PIANO NOMADI/ Blangiardo: la prima soluzione deve essere il buon senso

Il Consiglio di Stato ha stabilito che non esiste nessuna emergenza nomadi, bocciando di conseguenza il Piano Nomadi formulato da Roma Capitale. Ne parliamo con GIAN CARLO BLANGIARDO

23.11.2011 - int. Gian Carlo Blangiardo
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Un incendio in un campo nomadi

Roma. Con la sentenza n. 6050 il Consiglio di Stato ha stabilito che non esiste nessuna emergenza nomadi nelle regioni Lazio, Campania, Lombardia, Veneto e Piemonte, bocciando di conseguenza il Piano Nomadi formulato da Roma Capitale. Sono così stati accolti i ricorsi dell’associazione per la difesa dei diritti dei rom, la “European Roma Rights Centre Foundation” e di due abitanti del campo Casilino 900 di Roma. Tutta la vicenda inizia però nel 2008, quando Silvio Berlusconi decreta lo stato di emergenza «in relazione agli insediamenti di comunità nomadi» ed emette una serie di ordinanze attuative con le quali nomina i prefetti di Roma, Napoli, Milano, e poi Torino e Venezia, «commissari delegati per la realizzazione di tutti gli interventi necessari al superamento dello stato di emergenza». Il prefetto di Roma, Giuseppe Pecoraro, presenta il 31 luglio successivo, in veste di commissario straordinario, il Piano Nomadi insieme al Comune, un progetto che prevede lo smantellamento di tutte le realtà abusive della capitale e la realizzazione di pochi campi autorizzati e controllati, che al momento sono sette, di cui cinque già ampliati e ristrutturati. La sentenza del Consiglio di Stato sta però adesso facendo barcollare il piano del Comune di Roma, perché secondo i giudici non vi sono «precisi dati fattuali che autorizzino ad affermare l’esistenza di un nesso tra la presenza sul territorio di insediamenti rom e una straordinaria ed eccezionale turbativa dell’ordine e della sicurezza pubblica nelle aree interessate». Inoltre il Consiglio di Stato sottolinea che questo «interesse primariamente perseguito con la dichiarazione dell’emergenza, va individuato nella tutela delle popolazioni» che abitano i campi, dove è stata riscontrata una «situazione di pericolo ingenerata dall’esistenza» di questi insediamenti. Eppure non esiste «una straordinaria ed eccezionale turbativa dell’ordine e della sicurezza pubblica nelle aree interessate», quindi la situazione appare più «paventata pro futuro» che «già esistente e acclarata». Il sindaco di Roma Capitale Gianni Alemanno ha così commentato: «Ho appreso di questa sentenza ma non siamo ancora in grado di interpretarla esattamente per sapere quali siano le conseguenze», chiarendo poi che «se non prevede annullamenti retroattivi, cosa che non credo, la sentenza non ci preoccupa tanto perché il prefetto Pecoraro ha praticamente completato tutti gli atti». Infine il sindaco ha spiegato che «a breve aprirà La Barbuta, dunque il ruolo del prefetto si sta esaurendo. Il Consiglio di Stato ha anticipato praticamente la conclusione del mandato del prefetto Pecoraro». IlSussidiario.net ha contattato Giancarlo Blangiardo, Docente di Demografia presso l’Università di Milano-Bicocca: «L’integrazione è un processo multidimensionale per cui è quindi richiesta un’attenzione particolare su diversi aspetti. Quello che riguarda la collocazione residenziale delle famiglie è uno degli aspetti di cui bisogna tener conto, ma non è chiaramente l’unico che determina l’integrazione. Da questo punto di vista, è chiaro che la forte concentrazione di soggetti con abitudini e stili di vita diversi dai nostri può per molti rappresentare un problema, ma il fatto è che se l’integrazione fosse già pienamente realizzata dagli altri punti di vista, anche questo non rappresenterebbe un ostacolo. Siccome i processi sono lenti, anche se sono comunque in progressione, è evidente che il problema persiste, ma credo che la soluzione, che naturalmente deve prevedere il rispetto delle norme, possa trovarsi anche nel buon senso: si potrebbe infatti trovare una sistemazione che sia il più possibile rispettosa della libertà, senza che sia invasiva nei confronti di altre culture e tradizioni, e che sia nello stesso tempo capace di non contrastare gli altri tipi di organizzazione della società che caratterizzano la popolazione stanziale.

Sappiamo tutti che c’è un sistema che ci impone delle regole che, volenti o nolenti, vanno rispettate, quindi credo che qualunque iniziativa che serva a ribadire che questo rispetto delle regole debba essere generalizzato, sia tutto sommato doverosa. Se l’alternativa poi è rappresentata dal campo abusivo, con tutte le conseguenze che questo può comportare, anche nel rispetto della popolazione autoctona, credo che non ci siano dubbi che sia necessario andare nella direzione opposta, cioè verso la regolarità e la sicurezza. Semmai il problema riguarda i modi in cui realizzare queste situazioni di legalità, e la contestazione riguarda il rischio che si venga a creare una sorta di ghetto, che potrebbe rivelarsi controproducente per la possibile creazione di zone ad ingresso limitato, e la formazione delle cosiddette “città nelle città”, con tutte le conseguenze del caso. Evidentemente bisogna evitare che questo accada, ma l’obiettivo deve comunque restare quello di dare una collocazione legale nel rispetto delle regole e dei diritti sia della popolazione del campo, sia di quella che interagisce con questo. Quindi tutto ciò che si può fare è almeno tentare, con la speranza di riuscire, di creare condizioni di vita migliori e più regolamentate e, come tali, maggiormente nel rispetto dei minori e delle popolazioni. Credo che sia proprio questo l’obiettivo da perseguire assolutamente».

 

(Claudio Perlini)

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