FISCO E FAMIGLIA/ Antonini: quoziente familiare, ora Roma può diventare un modello

Dopo Parma e Roma, il quoziente familiare entra nel decreto sul federalismo municipale. LUCA ANTONINI spiega perché la nuova legge può aiutare le città meno efficienti ad imparare da chi per primo ha scelto soluzioni innovative.

20.01.2011 - int. Luca Antonini
calcolatriceR375_10set09
http://www.ilsussidiario.net/img/IMAGOECONOMICA2/mamma.jpg

Tutto è iniziato con Parma. Poi è arrivata Roma, e ora l’introduzione di un quoziente familiare che aiuti i genitori con figli e nonni a carico approda anche in parlamento. Ieri il ministro Calderoli ha presentato la sua bozza di decreto sul federalismo fiscale, che ora passa all’esame delle commissioni di Camera e Senato. Un testo che, in alcune sue parti, riprende provvedimenti introdotti di recente nella capitale.

Luca Antonini è il presidente della commissione per l’attuazione del federalismo fiscale. Lo incontriamo all’Istituto Luigi Sturzo di Roma, a margine della presentazione del nuovo numero di “Atlantide” su «Federalismo fiscale e Big Society». Ci spiega che tra gli elementi centrali della riforma c’è proprio la volontà di favorire uno scambio di modelli innovativi tra città.

«È il sistema dei fabbisogni standard – dice il professore – che aiuterà a far circolare le “best practices” da una realtà locale all’altra». Fino ad ora lo Stato determina i livelli di spesa degli enti locali in base al passato: un sistema che non scova le inefficienze e anzi favorisce il ripetersi nel tempo degli sprechi. Ora l’obiettivo è incentivare le realtà meno virtuose ad imparare da chi spende in modo più efficiente le proprie risorse. Si vuole creare una competizione al rialzo tra i Comuni italiani: a chi spende meglio sarà data la possibilità di spendere di più, col fine di migliorare i servizi per i cittadini.

Nel caso del quoziente familiare è successo più o meno lo stesso.

CONTINUA A LEGGERE L’ARTICOLO SU QUOZIENTE FAMILIARE E FEDERALISMO MUNICIPALE CLICCANDO SULLA FRECCIA

Parma ha fatto da apripista, seguita – dopo qualche esitazione – da Roma. Il decreto sul federalismo municipale, se approvato nella sua forma attuale, sviluppa nella legislazione nazionale l’idea che il settore pubblico debba aiutare le famiglie numerose. «Il decreto – racconta Antonini – prevede che le regioni possano aiutare le famiglie con figli a carico: è uno dei principi cardine della legge delega, insieme al principio della sussidiarietà».

 

Come funziona il quoziente? «Il decreto prevede un aumento al 23 per cento della cedolare secca sugli affitti. Con il nuovo gettito si finanzia un fondo a vantaggio degli inquilini con figli a carico. Di fatto diventa un finanziamento sul canone d’affitto».

 

Sui giornali si è parlato però di un «mini-quoziente», una misura ancora troppo limitata e sottofinanziata. Il professore non è d’accordo: «Il fondo che si crea può arrivare fino a 400 milioni di euro, una cifra di tutto rispetto. I calcoli che erano stati presentati dai commercialisti “spalmavano” il conto su tutte le famiglie italiane; è per questo che la cifra destinata ad ogni famiglia diventava irrisoria». Il provvedimento invece è pensato in modo esplicito per le famiglie numerose che vivono in affitto. Una misura redistributiva e mirata.

 

Ma che impatto può avere il nuovo quoziente sulla singola famiglia? Nel caso del “quoziente Roma” si è parlato di poche decine di euro: un contributo utile ma non certo decisivo sui bilanci di fine mese. Secondo Antonini invece il provvedimento previsto nel decreto Calderoli può risultare molto più incisivo: «Sulla singola famiglia si raggiungeranno risparmi anche di 200 o 300 euro, in alcuni casi persino superiori».

 

Non è solo sul quoziente familiare che Roma ha preceduto la legge nazionale. Dal primo di gennaio i turisti che pernottano nella Città Eterna devono pagare una tassa sul soggiorno: un balzello di alcuni euro a notte che viene caricato direttamente sul conto dell’albergo. La protesta degli albergatori è stata immediata: anche se la nuova imposta non pesa sui cittadini romani, rischia di diminuire i guadagni degli esercenti qualora diventasse un meccanismo «scaccia-turisti».

 

Il presidente della commissione sul federalismo fiscale prova a smorzare i toni. «La tassa di soggiorno a Roma è molto più alta di quella prevista nel decreto: può arrivare fino a dieci euro, mentre a livello nazionale dovrà essere compresa tra cinquanta centesimi e cinque euro». La questione di fondo, del resto, rimane la stessa: «A Roma c’è un grosso buco da colmare, e non si può pensare che sia sempre lo Stato a pagare». Allora meglio pescare nelle tasche dei turisti.

 

(Lorenzo Biondi)

© RIPRODUZIONE RISERVATA

I commenti dei lettori