IL CASO/ 7. Cultura nomade: apertura alla vita e legame con le tradizioni

- La Redazione

Il legame con una tradizione all’interno della quale scoprono di essere “liberi” e un viscerale attaccamento alla vita. Sono le due scoperte del viaggio nei campi rom di NADIA BONFANTI

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foto: Nadia Bonfanti

“Figli dello stesso Dio”. Il titolo della mostra è di per sé un manifesto programmatico. Immagini, frazioni di un istante, testimoni di un’umanità che è possibile incontrare anche nei luoghi più inaspettati. Un campo rom, per esempio, un brulicare di giovani occhi vispi, di lunghe sottane cariche del peso secolare di una tradizione troppo spesso accomunata esclusivamente al furto e al malaffare.
Il Caffè Letterario di Roma ha ospitato le fotografie del reportage realizzato da Nadia Bonfanti all’interno dei campi nomadi di Roma. “Figli dello stesso Dio” non è una mostra fotografica ma un documentario nel vero senso della parola, è un porsi davanti all’immagine di uomini, donne e bambini che appartengono ad un popolo, quello dei Rom.

Il racconto di Nadia procede per flash attraverso il ricordo dell’esperienza vissuta sulla pelle, del contatto con quella realtà, testimoniato dalla visibile emozione che ancora trapela dai suoi occhi. Sfilandosi  la sigaretta dalle labbra, dice, con quel suo accento che tradisce le sue radici siciliane, che «Volevo capire. Volevo vedere, perché non mi era possibile accettare che venissero definiti “bestie”, solo perché rubano ed elemosinano. Volevo capire perché si dice sempre più spesso attenti ai rom».

«Arrivata nel campo con la macchina fotografica, mi ha accolta Annabela, 26 anni e 3 bambini. Mi invita a casa sua e mi offre un caffè improbabile, che ho timore a bere. Poi però, da come mi vedeva amica, mi sono dovuta ricredere su tutto quello che pensavo… è stato uno shock. In sei mesi mi sono resa conto grazie alla loro semplice amicizia di quanto l’esser legati alla tradizione fosse più importante dell’integrazione con altre culture. Perché devo rinnegare quello che sono? Fa pensare il contrasto tra la loro cultura e la nostra, perché i problemi sono gli stessi. Per esempio, hanno una bellissima concezione della famiglia che si basa sull’apertura alla vita: fanno figli anche se in condizioni limite. Noi invece controlliamo le nascite».

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Parole che hanno dentro la vertigine di uno sguardo vergine, pulito sulla realtà: «Il punto è proprio il rapporto con la tradizione: per noi, occorre essere diversi, trasgressivi, sennò sei out; loro ci credono nelle tradizioni grazie alle quali hanno coscienza e libertà di scelta, la scelta ad esempio che Anabela ha fatto nel preferire la lunga gonna da zingara ai jeans. Lo shock è nel confronto con noi. Io sono in lotta con la “libertà” di oggi. Perché rompere con alcune cose che ci sono da secoli? Ci sarà un motivo se ci sono. Noi rinneghiamo, loro no».

 

Cosa rimane? «La vittoria del pregiudizio. La voglia di portare questo in altri ambiti. Sono io che inaspettatamente ci ho guadagnato di più da questa esperienza, non loro. Quando chiamo Anabela, lei è contenta, ma io sono lusingata perché non mi chiede nulla. Non so cosa farò io per loro, non si è mai parlato di soldi, anzi, quando dovevo fare la mostra me li hanno offerti. Il messaggio che voglio dare è di cominciare a capire. Io ho sperato di dare voce a quello che avevo visto e capito, ma non ho fatto nulla di mia volontà, è venuto tutto da se. Non immaginavo questa visibilità. Ma l’ho avuta, ed ho visto che sembra che si stia smuovendo qualcosa oggi rispetto ai Rom, e mi rimane la consapevolezza che ci sono pure io in mezzo».

 

(Caterina Gatti)

 

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