RIFORME/ La sussidiarietà? Si impara in famiglia

Il principio di sussidiarietà è tutt’altro che un tema astratto. GREGORIO ARENA spiega come insegnarlo ai più piccoli, a partire dalla mura domestiche e dalle strade di Roma.

01.02.2011 - Gregorio Arena
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Ciò che rende la sussidiarietà così radicalmente innovativa rispetto ad altri principi riguardanti l’organizzazione sociale è il ribaltamento dei rapporti fra soggetti pubblici e cittadini che da essa deriva.

Tradizionalmente tali rapporti sono fondati sulla delega. I cittadini-elettori delegano le scelte politiche ai propri rappresentanti, così come i cittadini-amministrati delegano la cura dell’interesse generale alle pubbliche amministrazioni. In sostanza, tutto il sistema politico e amministrativo si fonda sul cosiddetto “paradigma bipolare”, lo schema teorico ottocentesco secondo il quale la cura dell’interesse pubblico spetta ai politici e alle amministrazioni, mentre i cittadini si curano soltanto dei propri interessi personali.

Applicare la sussidiarietà comporta invece il superamento della mentalità per cui ai problemi che riguardano la comunità ci pensa qualcun altro. E infatti i cittadini attivi, quelli che applicano l’articolo 118 ultimo comma della Costituzione, non delegano. Essi si assumono autonomamente delle responsabilità per la cura dei beni comuni, simili a quelle che per dovere d’ufficio spettano ai rappresentanti eletti ed ai funzionari pubblici.

Il passaggio dalla delega all’assunzione di responsabilità è il cuore della sussidiarietà. Quando dei cittadini si attivano volontariamente per prendersi cura dei beni comuni materiali ed immateriali del proprio territorio, essi assumono responsabilità che riguardano la vita di tutti, dunque responsabilità pubbliche.

I cittadini attivi sono persone autonome, solidali, ma soprattutto sono persone responsabili, che di fronte ad un problema riguardante la comunità non si girano dall’altra parte, pensando che prima o poi qualcun altro rimedierà.

E poiché il modo migliore per insegnare questo atteggiamento positivo e responsabile consiste nell’esempio, questo spiega perché la famiglia potrebbe essere la prima scuola di sussidiarietà, attraverso gesti quotidiani e concreti.

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Infatti, anche se probabilmente non ne siamo consapevoli, il paradigma bipolare tendiamo ad applicarlo anche in famiglia, delegando alle donne tutti i compiti che riguardano quella piccola, ma fondamentale, comunità che è la famiglia. Il risultato è da un lato il sovraccarico della donna, dall’altro la deresponsabilizzazione del resto dei membri della famiglia rispetto al buon funzionamento della casa e, in generale, della comunità familiare.

 

È un risultato assolutamente negativo, sia dal punto di vista pratico sia, soprattutto, dal punto di vista educativo. Eppure basterebbe poco per educare fin da piccoli i futuri cittadini attivi. Basterebbe che i bambini, appena in grado di farlo, contribuissero per esempio ad apparecchiare e sparecchiare la tavola, a tenere in ordine i propri spazi, a rifarsi il letto e così via. Ovviamente mai in un’ottica punitiva, bensì collaborativa, semplicemente perché è giusto che coloro che vivono sotto lo stesso tetto contribuiscano, nei limiti delle proprie capacità, al benessere della comunità familiare.

 

Ma non soltanto è giusto. È anche – come afferma l’Enciclica Caritas in veritate – un modo concreto con cui i vari membri della famiglia manifestano il proprio amore reciproco. Afferma infatti l’Enciclica che la sussidiarietà è una «manifestazione particolare della carità», ovvero dell’amore. E poiché il cuore della sussidiarietà sta nell’assunzione di responsabilità verso il bene comune, ecco che la responsabilizzazione di tutti i membri della famiglia nei confronti delle esigenze della comunità familiare è al tempo stesso manifestazione di amore e scuola di civismo.

 

I bambini cui è stato insegnato, con le parole e con l’esempio, a contribuire al bene comune della famiglia, da grandi saranno probabilmente cittadini più sensibili ai problemi della comunità di cui fanno parte, più disposti ad assumersi responsabilità per la cura di quella grande casa comune che è l’Italia.

 

Certo, molto dipende dal contesto in cui questa “scuola di sussidiarietà familiare” viene messa in atto. Se, come accade spesso a Roma, nei luoghi pubblici i bambini ricevono continuamente lezioni di inciviltà e di disprezzo verso i beni comuni, è molto più difficile educarli al senso di responsabilità ed alla cittadinanza attiva. Ma da qualche parte bisogna pur cominciare a cambiare la mentalità dei nostri concittadini nei confronti dei beni comuni, perché dalla loro qualità dipende la qualità della vita di tutti noi. Se cominciamo dalla formazione sociale più importante, quella su cui tutto il resto si regge, la famiglia, i risultati saranno sicuramente migliori e più duraturi.

 

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