RINCARI MATERIE PRIME/ Le (non)scelte che l’Italia rischia di pagar caro

- Paolo Annoni

Le scelte di Russia e Turchia relative ad alcune materie prime, in una fase in cui aumenta il loro prezzo, deve far riflettere un Paese come l’Italia

coronavirus
Vladimir Putin (LaPresse)

Settimana scorsa il ministro dell’Industria russo ha fatto sapere di aver avuto discussioni preliminari con i produttori di metalli per un possibile acquisto da parte del ministero per le scorte nazionali. Il Governo sarebbe, tra le altre cose, preoccupato dell’incremento dei prezzi di diverse materie prime che stanno mettendo in difficoltà i consumatori sul mercato interno.

Qualche giorno dopo è stato un altro Governo, quello turco, a introdurre limitazioni sull’esportazioni di alcune materie prime, prodotti di legno, per l’industria dei mobili. La decisione è stata presa perché gli incrementi dei prezzi sui mercati internazionali hanno messo in difficoltà i produttori locali che non trovano materie prime, esportate, anche se prodotte in patria.

È possibile che quello che sta accadendo ai prezzi delle materie prime sia un fattore temporaneo legato alla singolare fase economica attuale con diverse aree che riaprono dopo mesi di chiusure e lockdown. Le discussioni del Governo russo e, in un certo senso, anche la decisione della Turchia fanno però intravedere la possibilità che il problema sia di medio-lungo termine. La guerra commerciale e le sanzioni rompono le catene di fornitura globale e le regole per la transizione verde hanno un effetto negativo sulla produzione perché impediscono l’apertura di nuovi impianti o la produzione di energia a basso costo in intere regioni. La massa di liquidità che c’è sui mercati è alla costante ricerca di impieghi che riescano almeno a controbilanciare l’inflazione e, possibilmente, a generare un rendimento.

Ci sono tutte le condizioni perché le difficoltà ad approvvigionarsi di materie prime a costi ragionevoli e in modo stabile, mettendosi al riparo da improvvise interruzioni, possa continuare. In questo caso gli Stati che non sono attrezzati devono accettare un incremento dei prezzi che i consumatori o le imprese interne devono sostenere. Un produttore di mobili europeo deve approvvigionarsi di tavole di legno al prezzo dei mercati globali, mentre uno turco, un Paese ormai leader nel settore, conta su un prezzo calmierato. C’è poi una questione di interruzioni della fornitura che possono arrivare per le pandemie, gli attacchi informatici o le divergenze geopolitiche.

Il contesto attuale è profondamente diverso da quello di qualche anno fa, prima della pandemia, e prima che facessero capolino le guerre commerciali o le guerre fredde. In questo mondo non è più possibile dare per scontato che le catene di fornitura globali siano sempre aperte e sempre funzionanti e che sia possibile approvvigionarsi di materie prima a costi contenuti e che valgano solo le ragioni dei “mercati”. Veniamo poi da un lungo ciclo di prezzi depressi con i produttori che producevano a zero guadagno se non in perdita.

Chi non si attrezza o non si prepara, mentre procede spedito sulla strada della transizione verde, prima o poi dovrà spiegare alle proprie imprese e ai propri consumatori perché i prezzi continuano a salire e perché, soprattutto, certi beni semplicemente non si trovano più o si trovano a singhiozzo. I sacrifici necessari per avere un mondo più “pulito” oggi sono ritenuti tutto sommato sostenibili da una larga parte della popolazione; sono ritenuti sostenibili anche quelli necessari per evitare l’influenza di Stati nemici o non rispettosi dei diritti umani. I due sacrifici si sommano e non si elidono. 

L’Ilva si può chiudere, per tornare a un esempio di attualità, senza grossi sacrifici se le catene di fornitura d’acciaio globale sono aperte e se i prezzi sono contenuti. In caso contrario bisogna essere disposti come minimo a pagare caro e non è nemmeno detto che questo basti. L’Eni è nata, per fare un altro esempio, per poter garantire a un Paese in via di sviluppo, l’Italia, forniture energetiche a costi bassi e di lungo periodo. È possibile che lo spirito di abnegazione degli europei e in particolare degli italiani sorprenda in positivo. Devono essere disposti a cambiare stile di vita e a diminuire i consumi. Questa è la parte facile. La parte difficile è il sacrificio richiesto alle imprese e ai posti di lavoro. 

Queste osservazioni sembrano fantascienza fino a che non si leggono le notizie sui limiti alle esportazioni dei Paesi produttori. Bisogna però prendere almeno in considerazione la possibilità che questo sia l’inizio di un trend.

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