LA STORIA/ Rebibbia, quando il carcerato diventa “imprenditore”

Offrire una possibilità a persone che vogliono ricominciare a vivere. LUCIANO PANTAROTTO spiega come l’impresa sociale può cambiare la vita di un detenuto attraverso il lavoro

14.04.2011 - La Redazione
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"Men at Work", da otto anni nel carcere di Rebibbia

Nel 2003 Luciano Pantarotto e la sua cooperativa sociale entrano a Rebibbia, carcere situato nel V municipio di Roma, sulla via Tiburtina. Da otto anni “Men at Work” offre ai detenuti la possibilità di imparare un mestiere e di poterlo continuare a svolgere una volta usciti dalla Casa Circondariale: «”Men at Work”  – spiega Pantarotto – è una cooperativa sociale di inserimento lavorativo per persone svantaggiate, formata nel 1998 da una realtà di operatori e di persone che operavano nel sociale già da diversi anni. L’esigenza sempre più diffusa di intervento nel welfare risiede proprio nel poter reperire dei percorsi di inserimento lavorativo per quelle persone che altrimenti rimarrebbero escluse dal mercato del lavoro. Anche perché, il lavoro e la dignità che esso genera è un fattore determinante per la promozione sociale e umana delle persone. Dal 2003 stiamo lavorando all’interno di Rebibbia Nuovo Complesso, nella Casa Circondariale più grande di Roma per numero di presenze, e lì abbiamo avviato un progetto di inserimento lavorativo che è basato sulla formazione e sul tutoraggio nel processo di produzione dei pasti all’interno del carcere stesso».

Da chi è composta la cooperativa sociale “Men at work”? «C’è una parte della nostra cooperativa che è sostanzialmente tecnica come lo chef o i direttori che verificano i processi, il controllo delle merci e la tracciabilità. Poi ci sono gli operatori sociali: educatori professionali, psicologi, persone che sono di aiuto a detenuti e che magari si stanno cimentando per la prima volta in un’attività lavorativa. Loro cercano di limare le normali difficoltà che possono incorrere nei processi  lavorativi, nei rapporti in un’attività come questa, per persone che non hanno mai saputo cosa significa lavorare. Quello che ci fa muovere è vedere il reale cambiamento di queste persone all’interno di questa possibilità lavorativa, che è anche proiettata verso l’esterno, con una reale occasione di inserimento nel settore della ristorazione. Per noi questo è semplicemente l’inizio di un cammino, di un processo per poter reinserire queste persone».

Un’impresa che entra nel carcere per offrire opportunità di cambiamento, per far capire che la pena può essere riabilitativa e rieducativa. I detenuti imparano a rispettare regole, a instaurare rapporti in un processo che probabilmente li vedrà diversi una volta riacquistata la libertà: «L’idea era quella di portare all’interno del carcere dei processi lavorativi identici a quelli che si trovano all’esterno, affinchè il reinserimento delle persone detenute possa avere inizio».

Poco tempo fa la cooperativa ha potuto costruire, riadattandolo completamente, un locale precedentemente in disuso, trasformato poi in centro di cottura. Lo scopo è di far partire una produzione che possa arrivare all’esterno: «Abbiamo attualmente 28 detenuti assunti che stanno lavorando nelle cucine e altri due che lavorano in questo centro cottura, sia per produzioni per l’esterno che per l’interno, per occasioni e ricorrenze».

Vera e propria sussidiarietà, quindi, in un progetto che porta il detenuto a cambiare radicalmente la propria esistenza, e non semplicemente a trascorrere del tempo aspettando che la pena si esaurisca: «L’importante – continua Pantarotto – è che la pena non abbia solo una finalità punitiva, ma anche una finalità rieducativa, di riabilitazione della persona. Noi da questo punto di vista siamo assolutamente sussidiari, perché è fuori dal comune immaginare che l’istituzione carceraria abbia anche la capacità di creare e di offrire lavoro vero. Infatti, all’interno del panorama generale, le attività produttive create all’interno delle altre strutture non sono vere realtà, sono tutte in perdita e stanno chiudendo a ragione dei tagli. Quasi in tutte le carceri sono presenti falegnamerie o piccole attività di carpenteria, ma sono finzioni lavorative, non è un lavoro vero. Da questo punto di vista, il fatto che abbiamo creato quest’occasione, con processi e regole identiche a ciò che avviene all’esterno è una cosa nuova e importante».

Pantarotto spiega poi i vantaggi e i limiti del fare impresa sociale in una città come Roma: «Il limite principale di Roma riguarda le amministrazioni. Il dover fare impresa sociale con le amministrazioni pubbliche non è semplice. Il grande limite che hanno è il grande ritardo nei pagamenti. Questo, nelle realtà no profit che non hanno un grandissimo valore economico aggiunto, genera delle grandi difficoltà. Uno dei grandi vantaggi, invece è che, come mercato e opportunità, noi ci proponiamo di vendere pasti delle nostre produzioni e, naturalmente, poterci affacciare su una città come Roma significa avere enormi potenzialità». 

Anche la Compagnia Delle Opere ha contribuito ad aiutare l’impresa guidata da Pantarotto: «La rete associativa della Cdo è stata fin dall’inizio un valido aiuto e sostegno e ci ha fatto conoscere. Il rischio vero nel fare questa attività di impresa all’interno di un ambiente che è notoriamente chiuso, come quello del carcere, è l’anonimato. La rete di rapporti con le altre imprese della Cdo è stato sicuramente un sostegno, affinchè questa esperienza fosse conosciuta e potesse avere una trama di rapporti che le consentisse di ampliare questo impegno sociale che abbiamo all’interno di Rebibbia». Concludendo, Pantarotto elenca i due aspetti fondamentali della sua opera nel carcere di Rebibbia: «Il carcere è normalmente il luogo dove si va per espiare il fatto di aver violato le regole, e generalmente è esso stesso un posto dove le regole non vengono applicate. Quindi il fatto che noi riusciamo a fare queste cose, ad insegnare efficacemente le regole di un lavoro, è il primo aspetto significativo. L’altro aspetto riguarda la possibilità che offriamo alle persone che vogliono ricominciare, a ambiare vita e a costruirsi un futuro con le proprie mani. Questa credo che sia una delle ragioni fondamentali per cui stiamo sviluppando questo progetto a Rebibbia».

(Claudio Perlini)

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