SCUOLA/ Mantovani: materie insegnate in inglese? Bene, ma servono docenti preparati

- int. Susanna Mantovani

Si sta diffondendo tra gli istituti capitolini la tendenza di insegnare una disciplina in lingua straniera già dal primo anno di corso in maniera graduale. Il commento di SUSANNA MANTOVANI

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Foto Ansa

La riforma Gelmini prevede l’insegnamento di una disciplina in lingua straniera nell’ultimo anno di licei e istituti tecnici. Eppure si sta diffondendo tra gli istituti capitolini una nuova tendenza, cioè anticipare questa esperienza già dal primo anno, a partire dal liceo classico “Giulio Cesare” dove, con il progetto “Aureus”, si insegnerà in lingua storia dell’arte. In IV ginnasio i ragazzi cominceranno a imparare il lessico tecnico e cercheranno di migliorare le proprie capacità espositive tentando di presentare per esempio monumenti romani in inglese durante delle uscite. Poi, attraverso un percorso graduale, si arriva all’ultimo anno, quando i ragazzi saranno ormai in grado di seguire l’intera lezione in lingua. Soddisfatti studenti e dirigenti, come quelli del liceo “Azzarita”, dove si pensa di estendere al biennio l’insegnamento di alcuni moduli di filosofia, scienze e fisica in inglese, mentre al “Pasteur” si insegneranno in parte in lingua scienze e fisica. IlSussidiario.net ha chiesto un parere a Susanna Mantovani, prorettore e docente di Pedagogia nell’Università Bicocca di Milano: «È sicuramente un’ottima idea, ma sono necessari insegnanti che siano preparati e che conoscano a fondo la lingua. Non è importante tanto la questione dell’accento, perché l’inglese è ormai una lingua veicolare, e dobbiamo tutti abituarci all’inglese parlato da persone provenienti da ogni parte del mondo, che spesso risulta quasi incomprensibile. Il docente deve essere convinto, motivato e avere le conoscenze necessarie, oltre a conoscere l’inglese della disciplina che va ad insegnare. Immagino che sia più semplice con le materie scientifiche, mentre per esempio con la filosofia potrebbe già risultare più complicato: si potrebbe insegnare quella empirica, perché altrimenti la traduzione risulterebbe quasi buffa. Quindi per le discipline non vedo grandi problemi, anche perché già la gran parte dei ricercatori italiani o di altri Paesi scrivono già adesso di matematica, chimica, fisica o biologia in inglese. Per quanto riguarda le discipline umanistiche, l’insegnante deve conoscere perfettamente i concetti e la lingua della disciplina. La traduzione deve comunicare perfettamente un concetto, altrimenti si rischia di trasmettere sbagliate interpretazioni. Infatti a volte è richiesta la collaborazione tra l’insegnante di disciplina e quello di lingua, che è una buonissima cosa, anche per creare un maggiore legame tra i vari insegnanti di una scuola. Un altro fattore positivo è che, a differenza di altre discipline in cui la didattica è rimasta sempre uguale, l’insegnamento della lingua straniera è migliorata tantissimo, e questa è la categoria di docenti che più di tutte si è aggiornata. L’unica piccola critica che posso muovere riguarda un concetto di base, cioè che troppo spesso la lingua rappresenta un punto di arrivo, quando invece dovrebbe essere sempre di più un inizio. L’apprendimento della lingua è inversamente proporzionale all’età, quindi idealmente bisognerebbe cominciare molto prima. Aspettiamo comunque i risultati di questa sperimentazione che, con docenti motivati e preparati, saranno senz’altro positivi».

Tutti entusiasti, quindi, soprattutto i ragazzi che sempre più spesso scelgono di frequentare l’università all’estero e hanno bisogno di una ottima preparazione nelle lingue anche per avere maggiori opportunità di inserirsi nel mondo del lavoro. Anche in questo, secondo Susanna Mantovani, “non c’è assolutamente niente di male. Personalmente consiglierei a qualunque ragazzo di trascorrere un periodo all’estero: non abbiamo il problema di mandare i ragazzi a studiare all’estero, ma di attirarne altri qui da noi. Per esempio, se nelle università noi avessimo più corsi di lingua iniziale per chi arriva, potremmo già attirare più giovani. Quindi vedere i giovani partire non mi sembra assolutamente un problema, e sono certa che qualunque giovane che ha avuto l’occasione di trascorrere un periodo all’estero, torni certamente arricchito”. 



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