IN MOSTRA/ Riflessioni e inquietudini intrappolate dalle immagini del “Che Guevara fotografo”

- La Redazione

Dal 17 giugno all’11 settembre a Roma la mostra fotografica Che Guevara fotografo. Si tiene presso il Museo in Trastevere ed è stata inaugurata a Cuba nel 1990

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La mostra Che Guevara fotografo, a Roma

A Roma presso il Museo in Trastevere è concessa eccezionalmente dal 17 giugno all’11 settembre la mostra fotografica “Che Guevara fotografo”. Dopo l’apertura a Cuba nel 1990 presso il Centro Studi Che Guevara di L’Avana, l’esposizione è stata proposta in diverse città europee e sudamericane, e rappresenta tutt’ora il tentativo più riuscito di restituire quello che è il pensiero gueraviano nella sua complessità attraverso copie moderne realizzate a partire da positivi e negativi originali, in bianco e nero e a colori. La vita di Ernesto “Che” Guevara è stata fin dall’inizio segnata da immagini, a partire dal click della camera del padre che deve aver segnato questo bambino così inquieto. Il giovane argentino annota fin da studente i suoi pensieri filosofici e culturali tra le pagine dei quaderni scolastici, e la passione per la descrizione della realtà trova una delle prime testimonianze pubblicate nel Diari della motocicletta, resoconto del suo famoso viaggio compiuto nel 1951. Proprio in occasione dei viaggi che intraprende per l’America Latina, risalgono le prime importanti raccolte fotografiche: la passione per la ripresa fotografica della realtà diventa quasi un’esigenza, cui il giovane laureando in medicina risponde attraverso la sua macchina Kodac.

Riflessioni, scoperte ed inquietudini rimangono intrappolate tra le parole e le immagini di Ernesto, che a poco a poco le concretizza nell’intenzione di farsi parte attiva nella rivoluzione per gli ambienti più poveri. Il viaggio in Guatemala, “dove diventerò un vero rivoluzionario” è punto fondamentale per questo tipo di sguardo, che continua ad andare a fondo delle difficoltà di un paese. Ma assieme a quella della militare, è la tecnica fotografica che il giovane affina sempre più, e gli scatti di questo periodo mostrano quanto ormai Ernesto riusciva a cogliere un sentimento ricreandolo, restituendo non una mimesi della realtà ma la ricreazione di uno stato d’animo di fronte ad essa. Con il primo incarico da comandante a fianco di Fidel Castro contro la dittatura di Fulgentio Batista, il Che mette in pratica gli insegnamenti ricevuti fino ad allora nella lotta rivoluzionaria. Ma anche in questo momento la testimonianza scritta non viene meno: il Diario di un comandante del 1958, ad oggi inedito, mostra la sua inesauribile voglia di raccontare sia a parole che a immagini. Ecco quindi gli scatti delle posizioni in mezzo alla foresta degli accampamenti rivoluzionari insieme agli scatti di vita “quotidiana” dei suoi compagni.

I pochi giornalisti che hanno potuto intervistare il comandante in questo periodo hanno tutti riportato che la macchina fotografica era sempre al collo del comandante. “Rappresentava la realtà sempre in modo differente. Il suo impulso creativo arginava il modo di vedere testimoniato dalle foto”, racconta Aleida March, moglie del Che, commentando una foto che la vede ritratta in posa davanti ad un treno deragliato durante l’attacco a Santa Clara. L’esperienza della rivista Verde Olivo è un altro dei metodi adottati dal comandante Guevara per proporre la sua visione della realtà alla luce dei successi militari e dal costante maturamento delle teorie rivoluzionarie.

Il fatto è che sapeva cosa voleva vedere, ed indirizzava gli argomenti in quella direzione: lo scatto di un cartello stradale “No derecha” (non girare a destra) e sullo sfondo un semaforo con la luce verde era visto dal Che come la dichiarazione della lotta comunista contro le forze dell’esercito, vestite di verde. Quella di questo periodo è una sensibilità alla trasformazione rivoluzionaria testimoniata dalle foto sia di luoghi di battaglia che da quelle a fabbriche ed industrie. Le caratteristiche di queste immagini sono sempre più professionali, nonostante il comandante si ritenga sempre un dilettante: luce, ritmo, inquadrature dal basso o dall’alto. È la dimostrazione di una consapevolezza di padroneggia mento della tecnica per cui le cose sempre viste diventano mai viste prima. L’esperienza in Congo del 1965, anche se fallimentare a livello rivoluzionario, porta un nuovo sviluppo a livello personale nel comandante Guevara, testimoniato dal Diario del Congo. La vocazione sempre presente a partire dalla realtà è testimoniata dalle parole ma soprattutto, ancora una volta, dagli scatti di persone e luoghi.

L’uomo che necessita di trovare risposta all’ingiustizia è l’ideale imprescindibile che traspare da ogni parola e da ogni immagine, ma la consapevolezza dell’azione che ha portato al successo a Cuba non basta in Africa, dove infatti la revoluciòn fallisce. Il Che si trova quindi a dover scappare e vivere in incognito in Africa, Europa ed in fine in Bolivia dove fu imprigionato e giustiziato. A questo periodo risalgono gli scatti più intimi, incentrati su di se, sulla famiglia e gli amici. È come se Ernesto si concentri infine sul suo ritratto perché nessun altro avrebbe potuto rendere la sua immagine nel modo più vero. Così mentre si mette in posa a fianco della moglie o davanti allo specchio, il comandante usa finalmente la tecnica appresa nella ripresa della realtà per cercare di cogliere il soggetto più interessante e complesso che poteva trovare: sé stesso. Forse semplicemente perché, come ricorda la stessa moglie, “i sui figli potessero conoscerlo in ogni momento del suo percorso”. Perchè infondo non si dimentichi che il comandante Che era, prima di tutto, l’uomo Ernesto Guevara.

(Caterina Gatti)

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