ROLLING STONES/ “Sticky Fingers”: quando divennero la più grande r’n’r band del mondo

- Paolo Vites

Cinquant’anni fa uscì l’album Sticky Fingers, con cui i Rolling Stones definirono per sempre il loro stesso mito

stones sticky 640x300
I Rolling Stones ai tempi dell'uscita di Sticky Fingers, 1971

Per arrivare a Sticky Fingers gli Stones avevano impiegato diversi anni e un cammino che li aveva allontanati sempre più da quello di “rivali” dei Beatles, come inizialmente erano stati definiti. Non avrebbero mai potuto esserlo, essendo nati come gruppo blues a differenza dei Fab4 che erano un quartetto di purissimo rock’n’roll, ma le logiche promozionali dell’epoca avevano creato quel mito. Proporli insomma come faccia cattiva degli sbarbatelli e sorridenti Beatles (“Lascereste mai vostra figlia uscire con uno dei Rolling Stones?” recitava una delle prime campagne pubblicitarie del loro “inventore”, l’abile e astuto Andrew Loog Oldham, che ebbe però il merito di spingere Richards e Jagger a scrivere canzoni invece di limitarsi alle cover).

Per arrivare al loro disco più americano di sempre, che in fondo era sempre stato il loro sogno di “americani immaginari” come tutti i colleghi della cosiddetta British Invasion che, partiti dalle sponde del Merseyside di Liverpool o dalla Swinging London erano andati, prima con la fantasia poi realmente, sul luogo a cercare le fonti da cui si erano abbeverati in gioventù, erano dovuti passare da due bellissimi dischi, Beggars Banquet e Let it bleed. Belli sì, ma ancora non così spudoratamente americani, così visceralmente rock’n’roll e, se si vuole, di transizione.

Una volta defunto Brian Jones, che comunque avevano già cacciato dalla band, e assunto a tempo pieno l’ex enfant prodige di John Mayall Mick Taylor, gli Stones erano pronti al grande passo. Contributo fondamentale fu anche l’amicizia sviluppata con Gram Parsons, gentiluomo del sud degli States e profondissimo conoscitore della musica country, trasferitosi a L.A. e convertitosi all’hippismo e alla droga. Niente di meglio per andare d’accordo con Richards tanto che, si dice, Wild Horses sarebbe stata scritta con il suo contributo non riconosciuto, pubblicata un anno prima degli Stones quando Parsons militava nei Flying Burrito Bros. Non sarebbe così strano visto che di episodi analoghi ce ne è più di uno nel disco, da Sister Morphine, il cui testo venne composto dall’allora compagna di Jagger, Marianne Faithfull, il cui apporto venne riconosciuto ufficialmente come co-autrice solo trent’anni e passa dopo. Per Parsons andò peggio: morì di overdose due anni dopo l’uscita di Sticky Fingers. Ma anche la splendida Moonlight Mile, solo un abbozzo, fu completata, senza riconoscimenti, da Mick Taylor.

Ma oltre alla musica, gli Stones di questo disco svelano completamente ogni maschera, se ancora ne avevano, mostrando il loro vero volto: sesso, droga e rock’n’roll. Succede sin dalla storica copertina, opera del re della pop art, Andy Warhol: un paio di jeans fotografati con un chiaro rigonfiamento nella zona genitale e una vera cerniera, tirando giù la quale si mostra la biancheria intima di un modello. Non è Mick Jagger, ma l’attore della Factory di Warhol, Joe D’Alessandro. Lo scandalo e le polemiche, ma anche il fatto che la cerniera rovinava il vinile interno, portarono quasi subito a ristampare il disco senza la cerniera apribile. Resta però una provocazione fortissima, scandalosa, che farà storia.

“Sticky Fingers” d’altronde significa “dita appiccicose”, significato esplicito, ma anche che la band si stava “appiccicando le dita” con suoni grezzi, sporchi, distorti, testi sudici, depravati, pieni di allusioni a sesso e, soprattutto, droga (“Sì, devi mescolarlo, bambino, devi aggiustarlo Deve essere amore, è una stronza sì, devi mescolarlo, bambino, devi aggiustarlo se deve essere amore, è una stronza, va bene”). E se Brown Sugar racconta di una schiava di colore venduta al mercato di New Orleans sottoposta a violenze carnali e sessuali, “lo zucchero marrone” è anche un tipo di eroina.

Gli Stones non avevano mai suonato così brutalmente sfacciati né lo faranno mai più, ma anche così brutalmente onesti da confessare il travaglio e la disperazione del mondo dei tossicodipendenti di cui, almeno uno di loro, era parte fissa. Marianne Faithfull ne sarebbe diventata parte ben presto anche lei, dopo essere stata cacciata via da bel Mick in maniera brutale. Bitch sarebbe stata scritta per lei; pubblicata come primo singolo, non avrebbe ricevuto alcun airplay nelle radio per il titolo così esplicito e per le polemiche da parte delle femministe. Tutte cose che agli Stones potevano fregare di meno.

