IMPRESE/ Basta col mito della grande industria, l’innovazione è dei piccoli

- int. Gaetano Troina

In un recente convegno Luigi Abete ha parlato della piccola dimensione delle imprese come di uno dei mali dell’economia del Lazio. Ma occhio ai pregiudizi, avverte GAETANO TROINA

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Luigi Abete (Imagoeconomica)

«Siamo troppo lenti per i tempi del mondo». Parole del presidente di BNL S.p.A. e di Assonime, Luigi Abete, intervenuto ad un convegno di Unindustria la scorsa settimana. Secondo Abete è necessario «legare i due territori, quello di Roma e quello laziale, sapendo che oggi sono collocati in un sistema piramidale di tipo istituzionale e che nel contesto competitivo che abbiamo di fronte la risposta di successo è quella data unitariamente». Questo l’unico modo perché la nostra regione rimanga al passo con i tempi. Un legame che deve passare per l’aumento delle dimensioni delle imprese: «Per quanto riguarda la dimensione dell’impresa è, mediamente parlando, troppo piccola. Abbiamo bisogno di più infrastrutture e di medie imprese». Una soluzione efficace?

«A me appare una dimensione “assoluta”. La piccola impresa è la base di tutta la struttura italiana. La grande impresa ha avuto il compito, e lo continua ad avere, di sviluppo verso l’estero. Ma dire che la piccola impresa non ha potenzialità verso l’estero non è del tutto vero. Basti pensare ad alcune imprese agricole, che importano ed esportano i loro prodotti, o a piccole imprese tecnologiche, che riescono a piazzare efficacemente i loro strumenti all’estero». A sostenerlo è Gaetano Troina, ordinario di Economia aziendale nell’Ateneo di Roma Tre. Per il professore «la piccola impresa è l’impresa dell’inventiva, che continuamente tenta di cambiare, dove il capitale e il lavoro sono più apparentati tra di loro e permettono un maggior grado di comprensione e quindi di unità».

Ma occorre supportarle nel loro sforzo imprenditoriale?

«Bisogna osservare come nessuna politica economica è riuscita a invogliarne, sotto il profilo fiscale ed economico generale, la possibilità di fare rete tra di loro. Da questo punto di vista siamo carenti, e non è un problema regionale, ma italiano. Occorrerebbe una politica a favore della piccola impresa, che costruisca “reti di settori”, per poter meglio convogliare verso l’estero il risultato del loro prodotto».

Lei parlava della piccola impresa come quella che innova. Ma in Italia sulla stampa si parla di know-how quasi solo in occasione di macro-eventi. Basti pensare alla scalata di Fiat a Chrysler.

«Mi sembra che l’utilizzo di un termine anglosassone per definire le potenzialità di innovazione finisca per trasformarla in una sorta di parola magica. Che tutti mettono nel discorso in un certo punto per accattivarsi le simpatie di chi li ascolta. Il piccolo imprenditore è di per sé inventore. E l’inventore continua sempre ad inventare. Il problema serio è che in questo momento non c’è una politica di sostegno all’innovazione tecnologica. In questo siamo molto arretrati. La presenza di una disoccupazione giovanile al 29% significa che le potenzialità lavorative legate ai settori innovativi non vengono sviluppate».

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Dicevamo che lavoro e capitale, nelle piccole imprese, sono tra loro più vicini. Non manca forse nella mentalità imprenditoriale italiana l’intelligenza di “fare squadra” all’interno dell’impresa, sviluppando le proprie eccellenze, ma non solo. Eppure è un nostro tratto caratteristico, basta pensare all’Olivetti.

 

«L’impresa è anzitutto una comunità di persone e quindi di interessi. Presuppone un coinvolgimento unitario, allo stesso livello oserei dire, tra capitale e lavoro. A partire dall’enciclica Quadrigesimo anno, tutta la successiva espressione del pensiero cattolico, è sempre stato chiaro che l’impresa è una comunità che richiede una fattiva collaborazione. Da questo punto di vista non c’è differenza tra capitale e lavoro, non c’è un prevalere dell’uno sull’altro.

 

«Anzi, nell’ultima enciclica di Benedetto XVI si arriva persino a sostenere un primato del lavoro sul capitale. Il capitale, se produce altro capitale è normalmente fonte di speculazione. Mentre il lavoro ha il primato in quanto produce capitale a partire dall’operosità dell’uomo. Olivetti fu un’espressione splendida di questo fenomeno. Oggi non ci sono esempi di questo tipo fra le grandi imprese. Si torna a parlare della partecipazioni all’utile da parte dei dipendenti. Ma bisogna vedere come viene realizzata. Può essere una cosa sanissima, ma può diventare l’ultimo strumento soffocante del capitalismo».

 

È dunque possibile sostenere lo sviluppo economico della Regione conservando la struttura delle piccole imprese così come sono, o bisogna trovare i mezzi per favorire la crescita dimensionale delle aziende?

 

«Dobbiamo partire dalla nostra realtà, che è formata da questa tipologia di imprese. Il problema è di sostenerle nello sviluppo. In questo modo potranno svilupparsi anche nelle dimensioni. Immaginare che, sic e simpliciter, si debba puntare su imprese grandi, mi sembra essere un sogno astratto e comunque non prossimo. Il problema serio, torno a ribadirlo, è la carenza di politiche di sostegno, che costringe molte imprese ad abbandonare l’attività o a trasferire altrove il capitale. E i lavoratori rimangono senza punti di riferimento.

 

«Allora prima di occuparci delle grandi imprese dobbiamo occuparci di quelle piccole, che sono il cuore vero della nostra economia. Non ci si può sottrarre ad un dato di fatto vero e reale. Del resto lo stesso settore bancario lo dimostra. I grandi gruppi sono difficilmente legati al territorio e difficilmente erogano credito, mentre le piccole banche locali sono più pronte e immediate nel sostenere la piccola impresa».

 

(Pietro Salvatori)

 

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