ROMA CAPITALE/ Il costituzionalista: ecco tutti i limiti di questo decreto

Il primo Consiglio dei ministri dell’era Mario Monti ha approvato il secondo decreto legislativo che dovrà stabilire i nuovi poteri di Roma Capitale. Ne parliamo con STELIO MANGIAMELI

22.11.2011 - int. Stelio Mangiameli
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I dubbi su Roma Capitale (Imagoeconomica)

Roma. Il primo Consiglio dei ministri dell’era Mario Monti ha approvato ieri mattina il secondo decreto legislativo che dovrà conferire a Roma Capitale nuove competenze in materia di trasporti, edilizia, commercio e pianificazione urbana. Questo secondo decreto, approvato nell’ultimo giorno utile per l’esercizio della delega, dovrà passare ora al vaglio delle compenti Commissioni parlamentari e delle Conferenze Stato-Regioni e Stato-Città, e solo successivamente tornerà al Consiglio dei ministri per il via libera definitivo. Il sindaco Gianni Alemanno ha espresso la propria soddisfazione: «Ce l’abbiamo fatta. Era l’ultimo giorno utile e il decreto è stato approvato», nonostante la forte opposizione della Lega. «È importante che il primo atto di questo governo – ha aggiunto il primo cittadino – sia stato di far passare il decreto legislativo di Roma Capitale preparato dal governo Berlusconi e rimasto bloccato a causa degli atteggiamenti della Lega. Anche oggi leggo commenti contrari ma noi diciamo che questo è riaffermare l’unità nazionale passando attraverso il riconoscimento di Roma Capitale». Dure infatti le reazioni della Lega, a iniziare dal presidente della Regione Veneto, Luca Zaia, secondo cui «se il buongiorno si vede dal mattino, questo è un pessimo giorno. Mi sarei aspettato che vi fosse almeno un provvedimento per la disoccupazione giovanile, o rispetto all’occupazione in generale che è la grande emergenza. Penso – ha concluso Zaia – che quantomeno esteticamente si dovrebbe istituire la condizione della pariteticità, un decreto per il Nord e uno per il Sud».  Alemanno ha invece fatto notare che la Lega ha sempre «rappresentato l’ostruzione contraria al compimento di questa riforma, nonostante sia stato Calderoli il ministro che ha portato all’approvazione in Parlamento del decreto delega in cui c’era la norma su Roma capitale. Dal alcuni mesi però non riuscivamo a superare questi sbarramenti e oggi finalmente, con un governo tecnico che non è influenzato dalla Lega, riusciamo ad avere questa approvazione importante. È un segnale d’attenzione per il nostro sistema territoriale», ha concluso Alemanno. Anche la presidente della Regione Renata Polverini si è detta soddisfatta: «Questo Governo ridà centralità a Roma, e aggiungo che la mia presenza in Consiglio dei Ministri è dovuta anche al fatto che sono stati sbloccati 350 milioni di euro per il piano di rientro sanitario che in questo momento sono una boccata d’ossigeno fondamentale». IlSussidiario.net ha chiesto un commento a Stelio Mangiameli, professore di Diritto costituzionale presso la Facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Teramo e Luiss di Roma, nonché direttore dell’Istituto di Studi sui Sistemi Regionali Federali e sulle Autonomie (ISSiRFA) del CNR«Oggi è stato essenzialmente aperto il procedimento, ma adesso bisognerà attendere ancora 90 giorni in cui le Camere possono integrare il testo ed esprimersi sui reali poteri di Roma Capitale. Inoltre questo decreto appare come una continuazione di quello precedente, perché insiste a discutere i profili relativi alla struttura organizzativa di Roma Capitale, quindi sul numero dei municipi, sul numero dei membri dell’Assemblea e così via. L’assetto concreto dei poteri rimane però quello attuale, e questo sembra a prima vista il limite più grande, che poi è lo stesso del vecchio procedimento». Il professor Mangiameli ci spiega infatti che «il primo decreto su Roma Capitale è essenzialmente più di facciata che di sostanza perché, se si va ad osservare, non contiene delle ipotesi effettive di reale cambiamento strutturale. Il vero problema di Roma Capitale è che dovrebbe essere strutturata non sul Comune di Roma, ma sulla città metropolitana di Roma, e di conseguenza il sistema dovrebbe essere molto più articolato: solo per fare un esempio, la città non ha alcuna infrastruttura rilevante, come porti o aeroporti sul proprio territorio, che invece si trovano all’interno di altri comuni.