Ci avrebbe pensato il riff cartavetrata e spazza rivali di Brown Sugar a volare in cima a classifiche americane e inglesi e a contribuire a far dell’eroina una moda di massa. Ma per chi voleva capire, bastava ascoltare la desolazione di Dead Flowers o l’angoscia di Sister Morphine, un brano così crudo che neanche Lou Reed si sarebbe spinto a tanto, da fargli cambiare voglia (“Dolce cugina cocaina, metti la tua mano fresca sulla mia testa Ah, andiamo, sorella Morfina, è meglio che mi prepari il letto perché tu lo sai e io lo so che domattina sarò morto sì, e puoi sederti, sì e puoi guardare tutto le lenzuola bianche pulite macchiate di rosso”).

Sticky Fingers a un attento ascolto ha infatti due facce: quella esaltata e depravata e quella di chi ha già capito che quella è una strada di perdizione: “Ho la mia libertà ma non ho molto tempo la fede è stata infranta bisogna piangere le lacrime viviamo un po’ di vita dopo che moriamo”.

Inizialmente registrato nel cuore della musica nera americana, agli studi Muscle Shoals in Alabama, il disco passa indifferentemente dal blues, al funky, dall’R&B al country e al soul, suonati come se non ci fosse un domani, grazie anche al contributo di un manipolo fantastico di musicisti che si calano perfettamente nell’atmosfera che, senza bisogno di evocarla, esce fuori da sola in sala di registrazione: Bobby Keys al sassofono; Ry Cooder alla slide guitar; Jim Dickinson, Jack Nietzsche, Ian Stewart e Nicky Hopkins al pianoforte; Billy Preston alle tastiere.

Impossibile dire quale sia il pezzo migliore. Certamente gli oltre otto minuti di Can’t you hear me knockin’, che parte come un funky rock devastante con un riff di Keith Richards in staccato così brutale che i Sex Pistols non si sarebbero mai avvicinati a sfiorare per intensità e poi si apre ai ritmi percussivi latini di Santana, con l’intervento free jazz di Bobby Keys al sax prima e poi con un solo spettacolare di Mick Taylor (che spadroneggia in lungo e in largo anche in Sway) o la mestizia dolente della loro più bella ballata acustica di sempre, Wild Horses, introdotta da un intreccio di corde acustiche di purissima bellezza, se la giocano alla grande. Ma anche il country balordo di Dead Flowers, il soul cosmico di Moonlight Mile arrangiato e orchestrato da quel Paul Buckmaster che era dietro ai capolavori di Elton John, un altro inglese che aveva trovato in America la propria ragion d’essere.

Questo è l’album di Mick Jagger (secondo alcuni anche il leggendario riff di Brown Sugar è opera sua, ma in realtà il groove è preso dal rocker degli anni 50 Freddy Cannon), allo stesso modo in cui Exile è quello di Keith Richards. Di tutti i cantanti iconici del rock degli anni ’60 e ’70, Jagger rimane il più difficile da imitare, almeno senza sembrare ridicoli. Ciò è in parte dovuto al fatto che a lui stesso non è mai importato sembrare ridicolo, capace di trasformare la sua spavalderia quasi da cartone animato in una forma di arte da performance. La voce di Jagger non è mai suonata più ricca o piena di quanto non sia qui (in Exile è per lo più  sepolta, volutamente, con un effetto abile), ci fa cose strane, imitando ed esagerando gli accenti da bluesman o da cantante country, del sud degli States, con un fervore quasi religioso.

Ma è anche il disco di Mick Taylor, mai apparso in stato di grazia come in questo album e che si prende ogni spazio lasciato da Keith Richards: “Dopo che Mick Taylor entrò a far parte degli Stones” racconta Andy Jones che insieme al fratello Glyn fu il tecnico del suono “diventarono più blues e le cose diventarono stramaledettamene fantastiche”.

Sticky Fingers arrivò in un momento in cui, almeno su disco, i Rolling Stones non sbagliavano alcunché. Questo album potrebbe ragionevolmente essere definito il loro picco. Sono stati chiamati la più grande rock’n’roll band del mondo per troppo tempo, ma se quella designazione è mai stata applicata, accade in questi solchi.

— — — —

Abbiamo bisogno del tuo contributo per continuare a fornirti una informazione di qualità e indipendente.

SOSTIENICI. DONA ORA CLICCANDO QUI

© RIPRODUZIONE RISERVATA