CASO FIORITO/ Bruno Bossio (Pd): il vero scandalo sono le riforme fatte a metà

- int. Enza Bruno Bossio

La corruzione non è tutto. Il problema di fondo è l’applicazione del Titolo V, finito in preda ai potentati locali. Bisogna recuperarne lo spirito originario. L’analisi di ENZA BRUNO BOSSIO

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Franco Fiorito

Mentre il caso Fiorito impazza nei talk show e sui giornali, non basta indignarsi per qualche politico che mangia e beve a spese dei contribuenti. Occorre superare la reazione di pancia negativa, pur legittima, per concentrare l’attenzione sui problemi del sistema. Ci si accorgerebbe che ciò che non va nell’organizzazione degli enti locali riguarda la corretta attuazione della riforma del Titolo V della Costituzione. Prima di sbandierare soluzioni di facciata che non cambierebbero nulla di fatto, pertanto, è meglio fare un passo indietro e ricordarci di che cosa stiamo parlando. Per questo IlSussidiario.net ha intervistato Enza Bruno Bossio, membro della direzione nazionale del Partito democratico, che sull’attuazione del Titolo V ha voluto ricordare come è andata. E di chi sono le responsabilità in gioco. Ecco cosa ci ha detto.

Bruno Bossio, come giudica l’affaire Fiorito? È solo un problema di corruzione?

Gli scandali del Lazio e la discussione in atto sugli sprechi delle regioni (a proposito del proprio funzionamento), non possono essere un elemento circoscrivibile a una mera degenerazione politica, sia essa individuale o con complicità collettive. Ma è l’inevitabile patologia di un sistema ormai fuori controllo che oltre a generare sprechi determina soprattutto inefficienze.

Non un problema di “mele marce” dunque ma di sistema.

Quello che vede coinvolto Franco Fiorito non è un caso isolato, ma l’espressione, magari più volgare, di una classe dirigente che non ha più a che fare con i cittadini che invece dovrebbe rappresentare.

Servono misure drastiche, allora?

Sull’onda dell’emozione di una popolazione costretta a fare sacrifici contro una politica che invece non accenna a farne, si rischia di proporre, al posto di soluzioni efficaci, semplicistiche scorciatoie quali l’abolizione del finanziamento pubblico ai partiti (base fondante di una democrazia alla quale possono accedere tutti) o il taglio lineare d’istituzioni non collegato a una riorganizzazione del sistema.

Ma la gente è stufa di vedere politici che fanno una vita da nababbi gravando sulle spalle dei contribuenti.

Certo anche la pletora delle rappresentanze è un elemento di quell’ipertrofia istituzionale che degenera in corruzione. E la partecipazione alla vita politica è spesso vissuta come un “concorso alle poste”, più che un’effettiva responsabilità democratica. Oggi il nostro Paese è oppresso dalla spesa pubblica improduttiva dei costi della politica, come da una catastrofe naturale, e bisogna rispondere qui e subito come a un’emergenza nazionale. Ma questa condizione non ci deve far perdere di vista il tema della riorganizzazione della filiera istituzionale, attivando un’effettiva  multi-level governance, funzionale al principio di sussidiarietà che era l’elemento ispiratore della riforma del Titolo V della Costituzione.

 

Mi scusi, ma non è stata proprio la riforma del Titolo V a creare questi problemi? È una tesi che è stata sostenuta da più parti in questi giorni.

 

In molti puntano il dito su quelle modifiche approvate frettolosamente da un parlamento sostanzialmente spaccato che non ha recepito fino in fondo (e non l’ha fatto recepire) attraverso norme attuative più conseguenti lo spirito della riforma costituzionale. In questo modo, invece di razionalizzare e riorganizzare il livello di governance dallo stato fino ai comuni, passando per regioni e province, si sono moltiplicati i centri di decisione con doppioni che hanno gonfiato la spesa e paralizzato le iniziative soprattutto nei confronti del servizio al cittadino. Cosicché la maggiore autonomia legislativa di ogni singola regione ha favorito l’unica cosa sulla quale erano tutti d’accordo: aumentare i costi del proprio funzionamento.

 

Sembra un cane che si morde la coda. Come se ne esce?

 

Ripeto, bisogna ridurre quei costi e farlo seriamente con dei segnali forti, individuando, ad esempio, nel costo standard procapite, il parametro delle spese di funzionamento della politica e rendendone trasparente la rendicontazione.

 

Tutto qua?

 

Ma non basta. Bisogna che le regioni riprendano, o forse in qualche caso svolgano per la prima volta, la missione per cui sono nate, che è quella di ente di programmazione e controllo, senza sovrapporsi ma consentendo ai livelli territoriali la funzione amministrativa e di gestione.

 

Ci faccia un esempio.

 

Soprattutto il comune, in quanto istituzione che ha il primo impatto con la vita del cittadino, dovrebbe essere messo nella condizione di svolgere una funzione decisiva per la tenuta della coesione sociale, anche attraverso forme di cooperazione, tra singoli, organismi intermedi e stato. Invece spesso i singoli comuni vedono nella regione non il proprio riferimento ascendente, ma il nemico statale più vicino.

 

Le regioni, invece, cosa dovrebbero fare?

 

Il fallimento dell’esperienza del regionalismo che abbiamo storicamente conosciuto è certamente dovuto al fatto che le regioni sono state prevalentemente amministrazioni gestionali e non invece centri di legiferazione che in maniera innovativa e socialmente utile si ponessero l’obiettivo di mediare tra interesse particolare e interesse generale, in attuazione al principio di sussidiarietà e superando il parallelismo tra competenze legislative e amministrative. A questo fine sarà utile anche specificare puntualmente, in sede costituzionale, le potestà legislative dello stato e delle regioni.

 

Cosa intende?

 

Probabilmente il carico delle materie concorrenti va rivisitato per dare sostanza al federalismo, ma anche per razionalizzare la spesa e al tempo stesso garantire maggiore efficienza e certezza di parità dei diritti primari a tutti i cittadini sull’intero territorio nazionale.

 

Lei cosa suggerisce di fare?

 

Si dovrebbe puntare a un riordino che preveda il superamento del bicameralismo per avere una sola camera parlamentare coadiuvata da una camera delle regioni. Per quanto concerne la semplificazione dell’organizzazione della filiera istituzionale oltre che attuare pienamente la riforma e la riduzione del numero delle province, si dovrebbe superare l’attuale assetto delle regioni e attraverso l’accorpamento, istituire nuove macroregioni aggregate funzionalmente e per sistemi territoriali. Questi interventi comporterebbero sicuramente un drastico abbattimento dei costi attraverso la riduzione delle spese di funzionamento e del numero dei parlamentari, dei consiglieri regionali, dei consiglieri provinciali e al tempo stesso apporterebbero dei vantaggi per rendere più efficaci i livelli della programmazione delle politiche di sviluppo territoriale.

 

E ai singoli politici che cosa spetta fare?

 

In ogni caso ogni percorso riformatore non può prescindere dal principio della responsabilità soggettiva delle classi dirigenti che è alla base della democrazia: la responsabilità del mandato elettorale è individuale, ma non bisogna mai dimenticare che si è rappresentanti del popolo non di se stessi e della propria ambizione, più o meno sfrenata.

 

(Paolo Nessi)

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