IN MOSTRA/ Fasto e vanità in Lotto, Caravaggio e Guercino

- La Redazione

CATERINA GATTI  ha visitato la mostra Vanitas. Lotto, Caravaggio, Guercino nella collezione Doria Pamphilj, tra poetica dell’effimero, senso della morte e rivalutazione del presente

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Michelangelo Merisi da Caravaggio, Maddalena Penitente

La maestosità sprigionata dalle sale del Palazzo della famiglia Pamphilj in via del Corso a Roma intimorisce lo spettatore, che si sente subito sopraffatto. Non è un caso: il casato Doria Pamphilj infatti affonda le sue nobili origini nel XVII secolo, e tra i più illustri membri vi fu persino un papa, Innocenzo X. Tra le opere che ad oggi appartengono ancora alla famiglia, di particolare interesse ed attualità sono capolavori del Caravaggio, del Guercino, di Lotto ed altri artisti che possono essere raggruppati sotto il denominatore comune della vanitas, intesa come la grande certezza della caducità delle cose terrene. Massimiliano Floridi, marito della Principessa Gesine Pogson Doria Pamphilj, esperto d’arte ed ideatore della mostra curata da Francesca Sinagra, non ha dubbi: è possibile riconoscere un repertorio iconografico preciso che ricorre attraverso tecniche e contesti differenti ma che riconduce al tema dell’effimeratezza della vita terrena. L’esposizione, aperta dal 21 maggio al 25 settembre, poggia su quattro sezioni tematiche.

“Di tutte le vanità, la più umana è l’uomo” (Montaigne). La prima sezione è dedicata alla pittura di genere, con un particolare interesse al tema della natura morta. Questa tipologia di rappresentazione si presta in modo particolare a rappresentare la caducità della vita, evidente anche ai nostri occhi contemporanei di fronte alla Natura Morta con Anatre di Hermans: questi uccelli sono allo stesso tempo simbolo della ricchezza del banchetto ma pure simbolo di morte. Attraverso gli oggetti e gli animali delle nature morte, agli artisti dell’epoca era possibile l’ammonimento moralistico attraverso l’occhio della vanitas, che faceva crollare l’univocità della descrizione.

“Ogni giorno cambiamo, ogni giorno moriamo, eppure ci vagheggiamo eterni” (san Girolamo). La seconda sezione cerca di indagare le origini religiose del tema, e si focalizza sulle figure di san Girolamo e la Maddalena. San Girolamo fu colui che permise l’introduzione nella cultura latina il concetto di vanitas intesa come vanitas vanitatum et omnia vanitas (vanità delle vanità, tutto è vanità). Sono gli occhi severi del San Girolamo con crocifisso del Guercino ed il San Girolamo che traduce la Bibbia del Ribeira a rendere tutta l’austerità degli ammonimenti del santo. Una Maddalena commossa e profondamente convertita è invece il soggetto della Maddalena Penitente di Mattia Preti e dell’omonimo Caravaggio, in cui l’aspetto della santa rappresenta il rifiuto della bellezza femminile perché cosa vana, e segna quindi il distacco dalla vanitas terrena.

“Alla fine tutte le cose devono essere inghiottite dalla morte”(Platone). La sezione del ritratto permette di indagare le radici filosofiche del tema della mostra, soprattutto perché è possibile in maniera più diretta la riflessione moralistica sull’uomo attraverso la meditazione sul teschio. Il Ritratto di uomo trentasettenne di Lotto rappresenta il tipico ritratto di filosofo (ma non si esclude la possibilità del ritratto e quindi la riflessione su di sé da parte dell’artista), favorito poiché non occorrono altri segni se non l’immagine del saggio in riflessione che evoca solitudine.

“Il giorno resta a te, presso è la sera/pensa molto e poco spera/fragil ombra è la nostra vita”(Benedetto Pamphilj). L’ultima sezione gravita attorno all’eccentrica figura di Benedetto Pamphilj, che dedicò la sua vita alle arti, percorrendo sempre quell’ideale di vanitas grazie al quale era spinto a godere delle gioie terrene quanto più poteva secondo quella che egli stesso definì “poetica dell’effimero”. Perché se la vanitas è l’ammonimento alla caducità delle cose materiali, è anche vero che questo può essere un invito a vivere a pieno il presente. Si spiega quindi l’affezione del principe per le figure di Dedalo ed Icaro, rappresentate da Lana e Sacchi come memento mori (ricordo del dover morire).

“Il tempo è specchio dell’eternità” (Diliogene il cinico). La conclusione dell’esposizione è allo stesso tempo riassunto del tema ed omaggio alle figure femminili della famiglia Pamphilj. Cinque busti ritraenti i volti delle cinque donne di famiglia incarnano i cinque sensi, in ordine crescente di progressiva evoluzione: le due bambine sono tatto e l’olfatto; le due adolescenti sono il gusto e la vista e la madre è l’udito. Ma i marmi poggiano sul calco di piombo utilizzato, la cui anima di legno negli anni si consumerà e farà si che i busti schiaccino la loro base.

Tutto è quindi realmente effimero, la vanitas che aleggia nell’aria di Palazzo Pamphilj lascia un avvertimento valido ancor oggi, rappresentato dalle opere della collezione ma pure dalla stessa crescita della nobile famiglia nei secoli, ad emblema e monito per tutti.

(Caterina Gatti)

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