ROBERTO MINERVINI/ Il metodo di lavoro del regista (Ogni cosa è illuminata)

- Morgan K. Barraco

Roberto Minervini sarà uno degli ospiti di Ogni cosa è illuminata, in onda con la sua seconda puntata su Rai 3 nella prima serata di oggi

What You Gonna Do When The World's On Fire?
Una scena del film What you gonna do when the world's on fire?

Il futuro apocalittico è al centro del nuovo film di Roberto Minervini, trapiantato in Texas ma di origini marchigiane. Il suo What you gonna do when the world’s on fire?, ovvero Che fare quando il mondo è in fiamme, verrà trasmesso in anteprima al Nuyovo di La Spezia il prossimo 21 giugno. Tre storie diverse che contribuiscono a rendere ampiamente politico il lavoro del regista, con una particolare attenzione per la situazione della comunità di colore e del suo drammatico rapporto con la giustizia. Minervini riprende in mano il vessillo già portato in alto nel precedente Louisiana (The other side), raccontando un’America lontana dai riflettori e da quella nebbia di benessere che avvolge solo la sua superficie. La terra dei sogni e delle opportunità, che spesso riserva ben altro a chi vive ai margini della società. Un ritratto audace che punta tutto sulla reazione delle minoranze, scrive il critico Goffredo Fofi in un articolo sull’Internazionale.

ROBERTO MINERVINI, IL SUO METODO DI LAVORO

Una pellicola che ruota attorno a quel punto interrogativo non solo presente nel titolo, ma già motivo di riflessione fin dai tempi antichi. Una domanda angosciante che spesso ha visto le comunità combattere con l’oligarchia tramite un’aspra e sanguinaria rivolta. Roberto Minervini sarà inoltre uno degli ospiti presenti a Ogni cosa è illuminata, in onda con la sua seconda puntata su Rai 3 nella prima serata di oggi. Si parlerà di resilienza, ovvero quell’accettazione che è in totale contrasto con il tema trattato dal regista nel suo nuovo lavoro cinematografico. I protagonisti raccontati e seguiti infatti danno della mancanza di accettazione il pilastro per la sommossa successiva, in perfetto contrasto con chi abbassa la testa e ingoia spesso in modo passivo. Esiste un unico spazio in cui vita e cinema si fondono per Roberto Minervini. Il regista italiano infatti non esita a trasferirsi in zone remote dell’America con famiglia e troupe al seguito (ma vengono coinvolti anche i familiari del team) pur di approfondire grazie a documentari inediti che cosa succede al di là della collina.

LA CARRIERA DI PADRE E DI CINEASTA

Uno stile di vita che gli ha permesso negli anni di realizzare molte pellicole di grande impatto, come ha dimostrato il suo Louisiana (The other side), riuscendo a spaccare in due il festival di Cannes per via della crudezza delle immagini e del racconto. Non è un caso se Minervini decide di coinvolgere la famiglia creata con la moglie e produttrice Denise Ping Lee, chiedendo alla troupe di seguire il suo esempio. Gli sarebbe utile, spiega L’Espresso, per riuscire a entrare nella vita dei suoi futuri protagonisti, per mettersi in gioco con la propria pelle e riuscire a entrare nell’ecosistema di estranei con maggiore facilità. “La carriera di padre e quella di cineasta devono essere compatibili”, spiega al settimanale. Agli occhi dei suoi figli è “una specie di vacanza-lavoro”, in cui possono giocare con i figli dei personaggi. La sua integrità morale invece la attribuisce a quel lungo viaggio intrapreso da Fermo alla volta di Roma, nell’80. Tutto solo per partecipare al funerale del segretario del Pci Luigi Longo. “Capii che per i miei l’amore andava al di là dei confini familiari”, rivela infatti pensando a come il padre e la madre piangessero a dirotto per qualcuno che alla fine non avevano mai visto.

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