RISULTATI REGIONALI/ Se l’Emilia-Romagna toglie ogni alibi al Conte 2

- Nicola Berti

Bonaccini (Pd) vince in Emilia-Romagna. Ora che le elezioni sono passate, i partiti al governo non hanno più alibi. E dovranno cominciare a governare

manovra
Il premier Giuseppe Conte con il ministro dell'Economia Roberto Gualtieri (LaPresse)

Questa mattina il governo Conte 2 potrà rimettersi al lavoro: anche se sembra forse più corretto affermare che “dovrà” mettersi al lavoro – finalmente e senza più alibi – a cinque mesi dall’insediamento.

Nell’immediato l’esecutivo sentirà ancora sotto i piedi il terreno della maggioranza giallorossa, anche se il quadro politico è profondamente cambiato a quasi due anni dal voto politico che tuttora disegna il Parlamento nazionale.  La lunga fase sospensiva innescata dall’immediata scissione di Iv dal Pd e quindi dalla vittoria del centrodestra in Umbria si è conclusa ieri sera in Emilia–Romagna e Calabria, solidificando un’Italia bipolare: già in parte tratteggiata al voto europeo del maggio scorso.

Da una parte la Lega non completa l’en plein delle amministrazioni regionali del Nord, ma conferma a Reggio Calabria il suo ruolo di primo partito nel Paese e di secondo partito a Bologna, con un peso paragonabile a quello di Dc e Pci nella prima repubblica. 

Da ieri, invece, nessuno ha più dubbi sul fatto che M5s non sia più il primo partito italiano e forse neppure il secondo: e la sconfitta all’estremo sud della penisola è più scottante di quella nella pianura padana.

Il Pd – reduce da una lunga striscia di sconfitte elettorali, nazionali e locali –salvo colpi di scena potrà festeggiare un successo importante, anche se di stretta misura. Una vittoria difensiva che sembra comunque incorporare una doppia incognita: quanto ha pesato l’effetto sardine e quanto è replicabile in altre aree elettorali del Paese? Analogamente: quanto il riflusso del voto pentastellato verso M5s potrà essere gestito prima nei palazzi romani in un futuro voto politico?

In attesa che i partiti traggano le conseguenze, la palla torna comunque al premier Giuseppe Conte e alla sua compagine di ministri. Ammesso che fosse davvero tale, la “minaccia” leghista è stata contenuta e il governo mai uscito dall’incubatrice del ribaltone è salvo. E da stamattina deve cominciare a governare per davvero: perché non può si può certo considerare “azione di governo” una manovra finanziaria informe, subito rimessa in discussione da un taglio delle tasse più annunciato che reale.

Da stamattina l’emergenza italiana torna a essere la crescita quasi-zero stimata anche per il 2020. È di nuovo il debito oltre la linea rossa di quota 130 con la disoccupazione ai massimi nella Ue. È il dilemma – prevedibilmente più forte – fra assistenzialismo/statalismo e rilancio dell’imprenditorialità attraverso stimoli fiscali.

Da stamattina l’emergenza italiana ridiventa la crisi libica e il suo incrocio con i flussi migratori: dossier irrisolto nel congelamento dei decreti Salvini, mentre l’Europa torna a premere sull’Italia.

Da stamattina l’emergenza italiana torna a etichettarsi dei loghi di Ilva, Alitalia, Autostrade. Ritrova tutti i dissesti bancari più o meno tamponati.

Da stamattina l’emergenza italiana riscopre la “questione giudiziaria”, con tutti i nodi della riforma Bonafede.

E molto altro.

Da stamattina il governo italiano in carica non ha più alibi nel dimostrare di essere – avrebbe detto Ronald Reagan – la soluzione all’emergenza italiana e non invece l’eterna emergenza del Paese. 

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