FEDERALISMO/ La caccia agli evasori fiscali? Così diventa compito dei Comuni

Il tira e molla sul federalismo fiscale si è spostato in Parlamento. MARIA ROMANIELLO spiega cosa cambierebbe per i romani se il testo venisse approvato nella sua forma attuale.

15.02.2011 - Maria Romaniello
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Roberto Calderoli, Giulio Tremonti e Sergio Chiamparino (Imagoeconomica)

Il decreto governativo che regola il fisco dei Comuni, in questi giorni all’esame del Parlamento, è stato oggetto di un acceso dibattito politico, a cui sembravano legate le sorti dell’esecutivo.

Approvato dal Consiglio dei Ministri nel novembre del 2010, mancata l’intesa con la Conferenza Stato Città ed autonomie locali, dopo estenuanti trattative per raggiungere un accordo con gli enti territoriali, il 3 febbraio, il nuovo testo modificato con le richieste dell’Anci non viene approvato dalla Commissione bicamerale, che blocca così l’iter attuativo per ragioni politiche. Infatti le minacce degli esponenti del Carroccio, che dichiaravano di legare le sorti del governo all’approvazione del decreto, hanno determinato un fermento tra le forze politiche, che scorgendo una possibilità di crisi governativa, hanno accolto con favore tali dichiarazioni.

Ecco che allora il dibattito sul federalismo diventa un terreno di scontro sulla stabilità del governo, il quale in seduta straordinaria approva, inaspettatamente e contro la previsione normativa, il decreto legislativo, a cui si oppone il “no” del Presidente della Repubblica e il testo, il 9 febbraio, viene trasmesso alle Camere.

Ora il decreto è rimbalzato in Parlamento, ma la tensione è elevata. Il testo è il frutto di un intenso lavoro di trattative con gli enti territoriali e qualsiasi emendamento potrebbe compromettere i già fragili equilibri, tanto che il ministro Calderoli preannuncia di voler porre la fiducia sul decreto.

Il testo attuale, che accoglie le richieste dell’Anci, risulta infatti molto modificato rispetto a quello presentato in Parlamento nel novembre del 2010. Vengono attenuate le forme dei trasferimenti precedentemente introdotte, prevedendo l’attribuzione integrale di soli due tributi (imposta sul reddito delle persone fisiche in relazione ai redditi fondiari, escluso il reddito agrario, imposta di registro e di bollo sui contratti di locazione relativi ad immobili) mentre per i restanti (imposta di registro ed imposta di bollo su soggetti a trascrizione, imposta ipotecaria e catastale, tributi speciali catastali, tasse ipotecarie, cedolare secca sugli affitti) è prevista una devoluzione parziale, ma a cui si aggiunge una compartecipazione all’Irpef (imposta di reddito sulle persone fisiche) del 2 per cento.

Ma ecco in dettaglio, cosa accadrebbe se il Parlamento approvasse il decreto.

DALLA CEDOLARE SECCA ALLA NUOVA IMPOSTA MUNICIPALE, CLICCA SULLA FRECCIA PER CONTINUARE A LEGGERE

La grande novità è l’introduzione della cedolare secca sugli affitti, un’imposta sostitutiva dell’odierna tassazione Irpef e dell’imposta di registro e di bollo, che permetterebbe al proprietario di immobili locati ad uso abitativo di optare per un regime di tassazione fisso. In cui la perdita di gettito, a titolo di imposta di registro e di bollo, verrebbe controbilanciata dall’emersione di base imponibile. Ciò sarebbe effetto, da una parte, del vantaggio fiscale della cedolare secca e, dall’altra, dell’inasprimento delle sanzioni per casi di omessa o infedele dichiarazione dei redditi da locazione.

 

Ed è proprio in riferimento a quest’ultimo aspetto che i Comuni sarebbero investiti di responsabilità determinanti nell’accertamento tributario, a cui spetterebbe un importo pari al 75 per cento delle sanzioni irrogate oltre che l’accrescimento del 50 per cento dei tributi statali, dovuti a seguito dell’intervento nell’attività di accertamento.

 

In tutta questa prima fase transitoria, l’approvazione del decreto è garantita dalla creazione di un Fondo Sperimentale di Riequilibrio, alimentato con una quota degli stessi tributi trasferiti ai Comuni, con l’obiettivo di garantire «in forma progressiva e territorialmente equilibrata» l’attuazione della riforma.

 

Ma a partire del 2014, scatta la seconda fase. Il testo prevede l’introduzione di una nuova forma di imposizione municipale: l’Imu, suddivisa in imposta municipale propria e imposta municipale secondaria. In merito alla prima, la base imponibile è la stessa della vecchia Ici ma con un’aliquota più alta e continua a non applicarsi per l’abitazione principale. L’imposta municipale secondaria sostituirà invece, la tassa per l’occupazione di spazi ed aree pubbliche, il canone di occupazione di spazi ed aree pubbliche, l’imposta comunale sulla pubblicità e i diritti sulle pubbliche affissioni, il canone per l’autorizzazione all’installazione dei mezzi pubblicitari.

 

Ed infine, viene introdotta la facoltà per i Comuni capoluogo di provincia di istituire un’imposta di soggiorno, il cui gettito sarebbe destinato a finanziare interventi in materia di turismo.

 

Ora non resta che attendere il riscontro delle Camere. Il presidente dell’Anci Sergio Chiamparino, però, in un’intervista sull’Espresso ha dichiarato chiaramente che, se il testo verrà approvato, esso non rappresenterà una rivoluzione ma ristabilirà «solo quell’autonomia fiscale minima che i Comuni avevano fino alla cancellazione dell’Ici». Una riforma comunque fondamentale, anche se «compatibilissima con un sistema centralistico come quello francese».

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