IN MOSTRA/ Alla scoperta dell’Appia antica, la “regina delle strade”

- La Redazione

CATERINA GATTI presenta la mostra “La via Appia. Laboratorio di mondi possibili tra ferite ancora aperte”, allestita dal 23 giugno all’11 dicembre presso la sede di Capo di Bove

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La via Appia Antica con i resti del tempio di Ercole e della villa dei Quintilii

Già dalla sua costruzione nel 312 a.c., la via Appia collegava Roma al sud della penisola ed era per questo l’arteria più importante: da Brindisi infatti partiva la maggior parte delle rotte che solcavano il Mediterraneo. Attraverso i secoli tuttavia il suo valore è andato declinando, fino a vedersi costretta, con l’industrializzazione, a diventare una qualsiasi arteria stradale. Solamente dagli anni Novanta un’azione di restauro e sensibilizzazione ha cominciato a intervenire nell’ottica non solo di tutela, ma di valorizzazione del patrimonio artistico che attorno a questa via si è creato nella storia. Questo è il motivo che ha spinto il Ministero per i beni e le attività culturali e la Soprintendenza speciale per i beni archeologici di Roma a creare la mostra fotografica “La via Appia. Laboratorio di mondi possibili tra ferite ancora aperte”, allestita dal 23 giugno all’11 dicembre presso la sede di Capo di Bove.

«Il titolo della mostra – ha dichiarato la soprintendente Anna Maria Moretti durante la presentazione – ci vuol dire che è ancora possibile intervenire. La via Appia Antica  infatti appartiene a tutti: la “via” è anche la “mia” Appia, come si vede dal logo. La tutela perciò non può essere solitaria, ma comunitaria e occorre un’azione di tutela e di  valorizzazione data l’ampiezza dell’offerta archeologica e culturale della zona». Questo il tema del percorso, costituito da 80 fotografie, articoli di giornale e documenti che attestano l’approccio avuto nei confronti della via dall’inizio dell’800.  Parole e immagini restituite da chi ha frequentato questo luogo per motivi di studio, ricerca o cronaca, con l’obiettivo di far conoscere l’importanza della salvaguardia dell’Appia stessa. «In questo luogo – ha poi aggiunto il ministro Giancarlo Galan – c’è l’evidenza del disinteresse di generazioni di italiani. Nel nostro Paese è più presente lo spirito che ha deturpato l’Appia che la consapevolezza del patrimonio artistico e culturale. La cultura è purtroppo ritenuta patrimonio di una sola parte politica, ma finche la politica sarà staccata dal mondo dell’arte non si arriverà da nessuna parte».

Rita Paris, direttrice e curatrice della mostra, nell’intervista a IlSussidiario.net chiarisce: «Questa mostra non riguarda le opere d’arte, ma la tutela dell’Appia. È il rapporto dovuto per fare il punto su questo territorio dove sono accadute tante cose belle fatte dalle amministrazioni pubbliche, ad esempio l’intervento sulla Villa dei Quintili (acquisita dalla Soprintendenza Archeologica nel 1984), sulla Valle della Caffarella e sulla via stessa (entrambe proprietà del Parco Regionale dell’Appia Antica, istituito nel 1988), che però adesso deve essere considerata come un monumento. Non può essere un luogo dove di giorno noi lavoriamo e di notte è percorsa dalle auto. Bisogna capire come vogliamo tutelare l’insieme di questo territorio».

Qual è la prospettiva futura d’intervento sulla via Appia?

C’è un Ente Parco Regionale e in assenza di altre iniziative del Comune si deve partire da questo. Ma non basta, perché questo tipo di organizzazione è di carattere naturalistico non può gestire nel modo migliore un’attività di promozione e tutela culturale. Occorre un’azione del Comune di Roma e del Ministero per i Beni e le Attività Culturali da far convergere con le nostre forze per un’azione comune e un programma condiviso.

Come ad esempio far rientrare l’Appia in un piano di rivalutazione che coinvolga altre vie romane come la Tuscolana, la Latina e la Flaminia?

Le altre vie romane hanno già in buona parte la loro valorizzazione. L’Appia però, rispetto alle altre, ha un patrimonio conservato per chilometri di percorrenza, come per esempio il Mausoleo di Vitorchiano. Questa via va da Roma a Brindisi e si conferma, ora come allora, la regina delle strade, sia per lunghezza che per la conservazione del suo patrimonio. Oggi siamo a un bivio: possiamo spostarci verso un uso privato del territorio o valorizzarlo un po’ di più senza stravolgerlo, ma “definendolo”.

Qual è il giudizio che emerge dal suo lavoro e dalla sua esperienza personale?

Mi occupo con il mio “piccolo” ufficio del territorio dal ’96. Il nostro lavoro vuole evitare che la trasformazione si radicalizzi nel senso del territorio residenziale dove ognuno fa ciò che vuole.
Oggi posso dire di essere soddisfatta, ma per certi versi non posso dirmi felice perché vedo la trasformazione veloce e selvaggia del territorio. Noi siamo per bloccare questo abusivismo.

(Caterina Gatti)

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