IN MOSTRA/ L’arte degli irripetibili anni Sessanta nelle “due capitali” d’Italia

- La Redazione

A Roma la mostra “Gli irripetibili anni ’60” stanno facendo rivivere un’era di speranze, sperimentazioni e fiducia nel futuro di forme, colori e concetti. Ce la racconta CATERINA GATTI

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Un'opera di Javacheff Christo

“Progetti che nascono, prima ancora che nel chiuso delle sedi accademiche, in quell’area dove le emozioni sono altrettanto importanti.” Emmanuele Francesco Maria Emanuele, presidente della Fondazione Roma, con queste parole restituisce esattamente lo spirito delle opere esposte nella mostra Gli irripetibili anni ’60. Un dialogo tra Roma e Milano, a Roma presso Palazzo Cipolla fino al 31 luglio e a Milano presso Palazzo Reale dal 7 settembre.
L’esposizione si propone di accendere i riflettori sia sulle opere d’arte che sull’humus in cui esse prendono vita, il contesto urbano degli anni ’60. È proprio nel momento del boom economico infatti che avviene quella rivoluzione artistica, ma anche concettuale, nel modo di concepire l’uomo e il mondo, che originerà il pensiero contemporaneo.

La partnership della Fondazione Roma e del comune di Milano rappresenta lo spirito con cui si è cercato di affrontare il tema principale, focalizzando l’attenzione sulle “due capitali” d’Italia. A Roma difatti, negli anni tra il ’58 ed il ’63 prende vita una stagione in cui urbanistica e comunicazione, nonché il contesto socio culturale, sono influenzati dalla cultura di massa. Milano invece continua a incarnare i valori della modernità, fin dall’epoca del futurismo. Così se Roma “implode” diventando centro propulsore della scena artistica internazionale, Milano è il centro dell’Avanguardia Internazionale in cui prendono forma movimenti e tendenze.

L’esposizione, articolata in quattro sezioni, si propone di attraversare l’esperienza artistica di personaggi particolari sia per la significatività della loro opera sia per l’influenza nei giovani artisti successivi. L’ingresso nella prima parte “Monocromia e astrazione” è decisamente un tuffo nel blu. L’ambiente è totalmente scuro, fatta eccezione per le luci che illuminano il Monocromo di Kline e nella Superficie bianca di Castellani, così attraenti che quasi si rimane ipnotizzati. Il concetto che supporta questa sezione è quanto di più innovativo all’epoca si potesse pensare: la riduzione espressiva degli anni ’50 culmina nella tabula rasa (monocroma) per una creatività libera.

La liberazione avviene nel momento in cui Lucio Fontana taglia le sue tele, Concetto spaziale, ma anche nel momento in cui Manzoni increspa la tela in Achrome. Ma questo approccio intellettuale se applicato al mondo degli oggetti non può far altro che diventare astrazione  dal concetto stesso. Guardando Il contenitore di linee di Manzoni, che contiene un linea di lunghezza infinita o Merda d’artista è spontaneo un moto di ribellione: perché l’oggetto che vedo ogni giorno basta che sia messo sotto una teca perché mi sembri di scoprirlo per la prima volta?

L’approccio artistico al mondo dell’oggetto e alla sua funzione è l’evoluzione concettuale indagata nella seconda sezione dell’esposizione. Tra Roma e Milano due linee di indagine si intrecciano tra loro, in dialogo con la nascente Pop Art. La funzione dell’oggetto utilizzato per cosa vuole dire e non per quello che comunemente significa diventa la vera chiave per guardare la realtà. Tant’è che l’entrata nella sezione dedicata a questa tipologia creativa genera smarrimento, perché si perde il riferimento delle cose con il loro significato. Davanti ai 28 barili di Christo, semplicemente impilati uno sull’altro, alla Venere restaurata di Man Ray, ma ancora di più ai psichedelici Anemic cinema Esquivons les ecchymoses di Duchamp, si percepisce tutto il “mondo altro” dove è arrivata l’arte come mezzo espressivo.  Ma cosa rimane del concetto di “uomo”?

L’ultima sezione della mostra, “Materiali, segni figure” è il ritorno a una dimensione mentale, in conseguenza all’esperienza maturata nel campo della fisicità degli oggetti nel loro spazio. La Struttura pulsante di Vincenzo Agnetti respira, quello che l’artista voleva rappresentare era chiaramente una vita. Eppure la tensione espressa in opere come Volksvagen di Isgrò (“Dio è un’essere perfettissimo come una Volksvagen che è…”) o come The traveller di Dias sembra in un qualche modo calare tutta su uno degli ultimi quadri, La camera afona di Emilio Tadini, dove l’uomo non c’è se non nella sua sembianza, nello spazio che occupa: ma è senza volto.

Gli anni Sessanta sono stati irripetibili a tutti gli effetti. In quel particolare momento infatti il mondo mutava velocemente come mai prima, e con esso l’uomo tentava altrettanto rapidamente di cambiare la tecnica per non perder la concezione di sé. “ Vorrei solo aggiungere che le arti non sono che una delle manifestazioni della intelligenza, la ragione di essere Uomo; non vi può essere evoluzione sociale, senza una evoluzione totale dell’uomo” (Lucio Fontana). E nel momento in cui un uomo totalmente cambiato ha riscoperto se stesso, l’Italia era significativamente pronta per unirsi al resto del mondo nella contestazione giovanile, nel ’68, e in tutte quelle attività che affermassero il fatto che l’individuo era tornato a trovare se stesso.

(Caterina Gatti)

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