RIPRESA/ Il cambio di passo può venire dalle mille Brescello d’Italia

- Fiorenzo Colombo

Settembre è il mese della ripresa, ma serve un cambiamento corale e radicale. Le parti sociali devono sedersi intorno a un tavolo per fare gioco di squadra

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(LaPresse)

Settembre è alle porte e come si sa la fine dell’estate ha sempre coinciso con un “nuovo inizio dell’anno sociale”, mentre gennaio rappresenta sempre più il cambiamento formale dell’anno; anche sul piano degli avvenimenti e delle aspettative il cambio d’anno prevede l’arrivo di modifiche normative più o meno conosciute (leggi: tasse, adempimenti vari, incrementi di costi eccetera), mentre settembre porta con sé quel qualcosa che non si conosce. Valga per tutti, ad esempio, l’inizio della scuola (sia per gli insegnanti che per gli allievi) con tutto il carico di novità, incertezze, decisioni da assumere o da applicare.

Questa ripresa 2020 coincide con alcune evidenze che segnalano una grande discontinuità con il recente passato: l’Italia non si è fermata del tutto a Ferragosto, eppure il conto di settembre rischia di essere molto salato sotto diversi punti di vista, dal Pil ai numeri degli occupati (in calo, ci dicono Istat e Centri per l’Impiego), dall’incertezza politica e delle decisioni da assumere in diverse materie ai dossier insoluti che presentano pagine scottanti. Elenco impegnativo: Alitalia, Taranto e le produzioni italiane del ciclo dell’acciaio, la situazione di molti settori con fasi altalenanti, alcuni dei quali maggiormente penalizzati dai processi conseguenti ai diversi lockdown, compresa l’edilizia, che avrebbe bisogno di tanti “110%” semplificati e utili all’incremento del lavoro regolare.

In settembre si faranno più acute le differenze tra le diverse imprese, alcune delle quali anticicliche (alimentari, detergenza, prodotti per la casa e l’igiene, cura della salute), accanto ad altre che invece soffriranno ancor di più per il rallentamento delle catene di collegamento e d’integrazione (fornitori e clienti, credito e servizi energetici, scadenze fiscali e costi fissi), con il rischio di scaricare sui propri dipendenti e collaboratori decisioni di interruzione o sospensione dell’impiego.

Si protrarranno anche molte situazioni di lavoro a distanza, da remoto o dal domicilio, impropriamente chiamato smart working: la scarsa regolamentazione, una mancanza di visione circa l’evoluzione tecnologica e organizzativa di queste forme di lavoro, compreso l’emergere di problematiche inedite circa alcune protezioni sociali di base (infortuni e malattie, orari di lavoro e pause con diritto alla disconnessione, trattamento di mensa e buoni pasto non erogati, presenza fisica in ufficio generalmente determinata solo da decisioni unilaterali), impongono la necessità di incentivare accordi e soluzioni condivise, compresa una prospettiva ragionevole di possibili alternative logistiche al domicilio coatto.

Anche per queste ragioni, pur nella complessità economica e sociale, gli operatori del lavoro (sindacati, parti datoriali, consulenti, agenzie) avvertono la necessità di contribuire alla realizzazione di  un quadro normativo e di provvedimenti molto più semplificato rispetto a quello attuale, dove le scadenze collegate alle diverse decretazioni (Cura Italia, Rilancio, Agosto) rischiano di aggravare l’orizzonte, con l’arrivo di ulteriori regole complicate e difficili da interpretare, determinate da una carenza di conoscenze e competenze. In particolare, le decisioni sul lavoro a tempo, somministrazione e contratti a tempo determinato fanno spesso a pugni con il quadro di incentivi messi in campo per il sostegno al lavoro a tempo indeterminato.

Abbiamo bisogno certamente di allargare l’area delle protezioni sociali, anche per l’estrema debolezza di alcune fasce di lavoratori e lavoratrici, collegandole tuttavia alla necessità di introdurre provvedimenti mai adottati di politiche attive, di aiuto agli inserimenti e reinserimenti nei diversi mondi del lavoro, di meccanismi di premi/sanzioni collegate alle assunzioni di responsabilità.

Nelle stagioni passate non sono mancati esempi di politica attiva del lavoro, che non sono state generalizzate per motivi di schieramento politico istituzionale, abbandonando virtuosità e sostegni alle forme di collaborazione tra parti sociali e istituzioni locali che hanno dato frutti in quantità e qualità. E qui le situazioni vanno aggravandosi in particolare per le persone con forte svantaggio sociale, come le tante e diverse forme di disabilità e le aree a forte marginalità.

Ecco perché serve un cambiamento corale e radicale da parte dei diversi protagonisti, chiamati a delineare programmi condivisi e utili, capaci di conciliare i diversi interessi in campo con una logica orientata alla somma incrementale: il dilemma del prigioniero non rappresenta solo un gioco per i corsi sulla negoziazione o per i test di assessment, ma un criterio fondamentale di azione politico sociale. Serve uno scatto che alcuni osservatori da tempo segnalano, non ultimo Mario Draghi, laddove l’ex presidente della Bce parla di ricostruzione e non solo di lotta alla recessione.

Sindacati, Confindustria, Confcommercio, artigiani e le altre parti sociali, compresi i consulenti e Agenzie del lavoro devono sedersi allo stesso tavolo con i decisori politici e darsi un’agenda fitta di lavoro, con scadenze settimanali e mensili, mettendo a frutto i modelli adottati nelle famiglie e nelle piccole imprese durante la scorsa primavera ovvero una stretta collaborazione che ha scardinato ruoli e abitudini consolidate. Ma non sono mancati anche esempi di straordinaria azione comune tra le diverse realtà e responsabilità in campo: ecco perché, a settembre, dovremmo delineare un manifesto condiviso dal titolo “Dieci, cento, mille Ponti di Genova per l’Italia!”

Il recente Meeting di Rimini ha indicato alcune parole chiave della ricostruzione, mutuandole dal citato periodo del secolo scorso: visione, responsabilità e bene condiviso sono alcune di esse, pur in quadro di lotte politiche e di schieramento forte e marcato. Peppone e Don Camillo erano ossi duri, si menavano e ne facevano di tutti i colori, assumendosi la responsabilità delle proprie azioni, accettando le sanzioni che venivano loro assegnate dal Vescovo o dal Partito. Ma nei momenti topici, dalle vacche da mungere allo straripamento del grande fiume, i due si mettevano d’accordo, non rinunciando a nulla del proprio interesse e posizionamento ideologico, politico e sociale, ma trovando intese adeguate alle loro genti nelle calde e infuocate terre della Bassa, non senza incomprensioni, adottando strade battute magari per la prima volta.

E noi, cittadini del terzo millennio, con tante lauree in tasca, con maggiori possibilità e conoscenze, con un’Europa con cui abbiamo negoziato programmi, obiettivi e risorse da impiegare, dovremmo essere da meno dei clericali e dei comunisti degli anni 40 e 50 del secolo scorso?

Settembre 2020 è la nostra occasione d’oro: ognuno faccia il proprio lavoro di squadra nelle nostre tante Brescello che stanno in Italia, per non essere testimoni colpevoli o protagonisti del nulla.





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