FENOMENO ULTRAS/ L’esperto: ecco perché c’è chi va allo stadio armato

- int. Vincenzo Mastronardi

Domenica scorsa i carabinieri hanno rinvenuto un piccolo arsenale nell’auto di Federico Negri, amico del tifoso ucciso nel 2007, Gabriele Sandri. Ne parliamo con VINCENZO MASTRONARDI

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Totti e Rocchi insieme davanti allo striscione per Gabriele Sandri (Foto Ansa)

Roma. Poco prima della partita Lazio-Parma di domenica scorsa, nell’area dello stadio Olimpico, i carabinieri hanno effettuato dei controlli di routine su alcune vetture che transitavano nella zona. Su una di queste c’era Federico Negri, una delle persone che l’11 novembre 2007 si trovava nella stessa macchina di Gabriele Sandri, il tifoso della Lazio ucciso da un agente in un autogrill vicino ad Arezzo e il cui caso continua a fare scalpore in tutta italia, anche e soprattuto negli ambienti del tifo organizzato. Domenica scorsa i militari hanno notato due autovetture con un totale di cinque persone a bordo che avevano un atteggiamento sospetto, e durante il controllo all’interno di una delle due macchine, tra i cui occupanti c’era anche Negri, 42 anni, è stato trovato un vero e proprio arsenale: manganelli, coltelli a serramanico, coltelli da cucina con lame anche da 20 centimetri, martelli, e chiavi inglesi, oltre a una bandiera e ad alcuni adesivi con la scritta “Spaccarotella infame”, l’agente dalla cui pistola è partito il colpo fatale per Gabriele Sandri.
Per Negri l’accusa è di porto di oggetti e armi atti ad offendere in occasione di manifestazioni sportive, e insieme agli altri quattro è stato portato nella caserma dei carabinieri e arrestato. Il questore ha adottato un Daspo (Divieto di Accedere alle manifestazioni SPOrtive) della durata di un anno, e successivamente Negri è stato rilasciato, come anche il 34enne del Parma, dal giudice monocratico. I due ora, difesi dall’avvocato Claudio Ferrazza, saranno giudicati con rito ordinario e il processo è stato quindi aggiornato al 26 gennaio prossimo. Cristiano Sandri, fratello di “Gabbo”, ha fatto sapere di essere molto sorpreso e spera che «chi è stato denunciato possa chiarire tutto. Lazio-Parma non era una partita a rischio e faccio fatica a immaginarmi lo scenario descritto.
In una partita pacifica, con due tifoserie unite nel ricordo di due ragazzi, mi riesce difficile pensare che qualcuno portasse in giro un arsenale. L’11 novembre si deve apporre una targa importante e mi infastidisce l’accostamento tra mio fratello e quello che sarebbe accaduto, e uso il condizionale». Cristiano Sandri, parlando delle tifoserie unite nel ricordo di due ragazzi, si riferisce al fratello Gabriele e a Matteo Bagnoresi, tifoso del Parma morto nel 2008. IlSussidiario.net ha chiesto un parere a Vincenzo Mastronardi, criminologo e titolare della Cattedra di Psicopatologia forense presso la Ia Facoltà di Medicina dell’Università Sapienza di Roma: «Ci sono tantissime cause che possono spiegare questo gesto e tanti altri episodi che riguardano il calcio e la violenza negli stadi: innanzitutto c’è la causa istintiva, cioè uno sfogo dell’aggressività accumulata, e tra questo tipo di cause abbiamo quindi l’affioramento di risposte psico-biologiche finalistiche di gruppo, e quindi la successiva perdita delle strutture deputate alle inibizioni degli istinti aggressivi. Poi abbiamo le cause psico-patologiche, dove può esserci un singolo che può estendere il cosiddetto fanatismo di gruppo e causare uno squilibrio psico-fisico degli spettatori con fragilità emotiva, suggestionabili, o con immaturità psicologica, portando ad una irrazionalità collettiva. Un terzo punto è rappresentato dalla faziosità e la strumentalizzazione dei club, ma non è certamente questo il caso.

Questa terza causa, che ha a che fare con la dirigenza e gli organi di informazione sportiva, comprende il divismo dei giocatori e i loro vittimismo, gli interessi economici delle società calcistiche e l’esasperazione della competitività da parte dei dirigenti, la cosiddetta “violenza pilotata”. La quarta causa può invece avere a che fare con la frustrazione e l’emarginazione dei ceti subalterni e dei giovani, la mancanza di ideali, di cultura e di opportunità, e le carenze educative della scuola.
Poi ci possono essere delle vere e proprie cause criminali, quindi di un’altra categoria, come il teppismo e la malavita organizzata negli stadi, l’infiltrazione di delinquenti invece estranei al mondo sportivo oppure l’uso dello stadio come palcoscenico per manifestazioni di aggressività. Dopo quelle criminali, ipotizzerei in generale le cause culturali e comportamentali di massa, come la perdita del carattere ludico della manifestazione sportiva, la perdita di sportività e di fair play da parte del pubblico e degli atleti, l’anonimato e l’impunità dello spettatore di massa e la mancanza di educazione sportiva.
Sempre nella stessa categoria possiamo inserire il rifiuto del principio di autorità e la presenza di un tifo organizzato anarchico. Infine, le ultime cause possono essere quelle sociopolitiche, quindi uno sport che diventa riflesso della violenza nella società e uno spettacolo sportivo che, politicizzato, può diventare una forma di “terrorismo”, una canalizzazione di tutti i movimenti ideologici del singolo e della massa».

 

(Claudio Perlini) 

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