RINVIO DEL REFERENDUM/ E delle elezioni? Solo un governo istituzionale può farlo

- Stefano Bressani

In queste ore Conte sembra voler approfittare dell’emergenza coronavirus per sollecitare “pieni poteri”, rinviando il referendum per prorogare il suo esecutivo

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In aula al Senato (LaPresse)

Caro direttore,
i rumor sul premier Giuseppe Conte impegnato in queste ore sull’ipotetico rinvio del referendum in programma il 29 marzo sul taglio dei parlamentari accendono solo nuovi fari sul teatro dell’assurdo in cui l’emergenza-coronavirus ha trasformato Palazzo Chigi. Che autorevoli commentatori politici riservino lunghe analisi – perché evidentemente sollecitati da quanto osservano o apprendono – ai sondaggi informali in corso per trasformare il Conte 2 in un governo di unità nazionale è un riflesso oggettivamente scandaloso dell’estrema degenerazione in corso nella vita istituzionale del Paese.

Di fronte a essa non rimane che confidare soltanto nel ruolo di garanzia ultima che la Costituzione affida al Capo dello Stato. Soprattutto quando il “governo dell’Italia del Sud” sembra il primo ad alimentare tensioni civili contro l’Italia del Nord, mostrandosi pronto a calpestare con disinvoltura l’autonomia regionale tutelata dalla Costituzione e in vigore da mezzo secolo (su una questione oggettivamente meno rilevante come la costituzionalità dei diritti dei migranti all’accoglienza l’allora presidente della Corte Costituzionale aveva rilasciato una lunga intervista in tempo reale).

Sono quasi due anni che l’Italia ha un premier privo di alcun titolo per guidare il Paese. All’assenza di legittimazione democratica elettorale ha fatto quotidiano riscontro l’evidenza concreta di una totale incapacità di governo (oltre a qualche sospetto di non aver sempre difeso a dovere gli interessi del suo Paese, assecondandone invece di esterni). L’emergenza coronavirus non è una dolorosa sorpresa: è la conferma di come è stata (non) governata l’Italia dal giugno 2018.

Ora – in queste ore – Conte sembra volerne approfittare per sollecitare “pieni poteri”: anche quelli di spostare a sua discrezione (e presumibile interesse) un referendum che peraltro taglia il numero di rappresentanti parlamentari della democrazia sovrana mai modificato dal 1948. E invece di occuparsi dei gravissimi problemi posti dalla situazione, il premier si dedica a manovre politiche per dare prorogatio al suo esecutivo e rinviare ancora elezioni anticipate che sembrano ormai improcrastinabili dopo quanto sta accadendo in Italia.

Forse la crisi drammatica in cui il Paese sta precipitando potrà imporre il rinvio del referendum di fine marzo per ragioni sanitarie e di ordine pubblico generale. Ma se sarà necessaria, la decisione non potrà che essere presa da un nuovo governo: assieme, anzi dopo molte altre decisioni più urgenti. E sembra nel frattempo urgente anche promuovere una commissione parlamentare d’inchiesta sulla catastrofe-coronavirus. È appena stato rinviato a giudizio un ex vicepremier di Conte per come ha esercitato le sue funzioni di ministro. Chissà come si muoverebbero le Procure di Agrigento o Catania se Codogno fosse nel loro raggio di competenza.

Una delle più famose commissioni d’inchiesta della storia italiana (quella sul disastro di Caporetto) fu istituita solo 70 giorni dopo lo sfondamento sull’Isonzo, a guerra ancora in corso. La decise un esecutivo diverso sia da quello che aveva optato per l’intervento nel 1915, sia da quello che aveva poi governato l’escalation del conflitto, rinunciando a ogni controllo politico sui generali. La prima decisione del governo guidato dal siciliano Vittorio Emanuele Orlando fu la sostituzione del comandante in capo dell’esercito: che non aveva trovato niente di meglio che incolpare della disfatta un’armata di 800mila italiani in divisa. Neppure il re sabaudo poté più difendere il piemontese Cadorna.

Un quarto di secolo dopo – nel pieno di una nuova guerra mondiale – lo stesso Vittorio Emanuele III fu il destinatario dell’appello del Gran Consiglio del Fascismo per il ripristino dello statuto e la cacciata del Duce-premier. Seguì un armistizio che non salvò la monarchia (che tentò di appoggiarsi all’unico generale colpevolmente risparmiato dalla commissione su Caporetto) né evitò al Paese altri orrori e distruzioni, fra cui una guerra civile.

Però, nel 2020, quel Paese c’è ancora. Almeno per ora. Certo faceva impressione, ieri pomeriggio, vedere il sito del maggior quotidiano italiano basato a Milano dar spazio quasi solo al governatore della Lombardia come se fosse il primo ministro, mentre sul sito del maggior quotidiano nazionale basato a Roma campeggiavano le affannose rassicurazioni di Conte e veniva ignorato il pesante incidente con Fontana nel corso del summit della protezione civile. Se il premier si proponeva di spezzare il Paese in due per difendersi meglio in un personale “ridotto” ci sta riuscendo. E resta il fatto che nel marzo 2018 Fontana è stato eletto dal 55% dei lombardi che hanno esercitato il diritto di voto mentre Conte non era neppure candidato.

PS: ieri sera – mentre il grosso della share guardava Napoli-Barcellona – l’ex leader del Pd Pierluigi Bersani è stato ospite di “Fuori dal coro” su Retequattro. Ha risposto alle domande di Mario Giordano per meno di dieci minuti. Sono stati sufficienti a confermare che per il Paese sarebbe stato verosimilmente meglio se nel 2013 M5s avesse accettato allora la sua proposta di formare una maggioranza “giallorossa”. Ha detto di vedere “un’atmosfera politica” favorevole a un cambio di governo. Senza escludere un voto entro l’anno. Wait and see.

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