EDITORIALE/ Imprese, riscoprire il territorio per guardare lontano

Le piccole imprese soffrono ancora la crisi. SANDRO PETTINATO spiega come ripartire in tre mosse: si comincia valorizzando le tradizioni e l’unicità di ogni territorio.

17.02.2011 - Sandro Pettinato
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Foto: Imagoeconomica

Oggi Unioncamere presenta i dati sulla natimortalità delle imprese italiane nel 2010. Emerge l’immagine di un’economia in ripresa, ma che ancora fatica a riemergere dalla crisi. Cosa serve però veramente alle piccole imprese per tornare a crescere? Tre sono i fattori che possono generare sviluppo nel nostro Paese: anzitutto un’attenta politica dei territori, intesa per esempio in termini di valorizzazione delle specificità e di adeguamento delle infrastrutture e di promozione dei settori economici; secondo, le condizioni per lo sviluppo, come per esempio l’accesso al credito; terzo, una concentrazione delle politiche d’impresa sui comparti a forte competizione: il ruolo dell’export. Cercherò di affrontare uno per volta questi temi, a cominciare da quello del rapporto tra localismi e sviluppo.

Dalla cultura del territorio e dalle tradizioni tipiche sono sorte nel tempo importanti esperienze imprenditoriali uniche nel loro genere. Il territorio ricopre un ruolo di fornitore di una serie di asset fondamentali per la crescita imprenditoriale (infrastrutture, servizi alle imprese, ecc.), configurandosi come il punto in cui coesistono molteplici livelli di interazione tra imprese (in particolare piccole e medie) ed altri “players” dello sviluppo locale, e tra imprese e fattori di dotazione (sia soft che hard).

Nel Rapporto 2010 sulle piccole e medie imprese e le economie locali di Unioncamere, i fattori territoriali soft sembrano ricoprire oggi un’importanza maggiore rispetto a quelli hard. Lo scenario economico globale moderno, infatti, privilegia fra i fattori produttivi strategici quelli immateriali, a partire per esempio dai bacini di competenze e di professionalità nei luoghi di operatività delle imprese, nonché di servizi reali di qualità.

La dimensione locale, nello scenario dell’economia globale, sembra diventare ancora più importante di prima nel determinare la competitività – e quindi i risultati economici – di imprese, lavoratori e istituzioni.

Il territorio si sostanzia infatti in un insieme di fattori determinanti per la comprensione dei differenziali di sviluppo, quali la conoscenza, il sapere, la creatività, l’innovazione e il capitale umano. Del resto il ruolo dell’offerta dei servizi reali sul territorio è ancora un fattore essenziale: circa il 19% del campione delle imprese manifatturiere ha evidenziato che la presenza di servizi tecnologicamente evoluti (assistenza alla ricerca e sviluppo, alla progettazione, al design) è un elemento importante per rilanciare la competitività dell’impresa.

Ma il rapporto Unioncamere ci dice che, per quasi un intervistato su quattro, un ruolo importante è rivestito anche dai servizi reali di tipo tradizionale (la logistica, il marketing, ecc.).

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La discrepanza fra queste due categorie di servizi sembra dipendere dal modello di specializzazione produttiva esistente sui vari territori: dove il tessuto produttivo è incentrato su settori più maturi prevale ovviamente la presenza di servizi reali tradizionali, mentre nelle zone in cui vi sono presenze di poli produttivi hi-tech i servizi reali evoluti acquisiscono una maggiore importanza.

 

Altra componente imprescindibile per la competitività è la presenza di una moderna infrastrutturazione dei nostri territori (il fattore hard di maggiore rilievo) che ancora oggi scontano, non solo nel Mezzogiorno ma anche nel Nord del Paese, notevoli ritardi. Sia gli indicatori strutturali sia le opinioni raccolte presso gli imprenditori evidenziano, infatti, un maggior fabbisogno espresso dal tessuto di impresa delle regioni meridionali; pur tuttavia, attenzione va posta anche al ruolo delle infrastrutture in regioni quali la Lombardia, il Friuli Venezia Giulia e il Veneto, normalmente considerate aree ad elevata accessibilità. La peculiare densità imprenditoriale che tali regioni manifestano, infatti, associata ad una propensione all’internazionalizzazione molto diffusa delle Pmi ivi ubicate, pongono una questione infrastrutturale anche nel “profondo Nord”.

 

Non si tratta, per tali poli produttivi, di essere soddisfatti di una offerta media di infrastrutture superiore al dato nazionale complessivo, ma di un ulteriore potenziamento di alcune infrastrutture strategiche (collegamenti ferroviari in alta velocità di scala internazionale, potenziamento di una rete autostradale che, per quanto densa, presenta indici di affollamento spesso critici, e in generale una migliore connessione con le reti di trasporto trans-europee). Ciò perché tali aree devono poter continuare a competere con le regioni più avanzate d’Europa, e quindi rimanere, anche sul versante delle infrastrutture, sulla frontiera dell’eccellenza.

 

In regioni come il Lazio, poi, il lavoro da compiere per il potenziamento delle infrastrutture è ancora notevole. Affronterò in seguito la questione del credito alle imprese e della proiezione sui mercati internazionali. Ma senza un adeguato supporto del loro territorio, le aziende che guardano all’estero scontano – già sui blocchi di partenza – un pesante handicap nei confronti dei loro rivali stranieri.

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