RIONI E QUARTIERI/ Tor Bella Monaca, un quartiere come tanti. Ma diverso…

Una periferia tra le più difficili della capitale, nota per i suoi episodi di criminalità. Siamo andati a vedere, e ci hanno spiegato il segreto «per farsi sorridere da gente normalissima»

15.02.2011 - La Redazione
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Tor Bella Monaca

Cammini per via dell’Archeologia. Una delle tante strade della periferia della capitale. Edilizia popolare anni ’70, parchi pubblici, un pratone digradante su una strada a lunga percorrenza.
Tutte cose normalissime. Così come normali e vivaci sono i mille panni stesi alle finestre. Palazzi arlecchino, corredati di magliette rosse, pantaloni blu, mutande bianche e calzini neri. Ma ti accorgi che non sei in un posto come un altro. Un’allegria che contrasta con il quasi innaturale silenzio che ammanta una strada che dovrebbe sostenere il traffico vociante di quasi settemila persone, tante ci vivono. E che invece, alle quattro del pomeriggio di un frizzante e assolato pomeriggio invernale, è pressoché deserta.

Ma non è nemmeno questo a far sentire il visitatore occasionale a disagio. È che a viale dell’Archeologia, quando passi, la gente ti fissa. I pochi vecchietti che passeggiano, i ragazzi che passano in macchina, le signore con le buste della spesa. Perfino l’unico gruppetto di bambini che si tira una palla sgonfiata ti guarda attentamente.
Un microcosmo. Settemila persone, in un municipio da trecentomila, in una città da tre milioni: ma tutti si conoscono. Se ci passi, chiunque tu sia, sei un estraneo. È questa la strada passata tristemente alla storia per essere il quartier generale della malavita che ha reso celebre Tor Bella Monaca anche al di fuori del Raccordo anulare.
Due passi più in là, dall’altra parte del viale che da il nome al quartiere (o viceversa, chissà), la chiesa principale della zona. Ma se chiedi di un prete ti rispondono che «il lunedì non c’è nessuno». E non si capisce bene il perché. All’altra parrocchia, Santa Rita, il pisolino pomeridiano è sacro. Uscendo non puoi non sorridere notando nella bacheca della sagrestia una serie di volumi: su sant’Agostino, del Papa e sull’Apocalisse. Il titolo di quest’ultimo? «2012, la profezia dei Maya».

E poi c’è il teatro, quello di Placido, il liceo Amaldi, intorno al quale un fantastico ed inossidabile gruppetto di insegnanti ha messo su un centro studi che fa invidia ai più efficienti modelli di pianificazione scolastica ed educativa. E c’è anche il municipio, l’VIII, dove si ti spiegano tante cose, molte strumentali, ma tante altre utili, figlie tipiche della schiettezza del politico della strada.

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Capisci che nel municipio si concentra il 30% dell’edilizia popolare della città. Capisci, dunque, che non è che gli abitanti del posto sono più cattivi. È che trent’anni fa fra le cinque e le diecimila persone sono state trasferite qui, in alloggi popolari, molti già ai domiciliari, in quelle che allora erano vere e proprie cattedrali nel deserto, senza mezzi pubblici, senza possibilità d’impiego. C’è rassegnazione nei consiglieri municipali. La rassegnazione di quelli che «ogni cosa che faccio, in fondo, ho paura che qualcuno, scontento, mi aggredisca quando cammino per strada». Ma c’è anche l’orgoglio di difendere la gente del quartiere, «tanta brava gente, che viene etichettata perché sì, c’è qualche mascalzone. Ma la maggior parte è gente che vuole solo fare il suo lavoro».

 

Vai a prendere il caffè due traverse più in là e trovi la saracinesca divelta. «So’ provati ad entrà stanotte – ti raccontano con la voce piana, come se parlassero di una grande verità ineluttabile, di quelle con cui non vorresti avere a che fare ma in fondo sai di non poterci fare niente, mentre la signora accanto si scola d’un fiato una sambuca – Co’ tutta la machina. Gente de qua dietro». E con la mano fanno cenno a viale dell’Archeologia. Che, a parte la particolare sensazione di sentirsi costantemente due occhi puntati addosso, non ha nulla di particolare, nessun segno distintivo rispetto alle tante periferie popolari che cingono Roma.

 

Una delle “Cento piazze” di Rutelli, che tenta disperatamente di rimanere aggrappata all’ordine che trasmetteva il giorno dell’inaugurazione, riuscendoci solo in parte, un centro di aiuto e sostegno per i disabili, una sede del Pd, le saracinesche abbassate, qualche negozio. Se ti fai consigliare trovi anche i resti di una strada romana. Una volta ci transitavano probabilmente patrizi in vacanza dal frastuono della capitale. Oggi è il fondo di un fosso. Le fanno compagnia la più classica delle mobilie in dismissione, qualche lavatrice, cartacce lise da pioggia e sole. A qualche decina di metri i resti di una villa, anche quella di epoca romana. A vederla, sono una serie di muretti ricoperti da erba e rifiuti, nascosta alla fine di una strada senza uscita. «A tossici de mmerda!», ti gridano da lontano dei ragazzini. E in effetti per terra è cosparso di resti di siringhe, qualche preservativo, un laccio emostatico.

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Da qui si gode una bella vista sulle torri. Quelle famigerate torri che appena succede qualcosa di brutto si conquistano la prima pagina di tutte le cronache locali. Quelle che il sindaco Alemanno vuole tirare giù.
E ti viene da pensare che, forse, non sono le torri il problema, o almeno il primo dei problemi. Te ne convinci quando ti imbatti, quasi per caso, in una casa di suorine di madre Teresa. Sono lì, in mezzo a Tor Bella Monaca – solo Tor Bella per chi vive a Roma – ma con discrezione. Anche fisicamente, vivono in una casetta modesta, quasi nascosta. Quando chiedi indicazioni ti spiegano che è «in una strada che non è una strada».

 

C’è un po’ di sterrato, molti pini, e un sorriso ad accoglierti. «Guardi che quella che vive qui è gente normalissima», ti spiegano, «con i suoi problemi, le sue difficoltà». Tanta disoccupazione, tanti agli arresti domiciliari. «Ma se li vai a conoscere, gli dai un sostegno, anche che sia solo una presenza, sono persone come tutti noi, che pensate? Madri che cucinano, padri che tornano dal lavoro». Quando ce n’è: «Spesso c’è un pregiudizio assurdo: non ti danno un lavoro perché sei di Tor Bella, e non si fidano». E succede l’impensabile, con le suore e le loro strane vesti bianche e blu, che ormai da più di vent’anni sono di casa, presenza silenziosa ma incessante, voluta bene da tutti. E pensi che forse quel che manca non è la manutenzione agli ascensori, la revisione degli impianti idrici, moduli di alloggi più vivibili, un po’ di polizia per strada.

 

Tutte cose su cui lavorare, per carità. Ma forse quel che manca veramente è la capacità di andare a conoscere la realtà di quella gente, scommettere sull’umanità di chi ci vive. «Solo così le persone, che prima ci provavano a rubare in casa, adesso ci aprono la porta e ci sorridono».

(Francesco Di Ludovico, Pietro Salvatori)

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(Le foto in queste pagine sono di Elena Polani)

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