TAGLI/ La riforma dei municipi apre la strada allo Statuto. Forse

Tra i provvedimenti della manovra economica varata dal governo che mirano al taglio dei costi della politica rientra anche la riduzione dei municipi di Roma. Il commento di MAURIZIO AMOROSO

05.09.2011 - Maurizio Amoroso
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Gianni Alemanno (Foto Ansa)

La riforma l’ha imposta l’ultima manovra economica varata dal governo. All’interno dei provvedimenti che mirano al taglio dei costi della politica rientra anche la riduzione dei municipi di Roma, che per legge dovranno passare da 19 a 15. Una riduzione ormai ineluttabile, come quella dei consiglieri comunali, che dovranno passare da 60 a 48, e quella che riguarderà la giunta capitolina, che non dovrà superare il numero di dodici assessori. La riforma dovrà essere attuata in tempi brevi, perché a fine ottobre scadranno i termini della delega contenuta nel secondo decreto della riforma di Roma Capitale, che impone a Comune e Regione di indicare i confini delle nuove circoscrizioni. Altrimenti, a meno di proroghe, il compito toccherà al Ministero dell’Interno, che potrà insomma procedere autonomamente surrogando le istituzioni locali. L’obiettivo dichiarato è che alle prossime elezioni comunali, nella primavera del 2013, si vada alle urne con il nuovo assetto istituzionale, come prevede il primo decreto attuativo della riforma, diventato legge il 20 settembre dello scorso anno, proprio nel giorno dei 140 anni di Roma Capitale.

Non sarà ovviamente un lavoro facile o un compito solo di tecnici, anche se si tratterà di un lavoro di numeri, perché l’indicazione – condivisa anche dal Campidoglio – è che ogni nuova circoscrizione debba avere una popolazione compresa tra i 200.000 e i 300.000 residenti. In sintesi – secondo quella che è stata definita la bozza Cutrufo, messa a punto circa un anno fa dall’allora vice sindaco e poi non più modificata – si prospetta la creazione di un grande centro storico, che arrivi sino al Vaticano e che racchiuda gran parte dei monumenti e dei siti turistici più importanti; di un mega quartiere che affaccia sul mare, che unifichi Ostia all’Eur e che realizzi il nuovo polo turistico e fieristico della Capitale (anche se probabilmente non si tratterà di un solo municipio, perché si unirebbero luoghi lontani anche oltre venti chilometri e si costringerebbero i cittadini a estenuanti trasferte anche solo per un certificato); e infine di altre fusioni di municipi di piccole dimensioni: il II con il III, il VI con il VII, l’XI con parte del XII.  

Polemiche e mal di pancia sono già cominciati. E così la caccia a possibili soluzioni alternative: se cioè sia più opportuno accorpare i municipi più piccoli o se sia meglio agire diversamente. La bussola – dicono tutti – deve essere quella di una riforma da attuare nel segno di un decentramento più efficace e utile ai cittadini. Anche se non manca chi indica il pericolo di nuovi confini circoscrizionali studiati solo a scopi  elettorali. Di certo la sensazione è che conciliare il rigore della spesa pubblica con il diritto di rappresentanza sia una impresa piuttosto complessa.

Tutto dovrebbe finire nel gran calderone del nuovo Statuto di Roma Capitale. Ma i tempi per la nuova carta comunale si stanno allungando drasticamente, mentre per i nuovi municipi occorre fare presto. Certo sarebbe assai triste vedere lo Statuto, presentato come la “road map” della futura struttura di Roma Capitale, ridotto a grimaldello per conservare e perpetrare gli antichi privilegi della politica. Ci si appella all’autonomia, al sacrosanto principio secondo il quale ciò che è utile si decide in casa propria. Giusto. Ma allora perchè non si sceglie rapidamente, pur con i dovuti accorgimenti a garanzia della rappresentanza elettorale, di dare il buon esempio? Perché non approfittarne per dimostrare, con i fatti, la propria, vera “autonomia” e la propria maturità di classe (e non di casta) dirigente?

Per uscire dalla crisi serve innanzitutto coraggio, molto coraggio. Lo stesso, per esempio, che ebbero i nostri nonni dopo la seconda guerra mondiale. Oggi come allora si tratta di ricostruire, senza paura del cambiamento, in dialogo con tutte le culture e le identità. Ma – come ha insegnato il Meeting di Rimini – di fronte alle difficoltà, quando l’analisi delle condizioni strutturali sembra non lasciar scampo, ci vuole una grande certezza, un punto reale su cui appoggiarsi per ripartire: solo l’intuizione, l’esperienza di esser fatti per le cose più grandi rende ragionevole l’appello a un cambiamento, altrimenti affidato solo al moralismo e alla paura.

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