RINCARI MATERIE PRIME & SUPERBONUS/ I danni per le imprese che il Governo ignora

- Fabio Ghinelli

Il Governo non sembra curarsi degli effetti dei rincari delle materie prime sulle imprese. Anzi, con alcuni dei suoi provvedimenti li aggrava

lavoro
Lapresse

Caro direttore, prendo spunto da quanto osservava recentemente in una nota trasmissione radiofonica il Prof. Sapelli, circa il fatto che ormai siamo completamente “assorbiti” dal tema Covid, dimenticando altri gravi problemi sul fronte economico; non bastano le “trionfali” percentuali di aumento del Pil per comprendere realmente la situazione e peraltro il suo giornale è forse l’unico che con molta decisione dà rilievo al tema dei rincari delle materie prime, molto più grave e quasi “drammatico” per migliaia di piccole e medie imprese.

Sempre per dare evidenza della miopia, mi conceda il termine, con cui la stampa non affronta il tema, uno dei più importanti quotidiani nazionali oggi dedica le prime sette pagine interamente al tema Covid e relega a qualche decina di pagine più avanti la notizia, con medio rilievo, che le fonderie (acciaio, alluminio) piuttosto che i produttori di ceramiche o vetro, sono in gravissime difficoltà e taluni hanno già programmato fermi di produzione, per il caro energia. La notizia è tanto più grave se si considera che in questo momento il mercato soffre di una grave carenza di prodotti legati a queste produzioni e quindi ai forti rincari determinati dall’incremento dei costi delle materie prime si aggraverà la già cronica carenza sul mercato dell’edilizia con ulteriori rincari. Questo peraltro a fronte delle scelte governative, come i provvedimenti appena approvati, che ancora una volta investono sui bonus edilizi, a mio parere in maniera dissennata, continuando a incentivare un mercato letteralmente “impazzito”, per molti aspetti fuori controllo. Una curiosa pubblicità di una impresa edile indicava come “plus” del proprio business il fatto di potere garantire la disponibilità di un ponteggio in “solo” quattro settimane, il che la dice lunga di come attualmente si stia muovendo questo mercato.

Ma anche la lettura dei provvedimenti appena proposti dal Governo dentro questo contesto mi ha lasciato esterrefatto; sempre il noto quotidiano riassume in ventiquattro punti le disposizioni governative appena approvate, di cui solo cinque hanno un interessamento per il mondo imprenditoriale e di queste nessuna (o quasi) a riguardo del caro energia; le agevolazioni in tema sono o insignificanti (la riduzione dell’Iva sulle forniture di gas alle imprese non interessa essendo questa un’imposta neutra per le aziende) e le agevolazione sull’energia elettrica sono rivolte a utenze domestiche o piccolissime utenze per lo più commerciali.

Ma l’aspetto del rincaro delle materie prime ha un ulteriore risvolto, completamente trascurato nel mondo dei contratti con la Pubblica amministrazione. Considerando che nella più parte dei casi si mettono in appalto opere progettate e valutate non meno di un anno prima (ma non raramente si arriva anche a due/tre anni di ritardo sull’iniziale valutazione), è facile immaginare la criticità di costi, in cui ormai non di rado il prezzo pagato all’appaltatore per il materiale posato è di gran lunga inferiore al solo costo di acquisto dello stesso.

Su questo tema, che sta paralizzando non pochi interventi con contenziosi e ormai anche qualche rescissione contrattuale (meglio pagare penali che per quanto elevate possono essere più convenienti che realizzare l’opera stessa sottopagati), praticamente nulla è stato fatto; per la precisione uno stanziamento di cento milioni per le sole opere contabilizzate (non, si badi, realizzate) tra il 1 gennaio 2021 e il 30 giugno 2021. E non essendo nella disponibilità delle singole stazioni appaltanti alcuna discrezionalità contrattuale, per quanto comprensive (ma talvolta anche no), è facile immaginare la prospettiva, se non interverranno provvedimenti che però allo stato attuale non sembrano essere programmati.

Eppure alcuni interventi sarebbero anche semplici da realizzare con costi sostanzialmente nulli per lo Stato; ad esempio, sospendere il meccanismo dello split payment o scissione dei pagamenti, che  è una forma di liquidazione Iva che prevede che, nei rapporti tra aziende e la Pubblica amministrazione, sia quest’ultima a versare l’imposta relativa alla transazione; questa procedura, inclusa nella Legge di stabilità 2015, devia dalla regola generale secondo cui l’Iva viene addebitata in fattura al cliente e poi versata alle casse dell’Erario dal fornitore. Tale meccanismo impone di fatto alle aziende un’anticipazione all’erario di un’imposta non dovuta, che poi viene recuperata, nell’arco di qualche mese, ma rappresenta spesso un importante “drenaggio” di liquidità.

— — — —

Abbiamo bisogno del tuo contributo per continuare a fornirti una informazione di qualità e indipendente.

SOSTIENICI. DONA ORA CLICCANDO QUI





© RIPRODUZIONE RISERVATA