SOLDATO UCCISO/ Il sacrificio di David, un silenzio che sfida Roma e il nostro tempo

- Monica Mondo

Sfilando di fronte alla salma di David, spiega MONICA MONDO, soldati e politici, ragazzi e gente comune, riaffermeranno, più o meno consapevolmente, i valori che ci tengono insieme

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L'arrivo del feretro nella sala dove è stata allestita la camera ardente (Ansa)

Oggi pomeriggio si svolgeranno i funerali dell’ultimo nostro soldato ucciso in Afghanistan, il caporal maggiore David Tobini. I romani rimasti in città, e sono tanti, si apprestano  all’ennesimo, estremo saluto. Perché l’incrudelirsi di una guerra lontana e incompresa, lo straziante sommarsi delle vittime, danno ad ogni funerale militare l’impronta di una consuetudine amara, da non mancare. Non l’abitudine, distratta e indifferente, ma una partecipazione commossa che tra la gente di Roma diventa rituale, nel più nobile dei suoi significati: vogliono esserci, perché quei ragazzi sono i figli, i fratelli, gli amici di tutti.

Perché, qualunque cosa si pensi delle nostre missioni, così pericolose e pare, alle volte, inutili, il sacrificio di quei giovani consolida la nostra appartenenza a una patria, rafforza una fratellanza, un’identità. E’ un copione, attento e seguito, come per i riti più importanti e sacri, appunto. Si potrà sfilare avanti alla salma di David, dopo i parenti, se ne avranno la forza, dopo le autorità, a capo chino, a disagio, sempre: perché la responsabilità dei politici è anche questo, dolore e rimpianti, perché ciò che è giusto costa, e a volte costa troppo.

Si tolgono il cappello e si segnano in fronte, ragazzi in ciabatte e anziane col vestito buono, inappuntabili mises in uscita dal lavoro, mamme coi passeggini: davanti a David come, solo nell’ultimo mese, davanti a Gaetano Tuccillo, a Roberto Marchini. Una bandiera su una bara, i saluti militari, e le lacrime trattenute dei compagni, le teste di tanti che si scuotono, i fazzoletti in mano. Poi il pellegrinaggio verso Santa Maria degli Angeli, per le strade di uno dei colli più antichi dell’Urbe, ancora preservato nel silenzio dei sui giardini, le sue basiliche antiche. Giù, fino al piazzale che dilaga nel brusio della stazione, nell’accomunarsi di odore di kebab e patatine, nella fretta di chi arriva e parte, nell’ingorgo del traffico.

Il fondale sono rovine romane, ancora: le terme di Diocleziano, immense, un’opera monumentale, che vide l’impiego di migliaia e migliaia di schiavi. Cristiani, quasi tutti, dopo che l’editto che tristemente  rese celebre l’imperatore condusse a carneficine ad ogni confine, e  a Roma ogni pietra eretta fu macchiata dal sangue dei martiri. Ecco, tra i ruderi di quelle Terme la genialità di un Michelangelo ormai vecchio e stanco, e la fede testarda di un sacerdote siciliano vollero una basilica per gli angeli e i martiri. Lasciarono intatte le strutture antiche, a memoria perenne.

Edificarono una casa ariosa e solenne, che dopo l’unità d’Italia divenne Chiesa dello Stato italiano, quasi il contraltare all’oltraggio di Porta Pia, per unire gli occupanti sabaudi al popolo di Roma, nelle celebrazioni che chiedevano l’abbraccio di tutti, l’incontro dell’ufficialità dei politici e le preghiere dei fedeli.

Così fu festa per ogni vittoria, e lutto e dolore per ogni morte offerta per il bene comune.  L’organo, dono della città a Giovani Paolo II, si mette in moto, grida al cielo. La meridiana  perfetta, sublime marchingegno di astronomi e matematici, segna le stagioni, i mesi, le ore. Dalla cupola un raggio si sposta sui marmi, sui devoti che affollano le navate. Ricorda il tempo e il suo limite. Ricorda che gli angeli, e sono tanti, accolgono i giusti nella letizia di un tempo infinito.

 

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