E’ quindi necessario non prendere in considerazione il comune di Roma come punto di riferimento, ma invece costruire una città metropolitana in modo da avere quei territori su cui si trovano le maggiori infrastrutture della capitale. Roma Capitale si trova in un contesto dove l’infrastrutturazione di comunicazione è esterno, e allora l’idea di fondo era proprio quella di guardare al contesto della città metropolitana. Nell’ambito di questo tipo di sperimentazione, i municipi di Roma avrebbero dovuto acquisire una nuova autonomia essenzialmente comparabile con quella dei comuni limitrofi che sarebbero entrati a far parte della città metropolitana, i quali a loro volta avrebbero dovuto perdere competenze sul piano della pianificazione per cederla proprio a Roma Capitale. Quindi, per spiegarmi meglio, sarebbe dovuto nascere una sorta di sistema su due livelli, unitario tra comuni e municipi, con Roma Capitale al di sopra. Questo era il progetto iniziale, mentre ora è stata creata una Roma Capitale che coincide col comune capoluogo e che continua a non avere tutti i comuni dell’hinterland interessati allo sviluppo della capitale e titolari delle infrastrutture. Non c’è quindi né un vero decentramento interno né un accorpamento che consenta di pianificare e di programmare con più ampio respiro le infrastrutture e la viabilità. Il decreto legislativo 156 del 2010 avrebbe dovuto essere rivisto totalmente, invece, da quello che traspare dalle poche notizie che arrivano frammentate, siamo di fronte a un decreto che cavalca i limiti di quello precedente, modificando solo piccoli dettagli, come il numero dei consiglieri e quello dei municipi, senza però intervenire su ciò che riguarda le funzioni, le competenze e le aree di riferimento». Il professor Mangiameli parla poi del problema dei finanziamenti: «Nel decreto del 2010 mancava qualunque riferimento concreto a un eventuale intervento su Roma Capitale, da sempre legata a leggi speciali per determinati eventi. Quindi cosa è mancato e cosa manca rispetto ad altre città europee come Londra, Berlino e Parigi?

Manca quella costanza nel finanziamento che provi continuamente a rendere competitiva la capitale. Voglio fare un esempio: Parigi ha programmato prima il centro Pompidou, poi il De Gaulle, poi la biblioteca intitolata a Mitterand, e così via, ma sono tutti frutti di un costante finanziamento sulla capitale. A Roma questo non c’è, a meno che non ci sia un Mondiale, un Olimpiade o il Giubileo, cioè tutti eventi per cui di volta in volta vengono create leggi ad hoc. Questo modo di finanziare la capitale non è positivo e non porta a nessuna buona pianificazione della città, quindi essenzialmente mancano due profili: uno sul piano istituzionale, che con un’ottica ridotta non tiene conto della struttura del territorio; inoltre, dal punto di vista finanziario, non si supera l’occasionalità del finanziamento». Riguardo le polemiche della Lega, il professor Mangiameli commenta: «Credo che questo tema sia in preparazione da tempo, e che sia stato portato oggi in Consiglio dei ministri perché considerato finalmente maturo. Ovviamente agli occhi della Lega questa vicenda assume il sapore di una vicenda politicamente significativa, ma non è detto assolutamente che lo sia. La Lega intende sfruttare questo fatto, che deriva dalla continuità della programmazione dei lavori in Consiglio, per farne un caso eclatante di opposizione, ma non va sopravvalutato, perché è la stessa Costituzione, all’articolo 114 comma 3, a dire che la Capitale deve avere un preciso assetto».

 

(Claudio Perlini)  

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