ELEZIONI LAZIO/ Zingaretti e un “tecnico”, così Pd e Pdl danno un taglio all’antipolitica

Adesso la corsa è ufficialmente partita, spiega MAURIZIO AMOROSO. E comincia dal Pd, che per le elezioni regionali mette in campo la candidatura più forte, vale a dire Nicola Zingaretti

05.10.2012 - Maurizio Amoroso
polverini_manifesti_r439
Foto: InfoPhoto

Adesso la corsa è ufficialmente partita. E comincia dal Pd, che gioca subito l’asso e per le elezioni regionali mette in campo la candidatura più forte che aveva: quella del presidente della Provincia di Roma Nicola Zingaretti, 47 anni, fratello minore dell’attore Luca e un passato fatto in gran parte di lavoro politico. La “risorsa straordinaria”, come l’ha definita il segretario regionale Enrico Gasbarra, vero regista di tutta l’operazione che ha portato alla sua candidatura. Ci lavorava da tempo, Gasbarra, e l’annuncio dato nell’affollatissima assemblea di Sant’Andrea delle Fratte è solamente la formalizzazione di ciò che era già stato discusso con pezzi importanti del partito nazionale, parlamentari eletti qui, a cominciare da Walter Veltroni.

Un cambio di marcia e un cambio di programma, perché Gasbarra da un anno e mezzo lavorava sì per Zingaretti, ma per portarlo in Campidoglio, come sindaco di Roma. Ora però siamo in emergenza e gli scandali della Pisana impongono un ripensamento. E allora si cambia. La corsa per il Campidoglio si ferma qui e inizia quella per la Pisana: per il Pd, Zingaretti è l’uomo giusto per uscire dalla bufera del Laziogate, perciò voto unanime del partito sulla sua candidatura e anche primarie, se ve ne sarà il tempo.

Si gioca tutto, il Pd, con Zingaretti, innanzitutto un uomo di partito, come si diceva una volta. Uno che in questi anni ha saputo confrontarsi con tutte le anime del Pd e che ha cercato il dialogo, invece che la rissa, anche con i suoi oppositori. Sempre impeccabile, con quella riga nel pantalone che sembra fatta da un seghetto, precisa, perfetta, e che riesce persino a non sudare, come hanno detto di lui i pochi detrattori. Insomma uno che, anche a volerlo, non ci potresti litigare. Non per niente – come dice il segretario romano del Pd Marco Miccoli – “ogni volta che c’è una emergenza, Nicola viene tirato in ballo”.

Di certo la sua candidatura dice una cosa. La sfida all’antipolitica, del “sono tutti uguali”, si poteva giocare solo puntando “su una candidatura autorevole”. Giocando la carta Zingaretti il Pd accetta la sfida e dice che la politica ha ancora la forza per rinnovarsi, che c’è bisogno di una rivoluzione ma che “possiamo risolverla noi”. E in più riafferma la sua centralità all’interno della coalizione del centrosinistra. Basterà per convincere un elettorato sempre più lontano dai politici e dalla politica?  Staremo a vedere. Ma non poteva essere diversamente. Perché il calderone di alternative spuntate fuori nei totonomi del dopo Polverini  non avrebbe convinto gli elettori. E soprattutto non convinceva Bersani. Rinunciare a Zingaretti, nelle logiche del partito, avrebbe avuto senso solo se il ministro Andrea Riccardi avesse ceduto al corteggiamento. Cosa che non ha fatto, lasciando invece una porta aperta all’opzione Comune.

Già, il Campidoglio. Passa anche da qui la sfida elettorale. Gasbarra dice e ripete che il perimetro di riferimento del Pd “è la coalizione che era all’opposizione alla Pisana”. Dunque chiuso all’Udc. Ma poi chiarisce che “non si cercano alleanze con le sigle, con gli acronimi” e che “il progetto è aperto alla conquista dell’area moderata”.   

Non sono solo sfumature. Lanciando Zingaretti alla Regione, il Pd guadagna il consenso di tutte le anime della sinistra e persino la simpatia dell’Idv. Lasciando aperta per Riccardi la porta del Campidoglio, che piace all’Udc e che sembra già calarsi in campagna elettorale quando stronca il sindaco Gianni Alemanno sul tema dei nomadi. E in Campidoglio, guarda caso, il perimetro della coalizione di opposizione è più largo e include anche i centristi.

Grandi manovre, ma ancora carte coperte, in casa Pdl. La scelta di un candidato è impresa da far tremare i polsi. Ma la scelta Pd di Zingaretti potrebbe aprire le porte a un personaggio autorevole della società civile, di un uomo in grado di ricucire un rapporto con un elettorato fortemente sbandato dopo il caso Fiorito. Di un tecnico, insomma, capace di tenere assieme le anime del partito e di potersi contrapporre, con qualche chance, all’ennesimo politico che vorrebbe riformare la politica, Un candidato in grado di tessere una nuova alleanza con la società civile, con un programma chiaro ed esplicito, puntando a convincere quel 40 per cento di persone che – secondo i sondaggi – sono ancora decisi a non votare. E magari presentando subito una squadra forte di assessori e di collaboratori ed effettuando una selezione molto severa nelle candidature.

Certo, è innegabile che la data del voto rischierà di essere un fattore decisivo. Non foss’altro perché, dopo il Lazio, in molte altre regioni – e non solo – è scoppiato il bubbone di Sprecopoli, investendo amministrazioni di qualunque colore. Ed è su questo, prima ancora che sui nomi, che si giocherà la battaglia elettorale. E’ su questo che passa la rifondazione della politica. Darci un taglio vero col passato, dare asciuttezza e trasparenza alle istituzioni e ai comportamenti. Risposte da dare ora, senza nuove, disarmanti lentezze.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

I commenti dei lettori