RIPRESA & FAMIGLIA/ Un Paese per bambini, la sfida che vale per Usa, Cina (e Italia)

- Ugo Bertone

La sfida tra Stati Uniti e Cina passerà dalla demografia. L’importanza di essere un Paese per i bambini riguarda anche l’Italia

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LaPresse

La ripresa americana va a mille. Il Pil Usa del primo trimestre è cresciuto del +6,4%, più delle stime degli analisti che ipotizzavano +6,1% e in netta accelerazione sul dato precedente che era del +4,3%. Crescono i consumi (+10,7%, mai un incremento più forte dagli anni Sessanta), le costruzioni di nuove case e corrono gli investimenti.

Ma da Bloomberg arriva, nonostante l’euforia generale, un segnale inquietante: mai dagli anni della Grande Depressione degli anni Trenta la crescita della popolazione americana è stata così debole. Le conseguenze? Per sostenere nel tempo una crescita sufficiente a garantire il tenore di vita degli abitanti degli Usa sarebbe necessario moltiplicare per tre la popolazione attiva; Altrimenti “tutti i nostri dollari dovranno essere spesi per mantenere una percentuale di pensionati in continua espansione”. 

Per invertire la tendenza sarà necessario, tra l’altro, varare un forte sostegno alle famiglie con l’obiettivo di aumentare la natalità. Nasce di qui la motivazione dell’American Families Plan presentato dal Presidente Joe Biden: un progetto a tutto tondo contro l’ineguaglianza che passa dalla ricostruzione delle periferie e del sistema scolastico pubblico, oltre agli altri massicci interventi decisi nei primi cento giorni di mandato. In tutto fanno 6mila miliardi di dollari, circa un terzo dell’intera produzione americana di un anno, di cui oltre 1.900 versati direttamente nelle tasche dei contribuenti. Ma per completare il progetto occorre altro: la riforma dell’immigrazione anche (ma non solo) per garantire l’arrivo dei cervelli necessari per l’economia digitale così come le legioni di immigrati dall’Europa resero possibile il decollo dell’economia dell’età dell’industria.

Presto, ammonisce il giornalista di Bloomberg, avremo modo di dimostrare al mondo il nostro senso di giustizia: migliaia di afghani saranno in pratica obbligati a lasciare il Paese entro settembre, quando i marines lasceranno Kabul destinata a tornare nelle mani dei talebani. Dobbiamo accogliere questa gente senza imporre loro l’iter lungo e costoso per essere accolti in America. 

Insomma, la svolta espansiva della politica economica di Biden, concentrata sulle riforme che andranno finanziate dall’aumento delle tasse ai più ricchi (capital gains ma non solo) si combina con una politica della famiglia destinata a rilanciare la natalità e a una svolta sui flussi migratori: vanno disciplinati, certo, ma considerando gli arrivi come un’opportunità di crescita, non come un’invasione barbara da frenare con i muri. 

Volgiamo ora lo sguardo verso l’altra grande superpotenza, la Cina, per registrare un’apparente non notizia. Pechino ha tempo fa annunciato la realizzazione del settimo censimento che ogni dieci anni dalla Rivoluzione del 1949 il Paese celebra in maniera solenne, offrendo una fotografia della Repubblica Popolare. I risultati, secondo programma, dovevano essere annunciati all’inizio di aprile. Ma il mese si chiude senza che se ne sappia ancora niente. Il Financial Times ha anticipato la ragione del ritardo: dai numeri, infatti, sembra emergere che la Cina sta perdendo abitanti. La popolazione è scesa sotto 1,4 miliardi di persone, ancora lievemente sopra i livelli dei 2011 (1,34 miliardi), ma meno di un anno fa. 

Al di là delle note ufficiali, spiega l’Economist, è ormai evidente che la Cina ha un grosso problema demografico. Nel 2015 si è cercato di correre ai ripari abolendo il divieto di avere più di un figlio. Ma l’effetto è stato di breve durata. Nel 2019 ci sono state meno nascite che nel 1961, quando la carestia provocata dalla politica di Mao provocò una morìa di neonati per fame, su una popolazione che era comunque la metà di quella attuale. Cala il tasso di fertilità, ma anche, in parallelo, la popolazione attiva tra i 16 e i 64 anni. L’ultima previsione sostiene che nel 2050 un terzo dei cinesi avrà più di sessant’anni. 

Problemi comuni ad altri Paesi, tra cui l’Italia. Ma con un’aggravante: la politica del figlio unico, praticata fin dal 1980, ha spinto, per un atavico pregiudizio, molte famiglie a sopprimere le figlie femmine in attesa dell’erede maschio. Oggi c’è un drammatico sbilancio tra maschi e femmine in età di nozze: mancano almeno 30 milioni di signorine in età da marito. E questo, secondo il partito, può portare a gravi squilibri mentali più che sentimentali. 

Insomma, è l’ora di correre ai ripari. Ma non sarà facile perché, come capita un po’ dappertutto, i cinesi non mostrano grande fretta per metter su famiglia, specie nelle aree più povere e inospitali. Cresce al contrario la spinta ai consumi, la voglia di trasferirsi nelle città più ricche e ritardare l’età delle nozze. In sintesi, il declino demografico sta diventando un serio problema destinato a incidere sull’ascesa del Pil e nel duello con gli Stati Uniti che, spiega al settimanale un economista dell’università di Pechino, di questo passo “tra 10 anni riprenderanno il sopravvento” nell’economia. Nonostante si stia valutando la riforma che Xi Jinping vuole evitare vista la sua impopolarità: il rinvio dell’età pensionabile da 60 a 64 anni. 

La sfida tra le superpotenze, così come gli equilibri interni delle nazioni leader, insomma, hanno un nodo comune: fare più figli ma in un contesto solido, con un welfare in grado di assicurare il funzionamento dell’ascensore sociale. 

In realtà, è la stessa emergenza dell’Italia. Come nota Rachel Sanderson, da poco passata a Bloomberg dal Financial Times, la pandemia ha colpito duro la Penisola già in piena emergenza: mai l’Italia ha fatto così pochi figli dall’unità d’Italia. Ma del resto, nemmeno negli anni Venti del secolo scorso l’Italia ha avuto una crisi così lunga e dolorosa: il Pil procapite italiano è più basso di trent’anni fa, la borsa è sugli stessi livelli e i prezzi delle case, unico caso al mondo, sono rimasti immobili. Inevitabile, in questa cornice, la decadenza demografica così come le tensioni sul fronte migratorio. Ma i capitali del Recovery fund più la ripresa della domanda globale ci offrono l’occasione per ripartire. Abbiamo molte cicatrici e uno Stato un po’ scassato, è vero, ma se guardiamo alle nostre imprese, come nota Alessandro Fugnoli, “quello che resta è solido e vivace. Una parte si è pienamente integrata nella filiera produttiva tedesca e trarrà beneficio dalla ripresa globale dell’auto. Un’altra parte si è organizzata per competere in prima linea sui mercati globali in settori magari di nicchia, ma ad alto valore aggiunto”. 

Ma per tradurre la ripresa economica in riscossa civile ci vuole ancora un ingrediente: ritrovare la voglia di rimettere in piedi un Paese per i bambini. 

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