POLEMICHE/ 6. Ciccardini: quell’occasione mancata dal Pci (e da tutti noi)

- Bartolo Ciccardini

Il partito di Stalin, incompatibile con la libertà. E insieme un patrimonio politico che non avremmo dovuto dimenticare. BARTOLO CICCARDINI chiude il dibattito sulla mostra del Pci.

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La stretta di mano tra Enrico Berlinguer e Aldo Moro

La sede della mostra sulla storia del Partito Comunista – allestita dall’Istituto Gramsci e appena conclusa – era in piazza Fanti, nel quartiere ex piemontese (oggi asiatico) di Roma. Mi sovviene che Gramsci e Togliatti affilarono le loro armi a Torino, il grande laboratorio politico italiano. E perfino il vecchio acquario romano si presta bene alla bisogna perché è chiuso e raccolto come una chiesa. Così la storia del Gran Partito («…avanti, avanti Gran Partito», così canta l’inno della Internazionale) vi è raccontata nella penombra accogliente, come una quieta recita del rosario.

La mostra è un grande sforzo organizzativo e tecnico, di modernissima concezione che può essere considerato il monumento al Partito Comunista Italiano. La storia comunista, formato Avatar, è pronta. Da oggi molti libri finiranno al macero. Chi ha perso tempo se ne accorgerà!

Quale che sia il nostro giudizio politico, non si può non sentirsi coinvolti dalla prima tessera dei comunisti del 1921, dalle bandiere della guerra spagnola, dai quaderni scritti in carcere di Gramsci, dalla commozione per i funerali di Togliatti, dal bigliettino in stile telegrafico scritto in stampatello su una cartolina in cui Togliatti, giunto a Bari, spiega e dà gli ordini per la svolta di Salerno.

La comunicazione dei comunisti non era modernissima: era ottocentesca e mitologica, ma il grande spiegamento telematico della mostra la rende vivente ed appassionata. L’effetto nostalgia funziona. Alcune sfilate operaie hanno la forza espressiva di Eisenstein (l’autore di Que Viva Mexico e de La Corazzata Potëmkin); alcuni documenti di lotta ci mostrano una Italia sofferente e dignitosa, alcuni profili popolari e giovanili diventano ritratti che sanno di epopea.

In fondo, la fine della democrazia fondata sui partiti e la rivelazione della verità sul socialismo reale ha eliminato, in modo ingiusto e tribale, degli strumenti vivi della politica che avevano una funzione educativa ed emancipatrice forte ed acculturata. I grandi partiti democratici che hanno fatto la Repubblica, hanno portato alla vita politica masse abbandonate ed assenti, hanno emancipato uomini senza diritti e donne senza identità, hanno insegnato a leggere ed a capire la storia, hanno lottato armando migliaia di ragazzi per riconquistare una Italia perduta ed una patria indipendente ed unita. Con colori di bandiere diverse, ma il sangue versato era tutto dello steso colore.

Il materiale in mostra è enorme. Credo che questa mostra resterà nella storia di questi eventi perché mai era successo che documenti, archivi, foto, film documentari, manifesti e giornali fossero accessibili e vivibili in forma cosi diretta e coinvolgente. Non proverò a farne una rassegna: sarebbe impossibile. Mi limiterò ad alcune impressioni.

Ecco la scrittura minuta di Gramsci: leggo solo due righe dove l’intelligenza manda scintille. Quante cose abbiamo sprecato nella nostra dissipazione. È impressionante la forza delle immagini del Gran Partito, le marce, le lotte operaie, l’epica di un cinema ispirato alla filmografia russa, ma corretto da un vivace neorealismo italiano. Molte cose ci appaiono autoreferenziali, il gruppo dirigente è sempre molto ingessato ed il tono è continuamente sopra le righe. Ma l’entusiasmo è vero e molte obiezioni ti rimangono dentro di fronte ad una bellissima immagine della Federazione Giovanile, che io ricordavo molto più tetra.

