MASSIMO VOLUME/ Lungo i bordi delle nostre “cattive abitudini”

- Simone Nicastro

SIMONE NICASTRO recensisce “Le cattive abitudini”, l’ultimo album dei Massimo Volume

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MASSIMO VOLUME – CATTIVE ABITUDINI: In tutta franchezza, forse non dovrei scrivere la recensione del nuovo album dei Massimo Volume.
Già in passato ho dovuto affrontare il problema del troppo coinvolgimento (non ultimo la settimana scorsa con i Ritmo Tribale/NoGuru) ma qui c’è qualcosa di più: per il sottoscritto i Massimo Volume rappresentano “le parole e la realtà musicale” di una generazione non identificata, ma a cui sento di appartenere.

Le parole declamate di Mimì, le chitarre inesorabili di Egle, il battere implacabile del (e nel) tempo di Vittoria; i Massimo Volume pretendono attenzione, coinvolgono testa e cuore e infine ti lasciano diverso da com’eri prima di incontrarli. Non sono per tutti, ma reclamano tutto.

“Stanze” fu l’urlo disperato, sprezzante e in parte inconsapevole; “Lungo i Bordi” il senso “capolavoro” di come eravamo e di come potevamo sopravvivere; “Da Qui” la riflessione dell’importanza di essere presenti anche nel vuoto dentro e intorno; “Club Privè” la sintesi dei passi/squarci compiuti per giungere fino a lì feriti, ma comunque in piedi.

Dopo dieci anni i Massimo Volume tornano con un nuovo album; c’erano state avvisaglie con un tour di reunion e il primo disco dal vivo della loro storia.
E allora è meglio dirlo subito confidando nella vostra bontà sulla mia obiettività: “Cattive Abitudini”, il nuovo lavoro, è un album veramente bello e, cosa ancor più fondamentale, è proprio come doveva essere.

 

Dentro c’è il presente, ci sono le storie nuove da ascoltare, i personaggi già incontrati o quelli da conoscere per la prima volta, ci sono le musiche come quadri astratti e malinconici o come fotografie strazianti e veritiere, ci sono i Massimo Volume in tutta la loro unica e inequivocabile grandezza.

Si inizia con Robert Lowell, punto da cui ripartire senza illusioni prendendo spunto dal grande poeta americano; Coney Island è invece il primo passo dentro una atmosfera rarefatta fino alla dolente epicità della coda chitarristica.

Primo nuovo capolavoro del gruppo è il terzo brano Le Nostre Ore Contate splendidamente giocata in una suite post rock: si riparte, si fanno i primi passi e poi si inizia a intuire dove siamo e cosa stiamo facendo («E così veniamo avanti simili in tutto a quelli di ieri aggrappati a un’immagine condannata a descriverci. Dimmi, non è così?») per capire che in fondo il nocciolo del problema è sempre la stessa contraddizione del cuore («Io non ti cerco, io non ti aspetto, ma non ti dimentico»).

Si continua con la sferzante, caustica e meravigliosa Litio che riporta ai nostri occhi l’amico di sempre Leo («Ti ho visto una sera nella pubblicità di una birra coi tuoi anelli da baro e le guance smagrite. Parevi un De Niro allucinato capitato lì per caso»).

 

 

Il racconto in sintetica prosa di Tra La Sabbia Dell’Oceano in chiave pseudo acustica obbliga a riflettere sulla ricerca della bellezza e il paragone della memoria mentre «Avevi Fretta Di Andartene» sostiene la speranza di essere capaci di affrontare un nuovo incontro solo con le nostre piccole miserie.

La Bellezza Violata è una parentesi appropriata: forse mai come in questo brano la musica del gruppo ha toccato sfumature briose con un giro di chitarra veloce e in circolo; il racconto di questo uomo sfigurato che passa dal voler uccidere il suo carnefice a fuggire perché potrebbe innamorarsene ha una tale profondità letteraria da lasciare sbalorditi. Straniante ma perfetta.

Terzo Capolavoro dell’album Invito Al Massacro riporta il gruppo alle sonorità più claustrofobiche, aspre e compatte; («Si diceva avessi ingaggiato una lotta privata contro la tua vanità. si diceva che intorno a te avessi scavato un solco profondo come l’abisso») perché anche lungo il nuovo cammino è necessario fare i conti con le proprie azioni passate, anche quelle che si ritenevano meritevoli.

Mi Piacerebbe Ogni Tanto Averti Qui
sembra una tale questione privata che si ha quasi vergogna a parlarne così che anche la musica non sembra altro che un avvolgente eco in lontananza.

Quarto capolavoro e segno autorevole che i Massimo Volume nel 2010 sono ancora quella rock band potente e convinta dei propri mezzi è Fausto dove tutti veniamo trascinati insieme all’icona new wave italiana Faust’O per le strade della città con quello che abbiamo da dire, da sostenere e a volte da urlare.

Gli ultimi due brani infine sottolineano non la fine del cammino ma solo come dobbiamo lasciarci per ora: Via Vasco De Gama dove (e come) sostare e In Un Mondo Dopo Il Mondo un piccolo esempio poetico di sguardo al futuro. Un futuro da stranieri.

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