IL FATTO/ L’ambasciatore: tra Italia ed Egitto, il dialogo al di là della piazza

- int. Taha Mattar

Ricerca, innovazione, lavoro e know-how. C’è qualcosa che lega Italia ed Egitto andando oltre le bombe e il caos politico. Parla TAHA MATTAR, addetto culturale dell’Ambasciata egiziana

egitto
Tramonto alle piramidi

Le rivolte di piazza, la contestazione al regime, il sostegno altalenante dell’Italia, gli scenari futuri. I giornali sono pieni di notizie sulla grande confusione che regna oggi in Egitto, e sulla profonda incertezza che avviluppa il futuro dei rapporti italo-egiziani, in un momento in cui la stabilità garantita dal presidente Mubarak viene duramente messa in discussione. Ma nel rapporto tra Roma e il Cairo non c’è solo questo. Anzi. Un sottile filo unisce due tra i Paesi più densi di storia, nel Mediterraneo e ne mondo. Un filo fatto di interessi comuni nella ricerca, nello sviluppo. Nella voglia di fare cose insieme.
«C’è una relazione profonda tra l’Egitto e l’Italia, una sorta di accordo non scritto, naturale», su cui grava benevolmente la condivisione di due culture millenarie e di due storie di Paesi tanto simili e tanto diversi fra di loro. È il professor Taha Mattar a sostenerlo, da due anni addetto culturale dell’Ambasciata della Repubblica d’Egitto in Italia, e grande sostenitore della possibilità di mettere in rete le energie e le risorse di entrambi.
Ci accoglie nel suo studio di Roma, in una tranquilla via del colle Oppio, un eloquio in italiano fluente e una foto di un giovane Mubarak che ci osserva dalla parete.

«Chi vede il Mediterraneo come un ostacolo, come qualcosa che ci divide, sbaglia. L’acqua è come una vena, che porta il sangue in punti diversi del corpo». Corpo che porta le rughe millenarie dei Fori Imperiali e delle Sfingi. Ma formalmente, oltre all’accordo stipulato nel 1959 e rinnovato ogni tre anni (per il 2011 è previsto il rinnovo automatico, non essendo incorse modifiche dalla versione del 2008), non ci sono trattati di particolare rilevanza internazionale a legare Italia ed Egitto. «Il progetto di Frattini – quello, ormai datato, di creare un’unione tra le nazioni che si affacciano sul Mediterraneo – era la strada giusta. Ma c’è una partnership strategica che va oltre gli accordi, un accordo non scritto. Dopotutto, un accordo lo devi far valere. Ecco, noi mettiamo in pratica le cose, e poi magari firmiamo un pezzo di carta».

«Dal 2007 ogni anno stipuliamo delle relazioni particolari con alcuni Stati, nell’ambito del decennio della scienza e della tecnologia. Dopo la Germania e il Giappone, nel 2009 è stata la volta dell’Italia. Questo vuol dire che il vostro Paese è stato il terzo tra quelli sviluppati con cui abbiamo voluto approfondire il rapporto, il secondo in Europa». Ma dunque l’Egitto si ritiene ancora in via di sviluppo?

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Mattar sorride, e risponde sinceramente: «Dobbiamo fare ancora molti passi. Finché non inizieremo a esportare tecnologia e know-how non potremo dirci pienamente sviluppati. Siamo su questa strada, ma c’è ancora da fare». Un obiettivo da raggiungere, che il nostro Paese, a suo avviso, ha già centrato da tempo: «Le nostre applicazioni industriali utilizzano in gran parte tecnologia italiana. Per cui chiunque lavora in Egitto ha a che fare con la tecnologia italiana». Creando così un meccanismo virtuoso, che porta molti egiziani a desiderare di poter lavorare in Italia, e che porta le aziende del Nilo a guardare con interesse all’innovazione che si sviluppa da noi. Anche per questo, nei pressi de Il Cairo, sta sorgendo il polo tecnologico italo-egiziano, una scuola tecnica superiore in grado di rilasciare diplomi di laurea, ma pensata in particolar modo per formare tecnici specializzati che rispondano alle esigenze del mercato del lavoro interno.

Circa cinquecento egiziani sono invece direttamente in Italia impegnati nell’alta formazione. Metà nei corsi di laurea e l’altra metà in dottorati e master. Studiano la lingua e la letteratura italiane, ma anche ingegneria, archeologia, agraria e medicina. «Tutte cose concrete. A partire dall’ingegneria meccanica ed elettronica, per terminare con la chirurgia cardiovascolare, disciplina sviluppatasi da noi anche grazie a medici italiani. Adesso stiamo portando avanti due progetti, uno sulle malattie del fegato, l’altro sull’energia solare».

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Un fitto reticolo di ricerca e di alta formazione che dovrebbe trovare un luogo fisico ad ospitarla. «Nel 2014 dovrebbe nascere l’università italo-egiziana, con capitali pubblici sia di Roma che del Cairo, ma anche con capitali privati».
Curioso che il nostro governo sia dovuto andare all’estero per sperimentare la prima commistione di pubblico e privato in un Ateneo. «Anche noi – evidenzia Mattar – come voi in questi ultimi mesi, stiamo provando a riformare il nostro sistema universitario in questo senso».

 

Una bella sfida, se si considera che La Sapienza di Roma, a livello numerico, è il secondo ateneo del mondo. Superato solo dall’università de Il Cairo. «La gente fa fatica ad accettare il cambiamento. In tutto il mondo cambia il sistema di istruzione, dobbiamo procedere anche noi. La riforma è la natura della vita».
Progetti ambiziosi. Nel frattempo a Roma si sono instaurati ottimi rapporti con l’assessorato alla cultura, come quelli con moltissimi assessorati in Italia. «Con il loro aiuto organizziamo incontri non solo sulla storia e sulla scienza, ma anche sulla cultura dell’Egitto di oggi: come vive, che musica ascolta, di che si interessa, cosa gli piace. Quasi cento gli incontri da quando sono qui, a testimoniare la grande vitalità di due popoli».
Due popoli che, a sentire Mattar, sono «come due mani dello stesso corpo»: il Mediterraneo.

 

(Pietro Salvatori)

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