IMPRESE/ Caro Abete, “fare rete” è l’unico modo per uscire dalla crisi

ARRIGO TOMMASI DI VIGNANO, vicepresidente di IctOpera, parla della sua esperienza: «Eravamo quindici piccole società. Oggi come consorzio possiamo arrivare dove prima era impossibile»

16.02.2011 - La Redazione
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Costruire un percorso con il cliente per capire le priorità (Imagoeconomica)

Fare rete. Questa la ricetta che offre il mondo dell’imprenditoria di Roma e del Lazio all’impietosa analisi di Luigi Abete. Il Presidente della Bnl aveva affermato che il tessuto economico della Regione, composto in gran parte da aziende piccole e medio piccole, è troppo fragile per sostenere la competizione del mercato globale.
Ma fra esempi di eccellenze che vanno avanti nonostante tutto e di aziende storiche costrette a chiudere, in molti iniziano a capire che forse il segreto sta nel mettere insieme le proprie energie e le rispettive specificità, per rilanciarsi sul mercato rafforzate e competitive. Questo almeno hanno pensato le circa quindici imprese operanti nel mondo della tecnologia informatica, oggi riunite nel Consorzio IctOpera.

«In questi ultimi due o tre anni la crisi è stata pesantissima. Qualcuno è riuscito ad andare avanti bene, ma le aziende con una normale concorrenza fanno tutte fatica. Le piccole soffrono particolarmente questa condizione. Manca il sostegno da parte delle banche. E non voglio accusare le grandi banche. Per la mia esperienza, la piccola banca tende ad avere anche più paura della grande banca, e tende a sostenere ancora di meno le imprese». È il parere di Arrigo Tommasi di Vignano, vicepresidente del Consorzio dalla sua fondazione. E se è vero che le eccellenze ci sono, ma sono casi episodici, l’esigenza sistemica è quella «che le aziende facciano rete tra di loro. Non dev’essere un’eccezione, anche perché oggi è una vera e propria necessità». Il problema è che solitamente non è facile mettere in piedi una rete concreta di condivisione di spese e ricavi: «L’imprenditore è l’essere più solitario e geloso delle proprie cose che esista». Le quindici imprese che compongono il consorzio IctOpera hanno scardinato questa consuetudine: «Ci siamo conosciuti all’interno della Compagnia delle Opere. E non siamo amici di lunga data. Attraverso la piattaforma messaci a disposizione della Cdo abbiamo iniziato a collaborare su alcuni progetti, episodicamente. Poi ci siamo resi conto che ci era venuta la voglia di fare qualcosa di più strutturale insieme, perché condividevamo tutti la prospettiva di fare impresa ma con valori etici e morali basati anche sulla consapevolezza che l’impresa ha un valore sociale».

Così, nel 2010, quindici aziende, tra cui la Trybe Group, di cui Tommasi è proprietario, hanno deciso di unire i propri sforzi. «Circa seicento dipendenti in tutto, un fatturato intorno ai 55 milioni di euro». Tutte si occupano di informatica, a tutto tondo. «Abbiamo diversificato la nostra offerta, ognuno di noi copre nel suo piccolo tutto quello che necessita una filiera produttiva nel nostro campo. Possiamo così seguire a 360° gradi tutti i nostri clienti, soprattutto quelli grandi, che spesso necessitano di un interlocutore unico».
Tutti mantengono una propria clientela affezionata, di nicchia. Ma le grandi committenze, fino a ieri fuori della portata delle aziende singolarmente considerate, vengono prese in carico dalla struttura organizzata dal Consorzio. «Gare, come l’ultima che abbiamo fatto presso il ministero della Pubblica istruzione, da soli mai avremmo potuto farle. Solo grazie al consorzio ci siamo potuti mettere in gioco».

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Una clientela estremamente diversificata. «Se dovessi riassumere potrei dire che la gran parte fanno parte della Piccola e media impresa. L’obiettivo che perseguiamo è quello di fornire i nostri servizi anche alle amministrazioni pubbliche, e già ci stiamo attrezzando per andare in questa direzione». Il segreto è quello di mettere insieme su cose concrete imprenditori che lavorano sull’alta tecnologia, che sfornano prodotti tanto utili quanto, spesso, impalpabili: «Lo si può fare perché l’information tecnology oggi non è più uno sfizio, ma si è trasformata in una necessità. Occorre però stare attenti a che venga messa al servizio dell’economia reale, e non diventi fine a se stessa. Come tante cose è uno strumento: bisogna vedere come lo si utilizza. Noi cerchiamo sempre di sviluppare tecnologie che siano a servizio dell’economia reale».

 

Un esempio calzante riguarda la tecnologia applicata agli smartphone. Una sorta di dimmi come lo usi e ti dirò chi sei: «Noi siamo specializzati nel portare i sistemi gestionali delle aziende sugli apparecchi mobile. In treno, in giro per il mondo, in vacanza, purtroppo, permette di avere una velocità decisionale e un aumento di produttività pazzesco. Hai in real time sotto mano tutta la situazione dell’azienda». Occorre sempre fare attenzione ai bisogni concreti, rispondere alle reali necessità della gente: «Rimanendo sempre sul mobile. Oggi il palmare è una moda, un gioco. Si tratta di rendere funzionali, utili, apparecchi che altrimenti si usano solo perché di moda. La sfida è riempirlo di contenuti».
Naturale che l’insistenza del ministro Brunetta volta a sollecitare l’informatizzazione delle amministrazioni pubbliche sia vista di buon occhio, come strategia di prospettiva ancor prima che come possibilità d’investimento: «Non è un’esigenza di un singolo. Credo che tutto il panorama politico la condivida. Ed è una strada assolutamente percorribile, le tecnologie ci sono».

 

Quel che manca è una spinta decisionale: «Il problema è organizzativo, perché la tecnologia è fruibile subito. È un tipo di tecnologia che modifica i processi, e dunque modifica l’organizzazione».
L’utente medio non accetta di buon grado l’innovazione tecnologica: «Si tratta di imparare una nuova tecnologia che all’inizio sembra possa rallentare il lavoro, perché occorre impararla, ma nel lungo periodo fornisce vantaggi innegabili».
Anche per le aziende passare da una dimensione singola ad una consortile ha comportato uno sforzo: «Abbiamo messo in sinergia ciò che già avevamo. Ma la fase di partenza, che ancora non è finita, ci ha fatto distogliere risorse dalle nostre aziende ad attività comuni. Nel breve crea un peggioramento. È un rischio e un investimento per il futuro».



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