondo grado convivente qualora i genitori o il coniuge della persona con handicap in situazione di gravità abbiano compiuto i 70 anni di età oppure siano anch’essi affetti da patologie invalidanti o siano deceduti o mancanti”; il “personale della scuola con riduzione della capacità lavorativa, accertata dalle competenti commissioni per il riconoscimento dell’invalidità civile, superiore o uguale al 74%” o docenti dell’infanzia o della scuola primaria “che al momento della decorrenza dell’indennità siano in possesso di almeno 36 anni di anzianità contributiva e che abbiano svolto tale attività “da almeno sette anni negli ultimi dieci, ovvero almeno sei anni negli ultimi sette”. Nei primi due casi bastano 30 anni di contributi. Per le donne è previsto uno sconto contributivo di 12 mesi per ogni figlio avuto, fino a un massimo di due anni.

LA SODDISFAZIONE DELLA FILCA-CISL

Tra le misure di riforma pensioni approvate con la Legge di bilancio c’è anche lo “sconto” contributivo per edili e ceramisti relativo al requisito per accedere all’Ape social. In merito, come riporta anteprima24.it, Ottavio De Luca evidenzia che “tra i risultati più significativi del 2021 c’è la riduzione da 36 a 32 anni dei contributi per la pensione degli edili. Un grande successo della Cisl e della Filca”. “Nel 2022 lotteremo ogni giorno per raggiungere nuovi traguardi”, aggiunge il Segretario nazionale della Filca-Cisl, considerando “il grande successo ottenuto a vantaggio dei lavoratori edili a proposito di pensioni, una conquista da parte del sindacato non indifferente”. “Con il Segretario generale Gigi Sbarra ci siamo battuti per portare da 36 a 32 anni di contributi per ottenere i requisiti per la pensione per il comparto-edili le cui conquiste, purtroppo, negli anni non sono state molte rispetto ad altre categorie di lavoratori. Ma è un primo passo verso nuovi orizzonti per i lavoratori edili”, conclude De Luca.

RIFORMA PENSIONI, LA POSIZIONE DELLA FNP-CISL

I sindacati si sono ritrovati recentemente divisi sullo sciopero generale contro la Legge di bilancio e ora sembrano vederla in modo diverso anche per quel che riguarda l’allargamento della no tax area per i pensionati e la revisione delle aliquote Irpef, contenute sempre nella manovra come alcune misure di riforma delle pensioni. Tina Cupani, Segretario generale della Fnp-Cisl Veneto, come riporta L’Arena, spiega che si è di fronte a “una bella notizia per una categoria che mai prima aveva potuto godere di bonus fiscali, e che nel corso degli ultimi 20 anni ha visto peggiorare pesantemente il proprio potere d’acquisto”. Dal suo punto di vista, “questa operazione ha favorito la fascia media dei pensionati”, “ora il confronto deve continuare per trovare una soluzione migliorativa anche per la fascia fino ai 15mila euro l’anno”.

LA BOCCIATURA DELLO SPI-CGIL

Secondo Elena Di Gregorio, Segretaria generale dello Spi-Cgil Veneto, invece, “la riforma fiscale è palesemente iniqua, sia per i lavoratori sia per i pensionati”. “Di quella parte dei 7 miliardi di tagli fiscali destinati alla nostra regione, il 47% va a vantaggio dei redditi inferiori ai 28 mila euro. Bene, guardando i dati che riguardano i pensionati veneti, sotto i 28mila euro rientra ben l’86% dei nostri anziani. Di questo 86%, rappresentato da una platea di circa 1,1 milioni di pensionati, il 40% guadagna circa mille euro al mese. Il restante 14%, quelli con pensioni più alte, così come i lavoratori con maggior reddito, fruirà dei maggiori vantaggi fiscali. Dove sta allora l’equità in questa manovra?”, evidenzia la sindacalista.

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