ARCHEOLOGIA/ Sgarbi: Roma non ha bisogno dei 5 milioni “regalati” a Napoli

- int. Vittorio Sgarbi

Insieme a VITTORIO SGARBI commentiamo la scelta da parte della soprintendenza speciale ai beni archeologici di Roma di voler donare cinque milioni di euro al Polo Museale di Napoli

foro_romanor400
Il Foro Romano (Foto Imagoeconomica)

Il sottosegretario ai Beni Culturali Francesco Giro, durante il sopralluogo all’area archeologica del Porto di Testaccio, ha annunciato che la soprintendenza speciale ai beni archeologici di Roma donerà cinque milioni di euro al Polo Museale di Napoli. Un provvedimento straordinario, una tantum, in programma per il 2012 e necessario per colmare una parte del debito accumulato negli anni dal Polo Museale partenopeo, di circa nove milioni. Fa sapere Giro che con l’approvazione del cosiddetto decreto Fus che ha previsto il reintegro del Fondo, è passata anche una norma che stabilisce che le soprintendenze più ricche possono aiutare quelle più povere, e sembra che quella capitolina sia una delle più benestanti d’Italia.

Vittorio Sgarbi, intervistato da IlSussidiario.net, commenta le varie polemiche secondo cui cinque milioni in meno potrebbero interrompere cantieri e importanti iniziative di manutenzione straordinaria delle antichità: «Penso che ci sia un esagerato allarmismo. I soldi vanno a Napoli, ma questo non significa che Roma verrà abbandonata. Il commissario per le aree archeologiche di Roma, Roberto Cecchi, è anche il segretario generale del Mibac (Ministero per i Beni e le Attività Culturali) e sono convinto che sappia cosa fare, altrimenti si tratterebbe di un’azione masochista, perché lui si occupa delle aree archeologiche ma decide anche a chi destinare i fondi».

Quindi i siti archeologici romani non sono a rischio?

I soldi nell’archeologia non sono mai stati tanti, ma sono state fatte cose importantissime e si fanno ancora oggi. Ci sono due sovrintendenze, quella comunale e quella statale, e non mi sembra che la città stia trascurando il suo patrimonio, anche se ogni tanto i soldi potrebbero essere spesi meglio invece che essere sprecati nell’Ara Pacis o nell’allestimento del Marco Aurelio».

Qual è lo stato dell’arte dell’archeologia in Italia?

Dall’arrivo di Giancarlo Galan alla guida del ministero dei Beni Culturali le polemiche degli ultimi tempi si sono molto acquietate e devo riconoscere che con la sua gestione i tagli al ministero sono stati bloccati. Quindi evidentemente ha puntato i piedi con Tremonti con maggiore determinazione di quanto abbia fatto Sandro Bondi in precedenza. La fase di allarmismo e di preoccupazione sembra che sia passata, lasciando il posto a una normalizzazione generale. Sembra quindi che la condotta e la tenuta di Galan rispetto al bilancio dello Stato sia un dato di fatto, e anche solo il fatto di mantenere la posizione è pregevole.

Come commenta la polemica secondo cui l’archeologia “selvaggia”, o preventiva, abbia preso il posto di quella con puri fini culturali?

 L’archeologia preventiva è particolarmente significativa perché impedisce di commettere errori. Agisce per recuperare reperti, ma anche per evitare che venga costruita un’autostrada dove non si dovrebbe. La difficoltà economica induce a cercare sussidi da parte di privati, ma non significa che ci sia sotto un fine puramente commerciale.

È quindi fondamentale che l’importanza del sito archeologico venga prima di tutto?

È capitato, dopo il ritrovamento di qualche reperto, che siano stati fatti degli scempi, ma in linea generale si valuta semplicemente l’inopportunità di un progetto, facendo così prevalere il sito archeologico, il che mi sembra molto positivo. Quando si individua un’area archeologica, questa deve essere scavata e recuperata con impegno, confrontandosi probabilmente con il limite dei fondi. Ma è importante anche solo il fatto di conoscere la sua esistenza e di preservarla per il futuro, preventivamente impedendo azioni sbagliate.

È vero che il materiale rinvenuto dopo un’azione preventiva viene depositato nei magazzini senza essere studiato o mostrato al pubblico?

La quantità delle cose depositate nei musei supera quella delle cose esposte, ma è lo scotto che si paga per avere un territorio in cui ovunque si scava si trova qualcosa. È molto difficile pensare che si possa esporre tutto, ma non possiamo neanche dispiacerci di avere un territorio così ricco di aree archeologiche.

Cosa si può fare quindi?

Non farei denunce indistinte, ma cercherei di capire quali siti archeologici non sono stati rispettati o quali sono sottoposti a speculazioni che prevalgono sulla loro tutela. Queste cose accadono, ma non è l’andamento prevalente, anzi, esiste uno spirito di tutela molto forte che ha quasi sempre la meglio, fortunatamente.

 

(Claudio Perlini)



© RIPRODUZIONE RISERVATA

I commenti dei lettori