ROMANI ADOTTIVI/ Guarini: quell’ironica devozione popolare, la Roma che amo

- Ruggero Guarini

È una religiosità strana quella dei romani, a volte quasi blasfema ma in fondo candida e affettuosa. RUGGERO GUARINI, napoletano di nascita, la trova racchiusa in un sonetto del Belli.

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La Roma che amo di più è quella racchiusa negli oltre duemila sonetti del Belli. Credo che a farmeli amare abbia contribuito non poco il fatto che il potente sentimento creaturale, e per ciò stesso cristiano, della vita che essi esprimono, è, com’è noto, vivissimo in ogni vecchio napoletano. Molti di quei sonetti li leggo e rileggo da ormai più di mezzo secolo ma a incantarmi maggiormente sono quelli che con il loro timbro burlesco e apparentemente blasfemo esprimono appunto quel sentimento.

Si veda, per fare un solo esempio, quel piccolo, strepitoso capolavoro di beffarda eppur piissima esegesi biblica che è il celebre sonetto intitolato La creazzione der monno:

L’anno che Gesucristo impastò er monno,
Ché pe impastallo già c’era la pasta,
Verde lo vorze fà, grosso e ritonno,
All’uso d’un cocommero de tasta.

Fece un zole, una luna e un mappamonno,
Ma de le stelle poi dì una catasta:
Su uscelli, bestie immezzo, e pesci in fonno:
Piantò le piante, e doppo disse: «Abbasta».

Me scordavo de dì che creò l’omo,
E coll’omo la donna, Adamo e Eva;
E je proibbì de nun toccaje un pomo.

Ma appena che a maggnà l’ebbe viduti,
Strillò per dio con quanta voce aveva:
«Ommini da vienì, sete futtuti».

Difficile immaginare, sull’argomento, qualcosa di più toccante dei due geniali svarioni teologici racchiusi nei primi due versi (Gesù scambiato col Dio della Creazione, e la stessa creazione ex nihilo tacitamente negata mediante l’immagine di un dio-fornaio che anziché trarre il mondo dal nulla si limita a cavarlo da una pasta preesistente). O dell’immagine di quel Dio cocomeraro che conferisce alla Terra il fantastico aspetto di una grossa e tonda anguria verde e rossa.

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O di quell’instancabile Dio artigiano che soltanto dopo aver creato tutte le altre creature, e aver aver espresso il proposito di riposarsi esclamando quel comicissimo «abbasta», improvvisamente si accorge che gli restano ancora da fare l’uomo e la donna. O di quel capriccioso Dio tiranno che subito dopo aver creato quella prima coppia le impone il buffo divieto di mangiare un certo pomo. O di quel furioso Dio castigatore che addossa a una innocente, e ancora inesistente umanità, figlia di Adamo ed Eva, la colpa di averlo invece voluto assaggiare, quel frutto. O di quel Dio parolacciaro che avendo scoperto quei due meschinelli nell’atto di mangiarselo, quel pomo, si mette lui stesso a bestemmiare («strillò per dio») e a gridare col suo vocione, per farsi sentire in tutto l’universo, quell’esilarante minaccia: «Ommini da vienì, sete futtuti»…

 

Non conosco nessuna espressione dell’antica devozione popolare che abbia un suono al tempo stesso così affettuoso e ironico, candido e arguto, mordace e devoto come la voce del pio popolano che in questi quattordici versi riassume il senso della sua ingenua ma profondissima fede. 

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