IL PARTITO DI STALIN E INSIEME DELLA FAME DI GIUSTIZIA. CONTINUA A LEGGERE CLICCANDO SULLA FRECCIA

È tutto da godere il duetto a distanza fra la relazione di Togliatti, ambigua e calcolata da grande statista, e la passione di Di Vittorio che si è mosso con la sua Cgil senza rispettare la etichetta ed il cerimoniale. Togliatti reclama duramente: dovevano sentire il partito. E Di Vittorio risponde, da par suo, formalmente ineccepibile nel rispetto del partito e delle sue cerimonie, ma fermo sul suo “qui sto!”. Mi pare di vedere nella vicenda il rapporto fra un funzionario torinese ed un bracciante pugliese. Il dirigente cerca di imporre il rispetto delle sue regole ed il bracciante unisce il pacato rispetto per chi ha l’autorità con l’astuta e calcolata resistenza del suo principio. Oh, grandezza delle maschere italiane!

 

Ecco l’appunto di Tatò a Berlinguer sulla “questione morale” («x Enrico» è scritto in testa, a penna, con calligrafia minuta, simile a quella di Gramsci in prigione) redatto in realtà a Stintino, la spiaggia aristocratica dei grandi di Sassari, i Segni ed i Berlinguer, severamente vietata ai Cossiga, che non li perdonerà mai per questo. L’argomento ha implicazioni filosofiche, morali e politiche. Nella prosa accurata di Tatò sentiamo un moralismo che viene dalla lezione di Tommaso, nella lectio di Felice Balbo, teorico dei comunisti cattolici, ma anche il concentrato di invidia sociale di un secolo di polemiche contro i “succhiatori”. Dice Gerardo Bianco, nel suo ultimo libro (La Balena Bianca, Edizioni Rubettino) che avevano in mano la mina per far saltare l’eterno nemico e come Pietro Micca preferirono saltare con lui, piuttosto che ragionare per una soluzione politica che salvasse la repubblica. E venne Berlusconi! Ma c’è anche, per contrappasso il verbale, rituale e preciso, come se fosse ancora siglato da Togliatti, del Convegno della Bolognina, dove si sente la tragedia, ma non si annotano le lacrime di Valerio Occhetto.

 

L’accesso ai documenti è operazione di alta cultura e di saggio disegno di un partito che aveva come suoi fondatori dei grandi intellettuali, costretti a fare gli archivisti di se stessi per i loro lontani nipoti. Le immagini, i volti dei Congressi, la passione delle feste dell’Unità, l’accuratezza della stampa, l’abilità talvolta maliziosa della dialettica, la bellezza della grafica e delle ragazze, la compostezza formale di questi discepoli di Croce e di Lenin, ci parlano di un grande partito, forte, complesso e determinato. Una grande occasione per l’Italia, non del tutto utilizzata per i legami sbagliati che essi avevano con la potenza sovietica e con i suoi infelici errori, troppo a lungo sottaciuti. Quale Italia avremmo oggi, se questa forza che era stata determinante nella Resistenza e nella scrittura della Costituzione, avesse potuto spendersi meglio (come una socialdemocrazia) nella costruzione dell’Italia nuova. Il “miracolo” italiano sarebbe stato completo.

 

Ho scritto in tempi insospettati (Stalin non era ancora morto) che c’erano due partiti in uno: il primo incompatibile con la libertà italiana e con la collocazione italiana nel mondo occidentale. Ed un altro, il secondo, che era stato occasione di emancipazione e di crescita democratica di un popolo dolorante e disperato. Ma ora che la parentesi sovietica è archiviata, il secondo partito, quello che aveva fame e sete di giustizia, appare nella sua grandezza. Le lacrime che ho visto negli occhi di due ragazze che ancora non erano nate quando accadde la Bolognina, ne sono la giusta ricompensa.

 

Sono uscito felice ed orgoglioso, cacciato via dalla mostra per la chiusura serale. Doveva essere ben grande quella Democrazia Cristiana, nella quale ho militato, se ha combattuto e vinto più volte questo Partito Comunista, perché agiva con ideali altrettanto forti, con saggezza democratica, con pazienza materna, con attenzione e rispetto, con severità sui principi e sulla sicurezza, con temperanza nel confronto. Anch’io sento il desiderio di due lacrime orgogliose pensando al grande compito storico portato a termine dalla Dc, che con questo Partito Comunista ha combattuto e convissuto:

 

Dov’era l’ombra, or sé la quercia spande
morta, né più coi turbini tenzona.
La gente dice: Or vedo: era pur grande!

 

 

La mostra sul Partito comunista si è chiusa il 6 febbraio. Bartolo Ciccardini l’ha vista insieme agli amici dell’Istituto Sturzo e la racconta per i lettori del Sussidiario.

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