RISCHIO INFLAZIONE/ Un grosso guaio (in arrivo) per mercati, Stati e banche centrali

- Paolo Annoni

La Fed sembra non preoccuparsi troppo del rischio inflazione. Eppure ci sono le condizioni perché possa creare grossi problemi

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Jerome Powell, governatore della Fed (LaPresse)

Venerdì mattina Bloomberg ha segnalato ai propri lettori, come prima notizia di giornata, le dichiarazioni di Powell sull’inflazione. Giovedì sera, infatti, il Presidente della Fed ha dichiarato che “ci verrà un po’ di tempo prima che ci sia un progresso sostanziale” su inflazione e occupazione e che “monitoreremo le aspettative di inflazione molto attentamente. Se vediamo che si muovono in modo duraturo e materialmente sopra livelli accettabili reagiremo”. Powell ha poi dichiarato che le pressioni sui prezzi sono destinate a salire mentre l’economia riapre, ma si aspetta che il fenomeno sia temporaneo; se invece fosse duraturo, la Fed sarebbe pronta a reagire.

Queste dichiarazioni sono avvenute all’interno di un “discorso” in cui il Presidente della Fed ha fatto chiaramente intendere che privilegerà la crescita dato lo stato dell’economia e del mercato del lavoro americani dopo i lockdown. Powell ha citato, a titolo esemplificativo, il campo di tende che osserva mentre si reca al lavoro e che è rappresentativo dei milioni di americani che ancora cercano il lavoro. Dal punto di vista europeo queste osservazioni sono ancora più significative perché, eccezioni a parte, l’Europa è ancora chiusa.

Powell ha spiegato chiaramente agli investitori che la Fed è disposta a lasciar correre i prezzi pur di “sostenere la crescita”. La questione è quindi quanto la Fed sia disposta a lasciar correre e poi eventualmente come farà a far rientrare il fenomeno se dovesse essere troppo pronunciato. I paragoni con quanto successo dopo il 2008 rischiano di essere fuorvianti. Le politiche monetarie post-Lehman hanno certamente causato un’inflazione “cattiva” sotto forma di una bolla prima finanziaria e poi di beni reali come i prezzi immobiliari, gli affitti, i costi per il college e così via. Lo scenario, però, era diverso perché l’economia era aperta, le catene di fornitura globali senza restrizioni e perfettamente funzionanti e perché l’intervento statale è stato limitato e non ha cambiato il paradigma precedente. Il post-Lehman per “l’economia reale” e la vita quotidiana di famiglie e lavoratori e stato identico al pre-Lehman. 

Queste condizioni difficilmente si possono ripetere. Le catene globali di fornitura sono compromesse da una guerra commerciale che continua e continuerà e che ha conseguenze negative sui costi per gli utenti mentre si riorganizzano i siti di produzione. L’intervento statale diventa una componente strutturale che sposta risorse dai privati, via aumento delle tasse, al pubblico; solo che il pubblico a ogni latitudine è meno efficiente del privato. Infine gli aiuti diretti alle famiglie, negli Stati Uniti ma non solo, sono senza precedenti sia nell’importo che nella durata. Il rischio è che una fetta considerevole di lavoratori potenziali, tanto più in un’economia che magari riapre a singhiozzo a causa dei lockdown, non rientri nel mercato del lavoro; questo significa una domanda invariata e un’offerta di prodotti fisicamente limitata da una bassa partecipazione al lavoro. 

Diverse banche d’affari, inclusa Jp Morgan, hanno dato conto che negli Stati Uniti sembrano esserci più posti di lavoro che lavoratori disposti ad accettarli; questo potrebbe essere un fenomeno derivante dagli eccezionali aiuti post-pandemia. In particolare le pmi fanno fatica a trovare lavoratori e le statistiche riportano un numero record di posizioni aperte non “occupate” (“unfilled positions”); dopo tutto le chiusure hanno, giustamente, spostato la percezione del rischio nei lavoratori. Le piccole medie imprese, obbligate a chiudere dal Governo, offrono salari certamente più rischiosi e quindi molto meglio rimanere a bordo campo incassando gli aiuti. Il 91% di piccole imprese ha dichiarato di aver pochi o nessun candidato con le giuste qualifiche per le posizioni aperte negli ultimi tre mesi. La terza percentuale più alta dal 1993.

Ci sono tutti i presupposti perché l’inflazione possa diventare una delle preoccupazioni principali per i mercati, i governi e le banche centrali. I colpevoli sono tanti, ma questa volta il banco degli imputati non si limita ai “lupi” di Wall Street.

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