RITA LEVI-MONTALCINI/ “Una donna non può essere tutto”: lei è stata ‘di’ tutti

- Rossella Pastore

Rita Levi-Montalcini, lettura inedita della sua storia a partire dal film tv a lei dedicato. Un lavoro appassionato e ‘solidale’ oltre le aspettative.

Elena Sofia Ricci nei panni di Rita Levi-Montalcini
Elena Sofia Ricci nei panni di Rita Levi-Montalcini

“Siamo imperfetti. È questo che ci rende umani”. Con questa frase, che trascritta perde forse un po’ della sua autenticità, diventando quasi retorica, il fantomatico professor Levi del film tv Rita Levi-Montalcini congeda la sua pupilla. A restituirle la forza semantica ci pensa l’interpretazione di un ottimo Franco Castellano, caratterista nel ruolo dell’inflessibile e al tempo stesso appassionato docente di neurologia. È proprio lui a dare a Rita nuovo slancio, quando si ritrova alle prese con le discriminazioni razziali e per un momento pensa di abbandonare la ricerca. Risulta interessante approfondire il loro rapporto: per Rita, che non si è mai sposata, il professore rappresenta il suo unico punto di riferimento per quanto riguarda l’universo maschile. Di fatto, all’inizio della sua carriera, ha dovuto scontrarsi col padre, un uomo dalla personalità ingombrante per il quale – nel rispetto del più antico dei cliché – non era concepibile che una donna si facesse strada nel mondo accademico.

La scoperta da Nobel

Eppure Rita ce l’ha fatta, sovvertendo non solo gli stereotipi sul suo essere donna, ma arrivando addirittura ai vertici del settore della medicina mondiale. La scoperta che – nel 1986 – gli permise di vincere il Nobel fu quella del fattore di accrescimento nervoso, una piccola proteina segnale coinvolta nello sviluppo del sistema nervoso dei vertebrati ancor oggi al centro degli studi sulla cura di alcune malattie che colpiscono il sistema nervoso (in particolare la sla e l’Alzheimer). Rita Levi-Montalcini dedicò tutta la sua vita alla ricerca sull’organo del cervello, preferendo di gran lunga l’attività di laboratorio a quella di medico. Il perché lo illustra lei stessa nel film: “Il dolore per la sofferenza dei malati che non potevo guarire mi paralizzava”. Basta sentirla pronunciare questa frase, per scoprire l’umanità di cui sopra. Che solo apparentemente è imperfezione: si tratta piuttosto di pietà, compassione, sensibilità, tutte caratteristiche proprie del mestiere in questione, e che bisogna imparare non a sopprimere, bensì a modulare. Rita, evidentemente, non c’è riuscita. Ma come lei stessa asserisce: “Una donna non può essere tutto”.

L’ambizione-vocazione di Rita Levi-Montalcini

Una donna, per esempio, non può essere moglie, madre e lavoratrice insieme, a meno di non stremarsi o di non rimanere ‘mediocre’ in tutti e tre gli ambiti. Non è detto che il mestiere di moglie e madre sia meno nobile di quello di ricercatrice scientifica: il rischio, quando si tratta una storia come quella di Rita Levi-Montalcini, è di farne una bieca icona femminista e renderla suo malgrado paladina del ‘radicalmente’ corretto. L’ambizione è vocazione, e come tale – di per se stessa – non presenta nessun rischio di derive megalomani o egoistiche da self-made woman. Per par condicio, diciamo che non esistono neanche i self-made man: come si è visto, nella vita, tutti hanno (avuto) bisogno di un mentore, per spiccare il volo. Si dice che dietro un grande uomo ci sia sempre una grande donna (e viceversa), ma la verità è che non ha alcuna importanza che tra i due ci siano vincoli di sorta. Si può intendere il bisogno reciproco come necessità di far parte di una comunità, di un insieme solidale in cui l’amore è agapico e universale, dunque ancora più nobile che se fosse rivolto a una sola persona. In questo, sicuramente, si può dire che la dottoressa sia stata esemplare, dimostrando di amare davvero quanti – grazie al suo lavoro – hanno ritrovato la speranza di una guarigione. “Non si può essere tutto”, diceva lei; ma quanti si spendono per salvare delle vite si fanno realmente, e sul piano concreto, “tutto a tutti”. Vale a dire, madre, sorella, amica del malato di turno.

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